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Full text of "Delle storie bresciane"

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http://archive.org/details/dellestoriebresc02brav 



DELLE 



STORIE 

BRESCIANE 

DELL'ABATE 

PIETRO BRAVO 



Volume II. 



BRESCIA 

PER G. VENTURINI TIPOGRAFO 

1840. 



*> Crìsplnus minimo me provocai: accipe si vis , 
« Recipe jam tabulas, detur nobis locus^ hora , 
w Cuslodes: vidcamus uter plus scribere possit. 

Horat. Semi. Lib. i. Sat. 4- 



S"A3JL 



v/. 'X 



DELLE 



STORIE 



BRESCIANE 









LIBRO OTTAVO 



i- Ar 



§ i- ìjLnd4va trascorrendo il decimo anno, dacché gì "" 
T eunuco Narsete in nome dell' imperatore Giustiniano *?°lp 
governava l'esarcato di Ravenna; e per la pubblica anno 
pace e pel carattere di quel saggio Governatore non J 
è improprio il credere, che avrassi allora goduto non 
solo dalle città dell'esarcato, ma da tutte insieme le 
italiche popolazioni prospera tranquillità. Quando Bre- 
scia e Verona incitate per mala ventura da que' Goti, 
i quali avevano in queste provincie le possidenze e le 
famiglie loro, diedero entrambe a ribellione; e per quanto 
ne rapporta Paolo Diacono da Cividal del Friuli , 
celeberrimo scrittore degli avvenimenti di quelle fosche 
età, alcune schiere di Franchi condotte dal generale 
Amingo proteggevano queste due sommosse città (i). 

(i ) Paul. Diac. De Gestis Langobardorum , lib. i cap. i et 3. — 
Cedreno ancora racconta quell'avvenimento; ma perchè è guasto 
dai copisti il suo scritto, invece di leggersi nella sua opera 
Veronam, lcggesi Miriam, invece di Brixiam, Brincas» 



6 LIBRO OTTAVO 

g gggg Un goto detto il conte Guidino era lo suscitatore prinei* 
Dopo p a ] e e( J il direttore di quella rivoluzione (i). Non 
anno mancò Narsete di spingersi con molti armati contro i 
5^3- sommossi: li battagliò sulle sponde dell'Adige. In quei 
fatto d'arme Amiogo generale de* Franchi cadde estinto 
sul campo, il conte Guidino salvò la vita dandosi pri- 
gioniero, e dietro quella vittoria Narsete entrò vinci- 
tore, prima in Yerona, che fu il dì 20 luglio 563 e 
pochi giorni dopo ancora in Brescia. 

§ 2. Finalmente l'Augusto Giustiniano, dopo 38 anni 
d'impero, finì di vivere. Aveva già egli raccomandato 
alla memoria de' posteri il suo nome per mezzo della 
celebre Raccolta delle leggi romane procurata dì suo 
ordine; ma per le molte avanle era egli stato di grave 
peso ai popoli (2); e non prestando fede alle ribalderie 
che di quell'imperatore lasciò scritte Procopio, basti il 
dire, dietro la testimonianza di Zonara (3), che Giusti- 
niano aveva consunta gran parte degli estorti tributi, 
non per soccorrere alia fame dei miserabili, ma per 
erigere templi ed adornarli di preziosi arredi. Giu- 
stino II nipote del morto Augusto e marito dell'ambi- 
ziosa Sofia ottenne dopo di lui V imperiale corona, 

Meritossi Giustino in sulle prime pubblici encomi e 
benevolenza: ma ebbe troppo a declinare procedendo. 
Continuava intanto Narsete a governare l'Italia, e lo 
faceva con tutta equità e clemenza. Per quanto ne rac- 
conta di una maniera un po' troppo laconica Paolo 



(1) Agnelli,/;? lib. Pontificali Ponti fìc Eavenn. invita .9. Agnelli, 
part. 1 , ediU Mutinae per Capponi um. — Meoander Protect. 
apud Hist. Bysant. tom. 1. 

(?.) Paul. Diac. Fé Gestis Roman. Uh» 18 p. 3o5 cdiU Aldi, i5i6c 

(5) Zbnaras, in Caronte* 



565. 



LIBRO OTTAVO 7 

Diacono (1): discesero allora dall'Alpi lunghe orde di MUJ "^ JB "" 
Eruli condotte in sulle prime da Sindualdo, e poscia J; £? 
da Dagisteo, le quali invasero le nostre prossime valli; anrio 
per la qual cosa Narsete fu costretto a condurre in 
Bresciana l'esercito onde respingerle, locchè eseguì con 
prodezza; e quantunque non sia noto in quale de'paesi 
bresciani le abbia battagliate e sconfitte, è però certo 
che ne ottenne piena vittoria, che ne ebbe in mano il 
condottiero, e che lo fece appendere per la gola. 

Dopo quel fatto, lo fosse per corruzione naturale 
delle meteore, o, siccome sembra più facile, per le 
molte genti forestiere introdotte allora iu paese, delle 
quali alcune pur erano di malo morbo infette, svilup- 
possi primo nella provincia di Brescia , diramossi po- 
scia nelle vicine e si sparse fra non molto per tutta 
Italia una pestilenza così terribile (2), che la maggior 
parte dei prodotti marcì abbandonata per le campagne, 
perchè la morte aveva rapite le genti che gli avevano 
a raccogliere. 

§ 3. Mentre perfidiavano que' disastri, surse un'altra 
calamità cagionata dalla malizia. Gli alti personaggi, 
per quanto moderati e saggi e'sieno, uon possono evi- 
tare le persecuzioni degli invidi. Alcuni signori romani 
indispettiti delle onoranze e delle sorti propizie dei 
ministro Narsete congiurarono contro di lui, ed indi- 
rizzarono messaggi a Costantinopoli, perchè avessero a 
deuuuziarlo di sconcie ribalderie (3). 1/ imperatrice So- 



(1) Paul. Dìac. ubi sup. pag. 3o6 tergo, 

(«2) S. Cremori us Magnus, lib. 4 Diahgoram, cap. a6. 

(3) Magnani ab his Ducibus .... invidiarli perlulii: qui con» 

tra cani Justino Augusto, et ejus cotijugi Sophiat in hacc verba 

suggesserunt, etc. Paul. Diac pag. 007. 



8 LIBRO OTTAVO 

fia, donna altiera ed accostumata a signoreggiare 

~? P ed a condarre a piacimento l'Augusto consorte., as- 
sunte le parti degli accusatori , ottenne da lui uu 
decreto, pel quale veniva Narsete degradato dal mi- 
Anno nistero e richiamato alla metropoli (i). Gli Italiani ri- 
'' cordevoli che quel saggio patrizio aveva liberate le 
province loro dalla signoria de' Goti, aveva ribattute 
le incursioni dei Franchi e degli Eruli, protetta la 
religione, la costumatezza, la giustizia, soccorsa la ri- 
costruzione di Milano, e di varie altre città (2), le quali 
giacevano presso che demolite, lo piangevano amara- 
mente; ma come fossero mute le giuste lagrime dei 
popoli, l' imperatrice Sofia, vinta da un aspro rancore, 
andava ripeteudo sovente nelle conversazioni della cortei 
essere giunto il tempo, nel quale il superbo eunuco 
avesse a porsi a vegliare le donne che intendono al- 
l'ago ed alla conocchia. Punto Narsete da quell'acerbo 
e minaccioso sarcasmo, cedette spontaneo ogni autorità 
a Longino, nuovo esarca indiritto dall' imperatore; ma 
bramosissimo di vendetta inviò messaggeri ad Alboino 
re dei Longobardi, invitandolo a scendere in Italia, uon 
seguitato solamente da' suoi eserciti, ma dalle intere 
famiglie dei sudditi suoi e dagli armenti ancora (3). 
Alboino, principe intraprendente per natura, a cui 
le vittorie riportate sopra i Gepidi avevano destato 
nell'animo un'ardente bramosìa di nuovi trionfi, ed a 



(1) Agnelli, Op. ubi sup. part. 9, in vita s. Agnelli. 

(a) Marius AventicensJs, in Chronic. 

(3) Legato* mox ad Langob ardo rum gentem diri giù (Narsete): 
ut paupera Pannoniorum rura dcseretent : et ad Italiani cun* 
ctis repletis divillis possidcndam venire nt. Paul. Diac. De Gesl» 
Rom. lib. 18 pag. Zoy terg. cdiU Aid. 



LIBRO OTTAVO 9 

cui era piaciuta di molto l' Italia, quand'ebbe a per- ^^^ 
correrla nell' occasione che era disceso in soccorso dei J* n ! >(> 
Greci contro di Totila, e cui la sola paura delle mi- f , mJ0 
litari virtù del ministro Narsete rattenevano dall' in- ^07. 
vaderla, udite di quello le vicende, ed intesine i mes- 
saggi, accettò volonteroso il proposto invito; e traendosi 
dietro tutta la popolazione Longobarda, ed altre genti 
Pannoniche, Bulgare, Sarmate, Sveviche e Noriche, va- 
licò le Alpi Giulie, e passato senza opposizione il Na- 
tizone , entrò in Cividal di Friuli, dove lasciò molte 
famiglie Longobarde, perchè si avessero ad aggiugnere 
a quelle della provincia, ed a dividersi scambievol- 
mente con quelle le campagne, e lasciovvi ancora un 
suo nipote, detto Garolfo, supremo governatore delle 
medesime col titolo di Duca del Friuli (1). Di là pro- 
cedendo giunse alla Piave, passonne senza contrasti il Anno 

° ! e • 5(38. 

ponte, e poco lunge, presso a opraziano, venne scon- 
trato da Felice vescovo di Trivigi, il quale preseutossi 
a lui, supplicando caldamente pietà del suo popolo. 
Alboiuo accolse gentilmente quel fervoroso prelato, e 
ne esaudì le domande. Dopo in mauiera di placido 
conquistatore entrò in Vicenza, in Verona, ed in ogni 
altra piazza della Venezia, trattene Padova e Monse- 
lice, le quali essendo di potente guarnigione munite , 
francamente resistettero per lunghi mesi. 

§ 4- Alboiuo trattenne le sue genti per tutto V in- 
verno ad oriente dell'Adige. Succeduta la primavera 

1 ti» rr i • •* * 1 11 *t • Anno 

dell anno 009, lasciato per ogni citta delia Venezia un 5£g # 

Longobardo, col titolo di Duca a governarle, e distri- 
buite per quelle province moltissime famiglie de!, suoi 



(1) Paul. Disc. Ve Gcstis Langobard. lib. 2. 



io LIBRO OTTAYO 

1 - nazionali, provvidenza necessaria onde riparare ai danni 
Dopo c ] le avevano recati a queste popolazioni le guerre, il 
«inno vainolo e le altre pestilenze che avevano inferocito ue- 
5o9- gli anni antecedenti, spinse innanzi quel principe le 
avventuriere falangi. Avrebbe dovuto, è vero, il suc- 
cessore di Narsete, l'esarca Longino, fronteggiare i pro- 
gressi del Longobardo; ma perchè l'imperatore Giustino 
non gli aveva dato a seguito che poche squadre, e 
conosceva di non avere forze bastanti a ribattere l'in- 
vasore, studiò ogni mezzo possibile, onde presidiarsi in 
Pavia, in Cremona, in Mantova ed in Ravenna. Proce- 
dettero per questo i Longobardi le conquiste, e veu- 
uero a rizzare le tende nelle praterie che allora si 
distendevano fra i confini meridionali di Pavone e quelli 
di Ostiano. Quelle tende, procedendo i giorni, si tra- 
mutarono in ferme abitazioni; furono più ampiamente 
distese, e vennero alla fine a costrurre il grosso borgo 
che dalle praterie che vi erano, e sono vi ancora, e dal 
re Alboino, è detto Pralboino (i). 

Mentre il principe longobardo teneva gli accampa- 
menti in quelle ubertose pianure, venne a trattative 
co' cittadini di Brescia, e dopo aver egli segnato il 
patto di non recare danno alcuno agli abitanti la città 
e la provincia, e di giovarne anzi il bene; e dopo di 
avere i Bresciani giurata fedeltà ad Alboino, venue a 
lui concessa tranquillamente la signoria di Brescia e 
di tutto il suo Distretto; e, ciò egli ottenuto, destinò 
un saggio e prudente personaggio suo connazionale , 
detto Alala, a reggerne il governo col titolo di Duca. 

(i) Malvetius, J)ist. 4 cap. li : Jlhoyn ih campis di* 

stantibus castra construit , quam oh causarti, ex co tempore, 
locus Me I V 'alluri' A ' Iboyn appcllatus est. 



LIBRO OTTAVO i* 

§ 5. Numerosissime famiglie longobarde, e ben molte 5 



per nobiltà distintissime, allettate dalla provvidenza del J*°PJ> 
clima e d^el suolo bresciano fermarono in aneli' occa- anno 
sioue in questi nostri paesi le stanze; le quali moderata ^69. 
passo passo la pristina ruvidezza, ed allegrate dalla 
ospitalità degli abitanti , con quelli si collegarono in 
matrimoni reciproci , coi sacri nodi di parentela si 
congiunsero (i), e di tale maniera venne fra non molto 
a formarsi di Bresciani e di Longobardi un popolo solo. 
Il benemerito delle patrie ricordanze dott. Jacopo Mal- 
vezzi, non osservando che solamente nel decimo secolo 
e ne' prossimi che Io seguirono, hanno incominciato le 
famiglie a distinguersi per mezzo dei cognomi che an- 
cora si conservano, ne ha negli scritti suoi tramanda- 
to (2), che dagli sponsali contratti fra i più distinti 
Longobardi e Bresciani abbiano tratto origine le illu- 
stri famiglie dei Brusati . dei Lavellongo . dei Maggi , 
dei Sale, dei Tanghettini , dei Bocche, dei Calehere , 
dei Calzavegli, dei Dolzani, dei Palazzi, dei Poncarali, 
dei Pedrocche, dei Bozzoni, degli Avogadri , dei Mez- 
zani, dei Boccacci, degli Ome, dei Testi, dei Tribecchi, 
dei Federici ed alcune altre, molte delle quali, discor- 
rendo i tempi, sono andate estinte, e molte brillano 
ancora luminosissime; sarebbe non per tanto uno sper- 
dere inutilmente tempo e fatica il pretendere di scru- 
tinare la genealogia di quelle in un'epoca così remota. 
§ 6. Continuava intanto Alboino i conquisti, e dopo 
essersi assoggettato Trento, Mantova, Bergamo, giunse a 
Milano, alla quale città, seeondochè ne ricorda Landolfo 

(1) Elia Caprioli, Uh. 4 P /ri S' 53. — Bicmmi. toni. 1 ìib. (5 
(•2) Malve!. Distind. 4 cap. 1!^ 



i2 LIBRO OTTAVO 

mmmmm i| seniore, il quale scrisse le cronache di Milano, de- 

J?°P° correndo l' undecimo secolo (i), quel principe longo- 

anno bardo diede allora a Milano il sacco; ma siccome Paolo 

Dtj 9- Diacono, che ha vissuto lunghi anui innanzi e scritto 

appositamente un 5 opera delle Cesta de' Longobardi, 

non ha pur fatto cenno alcuno di uua ricordanza così 

funesta, io rattenuto dalla forza dell'argomento negativo 

credo opportuno di rapportare solamente, ma non di 

affermare con certezza un tanto infortunio di quella 

illustre città. 

La regione detta Liguria comprendeva a que' tempi 
il Genovesato, il Piemonte, Milano, Vercelli, Novara, 
Pavia ed altri paesi vicini (2). Alboino, dopo il con- 
quisto di Milano, tutta se la sommise, trattene le sole 
città marittime, e Pavia, e Cremona, che ben guardate 
si difesero a lungo gagliardamente. Lasciate allora Al- 
boino addietro quelle schiere che bisognavano per l'as- 
sedio di quelle città, spinse innanzi il pieno dell'eser- 
cito, andò ad occupare l'Emilia, gran parte della Fla- 
minia, della marca d'Ancona, della Romagna e molte 
regioni ancora napolitane; dove contrastato da resistenze 
procedette da irritato, e non risparmiò saccheggi ed 
incendi. 

Erano tre anni e sei mesi, dacché il longobardo re 
Alboino signoreggiava in Italia, quando avendo egli 
radunati a consiglio in Verona i più distinti suoi uf- 
ficiali, diede ivi a quelli un giorno un lauto pranzo. 
Nell'ardore del banchetto, pieno quel principe di vi- 
vande e di botteglie (3) fece portare in tavola il teschio 

(1) Landulphus senior, apud Murai, t. 4« Rer* Italie. 
(a) Paul. Diac De Gest. Langobard. lib. 2 cap, 27. 
(3) Idem, ibid, cap. 28, 



LIBRO OTTAVO i3 

di Cunimondo re dei Gepidi, padre di Rosimonda sua "**""*'^ 
moglie , da lui stato guerreggiato ed ucciso; il quale J?°P° 
teschio, per galanteria veramente barbarica, aveva Al- ann o 
boiuo fatto legare in oro, ed iuformare siccome calice. jt> 9* 
Presentata la nappa, ributtante natura, la empì di ge- 
neroso valpulsella, e dopo averla non solo saggiata, 
ma cioncata per metà, la porse alla consorte, perchè 
avesse a dividere con esso lui il barbaro tratto ed il 
liquore. Inorridì Rosimonda alla veduta del cranio del 
padre ed al tremendo invito; ma celato scaltramente il 
raccapriccio, si pose alle labbra l'orrido nappo; bevette, 
e mentre bevea, giurò nel profondo dell'animo di nou 
lasciare una tanta barbarie invendicata; uè i venti ra- 
pirono quel giuramento: perchè compressi Rosimonda 
per mezzo di laidi amplessi il braccio di un certo Pe- 
rideo, uomo fortissimo ed audace, fece per quello tru- 
cidare il marito nella stessa sua camera di riposo (i). 
Dopo la giovine ed avvenente principessa, data la mano 
di sposa ad Elmigiso suo scudiero, e trafugato il regio 
tesoro de' Longobardi, mosse a Ravenna, ove compi fra 
non molto di tragica forma la vita. 

§ 7. Morto di così mala maniera Alboino, principe 
che, sebbene conquistatore, aveva non pertanto saputo 
procurarsi ed il rispetto e la benevolenza della più 
parte de' suoi sudditi: radunati in Pavia a consiglio i 
nobili longobardi per eleggerne il successore, di pieno 
consentimento trascelsero Clefo , uno di loro medesimi, 
e dietro la costumanza praticata da quella nazione, 



(1) Agnelli, in vita s. Vetri seniori s episc. Ravenn. edit. Bac- 
chimi, ex typis Cappona , Mulinae , parL 2. Racconta che Al- 
boino fu ucciso: Imperante Instino 1 ann. Vi, jussu uxoris 
suac Rosmtmdae 4 Kal, junias. 



i4 LIBRO OTTAVO 

' non gli cinsero corona alcuna, aia a Ini porsero nella 

JJ°P° destra l'asta adatta a distinguere i loro sovrani, e lo 
anno acclamarono re (1). Accettò Clefo con altissima com- 
^74* piacenza e l'asta ed il solio; siccome però crudele di 
animo e povero di mente, nou seppe guadagnarsi ri- 
nomanza alcuna gloriosa , ma solo tremenda , per le 
crudeltà ch'ebbe ad usare, e singolarmente contro ai 
grandi di Roma. Non domiuò quegli a lungo, perchè 
dopo 18 mesi, dacché era stato elevato al trono, fu 
massacrato da un suo paggio. 

§ 8. Tolto Clefo di vita, ed indispettiti i Longobardi 
delle crudeltà da lui praticate, sdegnosi di più sotto- 
mettersi ad altri re, commisero ai duchi governatori 
delle province loro soggette di continuarne la reggen- 
za: fermo però il patto di proteggere i diritti e la 
tranquillità dei popoli e di conservare unione, onde 
poter ribattere al caso i nemici dello stato. Tale ma- 
niera di longobardico governo durò dieci anni , nel 
decorso de'quali il duca Zabauo ebbe a governare Pa- 
via, Alboinizio Milano, Vallari Bergamo, Evino Trento, 
Grasolfb Cividal del Friuli, Zottone Benevento, Faroaldo 
Spoleti, Alahi Brescia: non mi è però dato di poter 
ripetere il nome dei duchi di ogni città longobarda , 
perchè non ne restano memorie. Fu allora avventurata 
quella provincia, alla quale era toccato un duca di 
buon carattere; ed i Bresciani ebbero a dirsi fortuna- 
tissimi, per avere avuto loro governatore il duca Alahi. 
Sarebbe però strano il credere che tutti que' duchi 
fossero fior di farina; poiché alcuni peccavano d'indo- 
lenza, altri di troppa severità, altri di cupidigia; e, 



(\) Paul. Diac. De Gest. I^an^oh., Uh. 4 cnp. 55. 



LIBRO OTTAVO i5 

quel che è peggio, altri guerreggiandosi scambievol- -' " — 
mente, profondevano il sangue de'popoli e disperdevano ^°P° 
le forze della nazione : locchè giunto a notizia delle pò- anno 
polazioni vicine, tentarouo quelle fra non molto d' in- ^4- 
vadere l'Italia, e d'impinguarsi delle doviziose sue 
spoglie. 

Poiché i Franchi allora signoreggiavano ancora l'Au- 
strasia, avevano soggette fra le altre regioni la Svevia, 
la Svizzera ed il paese de'Grigioni. Carnichi, che era 
un grande di quella nazione, raccolta una buona mano 
di forti, animati tutti da quello stesso spirito, ond'era 
egli incitato, li condusse in alcune valli Trentine (i), 
si impadronì del castello di Anagni, il quale dietro i 
dettami di Culverio (2), è Non, presso il torrente Noce, 
nella valle detta ugualmente di Non. Ragillone duca, 
cioè governatore di que' Longobardi che abitavano le 
costiere del lago di Garda (3), accorse per ribattere 
quegli avventurieri, e tentò di ricuperare a' suoi na- 
zionali l'occupato castello; ma deluso nelle speranze, 
accecato dall' ira, diedesi a saccheggiare i villaggi di 
que' contorni; quando ad un tratto Carnichi lo sorprese, 
percosse la più parte delle sue squadre, e lasciò lui 
medesimo estinto sui campo. Evino duca dei Longo- Anno 
bardi di Trento scosso alla caduta del confratello, alla J ^* 



(1) Paul. Diac. De Gesù- Langohard. ìib. 3 top. 9. 

(•2) Cui veri us, Ital. Ani. Uh. 1 cap. i5. 

(5) Neìle opere di Paolo Diacono è scritto, che Ragillone 
era Comes Langobardorum Lagarae; ed il colto Benedettino 
(Gasparo Beretti in una sua Dissertazioue Cronografia pubbl. 
da Murat. tom. io Rer. Italie, giudiziosamente ha supposto 
adulterato dagli ammanuensi il testo di quello scrittore, e che 
invece di Comes Langobardorum Lagarae ; abbiasi a leggere; 
Comes Langoòardorum Lacus Garaae* 



i6 LIBRO OTTAVO 

- testa di un possente corpo d'armati sì spinse sopra di 

Dopo Carnichi, lo giunse a Salorno sulle sponde dell'Adige, 

anno e dopo l ar g° spargimento di sangue diede a morte 

5^7- quel capitano de' Franchi, sconfisse la maggior parte 

del suo esercito e fugonne il rimanente. 

Frattanto l'ottimo duca longobardo Alahi continuava 
a reggere la provincia di Brescia ed a guadagnarsi pei 
suoi belli per amen ti la considerazione e la benevolenza 
delle governate popolazioni, Aveva egli fatto erigere 
iu Brescia il palazzo destinato alla residenza dei duchi 
e delle magistrature, che era detto la Curia (Curia 
Ducis), il quale, secoudochè ne ricorda Malvezzi (1), era 
eretto alle falde del Colle Cidneo, aveva il prospetto 
di tramontana verso la chiesa di s. Giorgio, quello di 
levante contro il declivio del colle; alluugavasi di molto 
verso meriggio, e le faccie della miglior prospettiva di 
quel palazzo erano le volte ad ostro ed a ponente. 
Dopo la caduta dei Longobardi, tennero stanza in quel 
magnifico edificio i conti governatori della provincia, in- 
viati dai re de' Franchi; ma percosso finalmente dai 
terremoti e dagli incendi, cessò di essere luogo di pub- 
blica residenza, prima che giungesse al mezzo il secolo 
decimo terzo. Il duca Alahi, oltre l'erezione di quel 
pubblico palazzo in Brescia, fece costrurre ancora molte 
fortificazioni intorno alla città, ed alla più parte delle 
castella della provincia (2). 

§ 9. L' imperatore Maurizio succeduto a Tiberio nel 
Anno solio d'oriente > bramosissimo di ricuperare dalle mani 
5k5. c ì e ' Longobardi l'Italia, richiamò a Costantinopoli l'esarca 



(1) Mal veti us, Dislinct. 4 cap. 3i. 

(2) Malvet. DisL 4 cap> 33. Alahis autem Brixiensiàm Dux 
labari, cacteiaque sui j uri s oppi da forti ter municraL 



MI) no 

585. 



LIBRO OTTAVO 17 

Longino, ed inviò il suo ministro Smeraldo a fungerne' 
in suo scambio le veci (1); ma non fu in grado di **°P? 
dargli a seguito un valido corpo di armati, perchè le 
armi persiane l'obbligavano a rattenere nell'Asia gli 
eserciti. Tentò egli perciò di adoperare coutro de' Lon- 
gobardi il braccio de' Franchi, ed inviati ambasciatori 
a Childeberto, re di quella nazione, e mediante l'esborso 
di cinquanta mila scudi d'oro, compronne il soccor- 
so (2). Fatti consapevoli i nobili Longobardi di quel 
contratto si radunarono in Pavia, e dietro maturo con- 
siglio determinaronsi di riunire la nazione troppo smem- 
brata per le autorità particolari di ogni duca, tornando 
ad investire un qualcheduno della potestà regia , del 
quale nuovo eletto non avessero ad essere i duchi che 
semplici governatori; e dietro comune suffragio fu eletto 
re de'Longobardi Autari, figlio del morto Clefo, giovane 
di alti spirili, di animo generoso, e che ebbe ancora 
la sorte di giugnersi poscia in maritaggio con l'illustre 
principessa Teodelinda (3). Assunse Autari di buon grado 
l'addossato impegno, e per uniformarsi al genio italico, 
salì il trono accoppiando al suo il nome di Flavio; 
costumanza che venue poscia praticata da tutti i re 
Longobardi suoi successori. 

Non andò guari che Childeberto scese dalle Alpi ac- 
compagnato da un potente esercito di Franchi; ma 



(1) Ruheus, Histor, Bavenn. Uh* 4. 

(2) Hoc tempore Mauritius Imp. Chìldìperto Francorum Re» 
gi L. M. solidorum per legatos suos direxit, ut cum ex erutti 
super Langobardos irrueret: eosque de Italia exterminaret : 
qui cum innumera Francorum eie. Paul. Diac. De GesL Roììu 
pag. 5io della citata ediz. Aldina. 

(5) Malvet. DisL 4 cap. 32. 

VOL. 11. % 



18 LIBRO OTTAVO 

"""""^ Autari che sapeva di avere quel Prìncipe vendute le 
J?°P° armi ai Greci, non tentò di combatterlo per mezza di 

armati, ma di sensali; e di quella maniera ebbe a prezzo 

A d' oro la sua amicizia . e lo addusse a ricondurre le 

Anno ## b ? 

584 falangi di là dai monti (i). 

Deluso l'imperatore Maurizio per la ritirata dei Fran- 
chi, inviò nuovi messaggeri a Childeberto; domandando 
o la restituzione dei cinquanta mila scudi d'oro o la 
guerra da lui promessa contro de' Longobardi (?). Co- 
nosceva chiaramente Childeberto quanto fosse giusta la 
domanda del greco imperatore, e dimenticando di avere 
venduta l'amicizia ancora ad Autari, per ben due volte 
fra pochi anni discese nuovamente armata in Italia. 
Calato egli la prima volta appena dalle rupi del Ce- 
nisia (3), venne scontrato da Autari ed aggresso cou 
tanta veemenza che, dopo di avere lasciato sul campo 
la maggior parte de' suoi , ebbe a stento la sorte di 
salvarsi fuggendo rapidamente con le reliquie dell'eser- 
cito ne'suoi paesi. Non trascorsero però due anni interi, 
che dietro secreti maneggi fra T imperatore Maurizio 
ed il re Childeberto (4), collegatisi nuovamente i Greci 
ed i Franchi contro de' Longobardi, gli assalirono ad 
un tempo da due opposti lati. L' esarca Smeraldo alla 



Anno 

588. 



A 



nno 



5go. testa delle milizie greche si fece padrone di Modena, 



(i) Paul. Diac. De Gest. Rom. pag. 3 io. — Gregorius Thu- 
ronensis, lib* 6 cap. &. 
(i) Lo slesso Gregor. lib. 8 cap. 18. 

(3) Paul. Diac. De Gest. Langob. lib. 3 cap» 28. 

(4) Veggansi le lettere del re Childeberto all' imperatore 
Maurizio ed a varii altri personaggi intromessi; e le risposte 
alle medesime, pubbl. da Du-Chesne, Scriptor. Rerum Fran* 
cor, tom. 1. 



LIBRO OTTAVO 19 

Parma, Reggio, Piacenza, Mantova, Aitino e fors' anco — ' 
di alcun' altra città. E Childeberto radunati non solo J? P? 
quanti Franchi potè avere abili all'armi in Austrasia, a nuo 
ma chiamate in soccorso ancora lunghe schiere di Ale- ^90. 
mauni, calò dall'Alpi Retiche, e disteso il formidabile e 
rapace esercito invase ogni paese dall'Olona all'Adige, 
e lo diede a sacco; e da alcuni villaggi del Veronese 
e del Trentino, non contento delle spoglie, fece trarre 
ancora in ischiavitù gli abitanti (1). 

§ io. Convinto Autari di non essere in grado di 
ribattere forze così potenti in campo aperto, serrossi 
col miglior nerbo delle sue truppe dentro Pavia; ed il 
duca di Brescia Alahi difese validamente questa città 
al suo ministero raccomandata, e tutte ancora quelle 
castella bresciane, che per le sue attenzioni erano state 
per lo innanzi gagliardamente munite. Ad onta però di 
questo, può ognuno immaginare quanta sarà stata al- 
lora la desolazione dei villaggi aperti di questa pro- 
vincia. Infuriarono quelle schiere in questi paesi circa 
tre mesi: ma sopraggiunto il gran caldo dell'estate, al 
quale i Franchi e gli Alemanni non erano accostu- 
mati, furono colti da così funesta dissenterìa, che ne 
fece una strage assai maggiore, di quanto il longo- 
bardo Flavio Autari avrebbe potuto desiderare di farne 
coll'armi. Per la qual cosa il re Childeberto fu co- 
stretto a ricondurre lentamente le superstiti mal ferme 
e mal conce sue schiere ne' suoi paesi. Uscite erano 
quelle appena dai confini d'Italia, che il saggio Alahi, 
primo longobardo duca e governatore di Brescia, mancò 
di vita. Grati i Bresciani alla memoria di lui e ricor- 



(0 Paul. Diac. De GcsU Langob. lib. 3 cap, 20, 



so LIBRO OTTAVO 

~ ~"* devoli di quanto aveva quel ministro adoperato pel 
P°P° vantaggio della città e della provincia lo piansero, lo 
onorarono di illustri esequie, e sopra al suo sepolcro 
scolpirono in marmo il seguente epitafio, che mi sono 
studiato di volgere in italiano, conservando possibil- 
mente le stesse corruttele del gusto di quel secolo, 
perchè quelli ancora che non sanno di latiuo, possano 
conoscere quanto barbaramente si scrivesse a quetempi. 

« Qui il Duca Alahi è in tomba — alta colomba, 
h Uomo prudente — e Prence assai studente 
>» Perchè Brescia fiorisse — ed aderisse 
*• A pace, e in sorte — ebbe cristiana morte (r). 



Anno 
090. 



§ 11. In quel medesimo torno di tempi il re Flavia 
Autari infermò in Pavia, dove mance di vita il gior- 
no 5 settembre. Gli scrittori di Romagna e di tutta la 
meridionale Italia lo hanno lasciato bruttamente di- 
pinto (2), perchè le ostinate resistenze di que'paesi ai 
suoi conquisti lo avevano ivi sforzato ad atti violenti; 
cosi però non lo ha dipinto Giovanni vescovo di Trento, 
dal quale Paolo Diacono ha tratto la più parte dei 
materiali della sua opera delle Gesta de' Longobardi; 



(1) » Hic est in tumba — Alahìs Dux alta columba 

»» Fuit Viv prudens — et Princeps optime studens 
»» Ut Bri zia fiorerei — et paci pulchrae adhaererct, 
m Christiana qui morte — gaudet maxima sorte. Epitaf. 
rapportato da Biemmi, Stor* Bresc. tom. \ f. 025. 

(2) Fra quanti ne lasciarono negre memorie, basti il ponte» 
fice Gregorio Magno, scrittore coetaneo, il quale ne' Dialoghi 
ed in alcune epistole è giunto a nominarlo: Nephandissimus 
Autharit; e basti per quelli che ne hanno lasciato huone ri- 
cordanze, Giovanni vescovo di Trento, altro scrittore sincrono. 



LIBRO OTTAVO 21 

perchè aveva avute quel vescovo piti vicine agli occhi t ZE ? mmmm 
le province superiori al Po, le quali non avendo date J? ^ 
ad Autari cause di vendetta, ebbero a compiacersi anno 
della sua clemenza e della sua equità. ^9*' 

I più distinti fra i Longobardi, i quali conoscevano 
pienamente il beli' animo e le alte virtù della bavara 
principessa Teodeliuda, vedova del morto Autari, a 
lei si presentarono, le promisero sommissione come a 
sovrana, e lei stessa autorizzarono a scegliersi consorte 
quello che più potess' ella credere acconcio a governare 
il regno, e che ugualmente a lei tornasse in grado. 
Kon isbagliarono que' magnati in raccomandare a Teo- 
delinda un taulo affare; lo accettò quella, inanimata 
da ardentissimo desiderio del pubblico bene, e dietro 
consiglio che ella prese da saggi amici, si elesse a 
compagno del talamo e del trono il duca di Turino 
Àgiolfo, principe e del trono degnissimo e del suo 
letto nuziale (1). 

Agiolfo, dopo di avere sposata Teodelinda , venne 
coronato in Milano, mentre scorreva il maggio del 5qi, Anno 
e fu usala la prima volta in queir occasione la corona 
detta di ferro; la quale è stata poscia considerata sic- 
come simbolo della fermezza e della attività: della fer- 
mezza per la forza del metallo onde è composta; della 
attività, perchè il ferro arrugginisce, se lasciasi inope- 
roso: sebbene però diasi a quella il nome dì corona di 
ferro , ciò non fassi di buon proposito , perchè 13 è 
d'oro, né altro ferro le è interposto, che un piccolo 
cerchietto interiormente. Quella corona è stata poscia 



(1) Malvezzi scrivendo di Agiolfo lo ha detto: tam forma, 
quam animo ad Regni gubernaculà coaptus (Dist. £cap.5j). 



22 LIBRO OTTAVO 

'— — — custodita in Mouza nel magnifico tempio dedicato al 

p°P° s. Precursore; venne usata in poi onde cingere le tem- 

anDo pie di ogni regnante od imperante l'Italia; e negli 

$9 J * ultimi tempi è stata trascelta ancora a distintivo di un 

ordine equestre. 

§ 1 2. Aveva cinto appena Agiolfo il serto reale, che 
mosso da un vero ardore di patria carità diede un 
grosso peculio ad Agnello vescovo di Trento, e lo in- 
viò a Childeberto re de' Franchi, perchè avesse da 
quello a riscattare gl'infelici che aveva egli tradotti 
schiavi da molti villaggi del Veronese e del Trenti- 
Anno *>o (i). Dietro gli eccitamenti di Teodelinda sua cou- 
^99' sorte ripudiò la setta degli ariani, nella quale era 
stato educato, abbracciò il cristianesimo, fece ampie 
donazioni alle chiese (2), e tornò al primiero decoro 
que' vescovi che giacevano depressi. Per meglio assi- 
curare la tranquillità alla nazione, oltre di avere fer- 
mata pace coi Franchi, segnò trattati di amicizia con 
Carcano re degli Avari e degli Slavi, principe poten- 
tissimo, e che signoreggiava allora anche le falde orien- 
tali dell'Alpi Giulie, e fermò strette aderenze ancora 
coli' esarca del greco imperatore in Ravenna, Callinico. 
Ma un così bel sereno ben presto intorbidò. Gli abi- 
tanti le province prossime a Brescia, incitati dai duchi 
loro governatori, diedero a ribellione. Saranno stati 
forse sospinti a tanta fellonìa anco i Bresciani; ma, 
perchè animati da fermi principii ed accostumati a fe- 
deltà, come, trapassata ogni altra memoria, vivamente 



(1) Paul. Diac. De Gest. Langob. lib. 4 cap. 1. 
{1) Idem, ibicL cap. 6. Agiuìphus .... Catholicam fidem te 
nuit, et multas possessiones Ecclesiae Christi largitus est. 



LIBRO OTTAVO 23 

ne lo ricorda la fermezza, con la quale sostennero i patii ==== 
giurati ai Romani, quando erano guerreggiati dal carta- ®°P° 
giuese Annibale; sebbene egli fossero incitati e farse ancor anno* 
minacciati dalle sommosse prossime province, osservarono ^99. 
intemerato il giuramento prestato ai principi longobardi, 
ne punto declinarono dalla promessa e giurata fedeltà. 
Irritato il re Agiolfo da quelle ribellioni si spinse ra- 
pidamente contro Gaidolfo duca di Bergamo, che aveva 
mossa a sussulto quella provincia, fiaccò le creste dei 
rivoltati, e dannonne all' ultimo supplizio lo stesso Du- 
ca (i). Ebbero fine uguale Yernecauzio duca de' Lon- 
gobardi di Pavia, e Zaugrulfo di Verona; ma nel punto 
che adoperavasi quel principe onde rimettere a som- 
messioue le province rivoltate, ed a castigarne gli au- 
tori, l'esarca di Ravenna Callimaco, operaudo da vero 
greco, colta l'occasione favorevole e violali i giura- 
menti di pace, ruppe impetuoso contro Parma, città 
che era allora soggetta a' Longobardi , la soggio- 
gò, daddove fra gli altri si trasse dietro prigionieri 
il duca di quella città Godescalco e la illustre sua 
eposa, che era figlia dello stesso re de' Longobardi 
Agiolfo (2). 

Soprappreso il principe longobardo dall' inaspettato 
tradimento e sospinto naturai meute ad ira, ruppe iti 
sulle prime di tutta violenza contro Padova, la vinse, 
la smantellò, indi volte le armi contro all'esarca, di 
sì fatta maniera lo percosse , che ebbe in breve la si- 
gnoria di tutta Italia, trattane Roma ed i suoi dintorni, 



(1) Paul. Diac. De GesL Langob. lib. 4 cap. |5 et 16. 
(?) Agnelli us, in vita Marinìani Episc. Ravcnn. part* i p* 2o5 
edit. Mutinac, apud Capponi um. 



*4 LIBRO OTTAVO 

— J Venezia, Ravenna ed alcune altre città dell'esarcato. 
R°P° Per quelle guerresche combustioni furono Mantova e 
anno Cremona pressoché diroccate (i). Così le rivoluzioni ed 
^99- i tradimenti sforzarono all' ire ed alle vittorie un prin- 
cipe desideroso di pace. 

§ i3. La mala fede dell'esarca Callimaco e le po- 
steriori sue perdite addussero la corte imperiale a ri- 
chiamarlo a Costantinopoli; la quale spedì ad adem- 
pirne le veci quello stesso Smeraldo, che era stato altra 
volta esarca (2). A quei nuovo greco governatore il 
longobardo Agiolfo concedette un anno di tregua, me- 
diante però l'esborso di trecento libbre d'oro; la quale 
tregua fu di anno in anno rinnovata , comperandoci 
successivamente dai greci ad annuo uguale prezzo (3). 
Mentre dominò Agiolfo, la provincia di Brescia continuò 
Anno a godersi prospera tranquillità; la ebbe, è vero, motivo 
di palpitare l'anno 611, quando gli Avari discesi dal- 
l'Alpi Giulie minacciarono d'irrompere per tutta Italia: 
ma per buona ventura, dopo devastato il solo Friuli, 
furono costretti a rivalicare i monti ed a restituirsi ai 
loro casolari (4). 

In que' tempi per opera del s. vescovo Anastagio 
venne fatta erigere in Brescia l'antica basilica di s. Pie- 
tro in Duomo, che era chiamata la cattedrale estiva, 



(1) Et propter ipsam iram civitas Cremona a praedicto 
(da Agiolfo) capta et destructa est Hege t et Mantua nimis 
vexata est, et dirupici* Agnellius, ubi sup. 

(1) Paul. Diac. lib. 4 ca p' 26. 

(5) Fredegario, in Ckronic. cap. 6g, considera come annuo 
tributo Ja somma pagata dai Greci ai Longobardi per riono- 
vare di anno in anno la tregua. 

(4) Paul. Diac. lib. 4 cap. 58. 



LIBRO OTTAVO *5 

e sopra le roviue della quale è stato fabbricato il ■ 

Duomo nuOVO (i). Dopo 

ce 
Finalmente Agiolfo dopo 25 anni di regno morì, al 

quale succedette il figlio Adoaldo , che per essere di 
soli i3 anni veune raccomandato alla tutela di sua 
madre, l'illustre regina Teodelinda. Tenne quel prin- ^ n r° 
cipe il trono de' Longobardi oltre dieci anni, e per 
tutto quel lungo tratto godettero i Bresciani e gli abi- 
tanti le prossime province felicissima tranquillità. Le 
armi persiane che percuotevano a que' tempi i sovrani 
d'oriente nelle regioni imperiali dell'Asia, e che giunte 
sino in Palestina avevano occupato Gerusalemme, sman- 
tellati i più nobili templi di quella città, e fatto ivi 
quanto di male adoperar mai potevasi da genti pagane 
ed inferocite (2), erano per avventura la causa della 
quiete d'Italia; perchè gli augusti di Grecia, che nu- 
drivano aspri rancori contro de' Longobardi, essendo 
costretti a volgere in oriente quante più armi potevano, 
mancavano contemporaneamente di quelle milizie, che 
avrebbono ben volentieri dirette agli esarchi, perchè 
le avessero a volgere contro di questi paesi. 

La regina Teodelinda dopo di avere saggiamente go« 
vernato la Bresciana e le altre province longobarde per 
nove e più anni, siccome tutrice di Adoaldo suo figlio, 
compì naturalmente i suoi giorni in Monza, nella quale 
città ebbe onoratissinia tomba (3). 



(1) Ciò è chiaro dall'Historiola RidulfiNotarii p. 21 scoperta e 
puhbl. da Biemmi in fronte al t. 2 della sua Storia di Brescia. 

(2) Chronic. Alexandriuum. — Leontius, in vita s. Jcrannis 
Eleemosiniarii. 

(5) Galvaneus Fiamma, Manip. Florum, apud Murai Ioni. 11. 
Ber. Italie» 



26 LIBRO OTTAVO 

— — ■ Quella piissima principessa aveva fatto erigere ia 
Dopo Brescia presso al luogo dove ora zampilla la fontana 
anno della piazza darmi, ovvero del duomo, una magnifica 
6i5. chiesa, dedicata a s. Gio. Battista, costrutta di maniera 
rotonda, lavorata dietro il gusto longobardico, la quale 
ha per lunghi secoli servito ad uso di battisterio ge- 
nerale di tutta la città (i), e quella chiesa è stata de- 
molita l'anno 1624, cioè quando i Bresciani ampliarono 
e diedero miglior ordine a quella piazza. 

Sciolto Adoaldo per la morte di sua madre Teode- 
liuda dai vincoli di tutela, o per dir meglio, di ubbi- 
dienza alla consueta autorità della genitrice, prese a 
governare liberamente il suo regno; ma per mala ven- 
tura dopo alcuni mesi perdette il senno: e non pur 
sapendo che si facesse, dannava a morte l'uno dietro 
all'altro personaggi i più illustri, i più saggi e di 



(1) Solazio, Prospero Martinengo, Rossi, Stor. Mss. t Biemmi, 
Gradenigo, ne rammentano due lapidi, una delle quali ricorda 
Ja costruzione, e l'altra la consecrazione di quella chiesa, la 
prima è questa, 

X • D • N • F • THEODELINDA 

EDIFICARE - FECIT • HOC . BAPTISTERIVM 

VIVENTE • D • N • F • AG1VLPHO • X. 

e l'altra è la seguente, 

X • D • N • F • THEODELINDA 

CONSECRARE • FECIT • HOC • BAPTISTERIVM 

VIVENTE • D • N ■ F • ADOALDO 

S • S • S • CCCCCCXVI. 

I tre S.S.S. di questa seconda, che per consenso degli eruditi 
significano Sacro , Salutis, Seculo , sono uno dei più antichi 
documenti, che dimostrino usata V epoca della Redenzione nei 
monumenti lapidari. 



LIBRO OTTAVO 27 

ogni mal' opera iunocentissimi; per la qual cosa, rac- 



coltisi a consiglio i magnati della nazione, lo deposero Dopo 
ed elevarono in sua vece al trono Arioaldo duca di a \ Uì ^ 
Turino (1). <j- >(i - 

g i4- Nulla rapportano gli antichi scrittori di quanto 
Arioaldo abbia operato in vantaggio od iu danno delle 
province longobarde pel decorso di circa undici anni 
che egli ebbe a dominarle; e quel silenzio è una ri- 
cordanza certissima che non ebbero quelle per tutto 
quel lungo stadio a sofferire agitazioni interne od at- 
tacchi ostili. Gundeberga donna che e per gli altissimi 
natali e per la vigoria degli anni e per le belle for- 
me e per il bel cuore consideravasi adorabile, era sposa 
insieme ed amica di Arioaldo. Un impiegato di corte, 
che nomavasi Adaulfo , se ne accecò di maniera che, 
bandito ogni riguardo, ebbe un giorno V imprudenza 
di tentarne la pudicizia. Rabbrividì Gundeberga alla 
esecranda proposta, e tinta d'ira e di rossore le gote 
lo ripulsò sdegnata, persuasa di confidare alla prossima 
occasione al re suo sposo il perfido attentato del cor- 
tigiano; ma quello che erasi già di ciò avvisato, e che 
prevedeva quale aspro castigo sarebbe stato dannato 
a subire 5 domandò sollecitamente ed ottenne dal re 
Arioaldo uua udienza secreta, nella quale, inventata 
una calunniagli raccontò: che la sua moglie Gunde- 
berga era innamorata di Tasone duca del Friuli, e 
che era ricorsa a lui medesimo, onde studiare i mezzi 
di avvelenare il re marito , e procurare a quel duca 
la corona. Prestò cieca fede il re Arioaldo a quella 
negra imputazione, e senza commettere alcuna disamina, 



(1) Paul. Diac. Uh. 4 cap. 4i* 



28 LIBRO OTTÀYO 

""""""" Fece chiudere issofatto in carcere la consorte. Stette la 
Dopo misera serrata per circa tre anni nel fondo di una 
anno torre della rocca di Lomelo; quando Dagoberto re dei 
626. Franchi (1), che era parente di quella sciagurata, fece 
per mezzo di alcuni suoi messaggeri domandare ad 
Arioaldo informazioni relative alla cattività di sua cu- 
gina. Trapassarono fra que' due re sopra di tale rap- 
porto varii dispacci: finalmente, siccome solevasi a quei 
tempi tentar di conoscere la reità o l'innocenza, usando 
le prove dell'acqua fredda o calda, dei carboni o dei 
ferri arroventati, e più di sovente assai, quella della 
monomachia, cioè del duello, uno dei messaggi di 
Dagoberto propose ad Arioaldo quest'ultimo mezzo, onde 
imprendersi un nuovo giudizio di Gundeberga; ed 
Arioaldo lo accettò. Il cortigiano Adaolfo, che era stato 
l'imputatore della infelice, presentossi a sostenerne col 
brando la reità, ed un francese detto Pittone esibissi 
ugualmente a difenderne V innocenza. Scesero nell'agone 
ambi i campioni, ed alla presenza di una lunga schiera 
di Franchi distintissimi che avevano accompagnato Pit* 
tone, della più parte della nobiltà longobarda e di una 
immensa turba di popolo, sguainate i due atleti le 
spade, e dato il segno, dopo breve maneggio cadde 
. l'infame calunniatore trafitto. Alla caduta di quello > 

63o. adorato pubblicamente, siccome allora praticavasi, il 



(1) Il cronista Fredegario (Chronic. cap. 5i ) raccontando 
questo fatto ha presi due sbagli; il primo ove ha detto: che 
Tasone imputato complice di Gundeberga era duca di Toscana, 
mentre lo era del Friuli, come lo ha dimostrato Muratori 
(AnnaL ann. 629 ); e l'altro, scrivendo che il re deVFranchi 
che ne assunse la protezione, era dotano II, poiché quel Ciò* 
tario allora era già morto, e regnava il suo successore Dagoberto. 



LIBRO OTTAVO 29 

giudizio di Dìo, fu sciolta immediatamente Guudeberga S 

dalla carcere, rivestita dei primieri addobbi, e resti- ^°P° 
tuita al fianco del regio consorte. Ho voluto raccontare anno 
questo avvenimento, non perchè appartenga di filo alle ^o. 
patrie storie, ma solo onde presentare una ricordanza 
delle sciocche costumanze che a que' tempi si pratica- 
vano. Mentre il re de'Longobardi Arioaldo siguoreggiava 
queste province, Maometto pubblicò in Arabia le sue 
dottrine, e coli' astuzia e colle imposture e coli' armi 
diede largo principio alla religione de' Turchi. 

§ i5. Mancò fra non molto Arioaldo di vita, e la 
ben veduta ed accorta vedova Guudeberga, dopo di 
essersi assicurato il voto del maggior numero de* pos- 
senti della sua nazione a favore di quello che avesse 
ella a sciegliersi a nuovo sposo, ed a loro proporre in 
nuovo re, spedì un messo a Rotari duca di Brescia, 
sollecitandolo a presentarsi a lei. Quel duca di Brescia 
era uomo di bell'aspetto, nel fiore dell'età (1), forte 
di braccio, d'animo intraprendente, ma di setta aria- 
no, e da alcuni anni congiunto con altra donna in ma- 
trimonio. Udito eh' ebbe egli appena il messaggero della 
vedova regina, mosse rapidamente a Pavia, ed a quella 
si presentò: lo accolse Gundeberga ad udienza secreta, 
ed in materia così dilicata, sdegnosa della interposi- 
zione di chicchessia , ed avvenente qual era e di ma- 
niere lusinghevoli adornata, di proprio labbro si pro- 
pose a lui in isposa, ed esibigli insieme il solio dei 
Longobardi, purché avesse a ripudiare la prima mo- 
glie ed a giurarle intemerata fede e rispetto. 1/ ansia 

(i) Siccome apparisce dalla data del Codice Longobardo, del 
quale si avrà presto a parlare, il duca di Brescia Rotali non 
aveva allora che soli treut' anni. 



3o LIBRO OTTAVO 

— — ■« di un trono e di un talamo forse più giocondo del 

Dopo p r J mo non lasciò che il duca di Brescia Rotari sostasse a 
titubare un istante; ma ripudiata prontamente la prima 
moglie, giurò quanto Gundeberga desiderava ed in 
quante chiese ella il couduceva a ripetere il giura* 

J 1 !? mento; poi datale la mano, quantunque non pochi grandi 
si opponessero alla sua promozione, fu assunto al tro- 
no; e le prime sue operazioni furono volte a prendere 
vendetta di que' nobili che avevano osato opporsi al- 
l' alto suo elevamento, e di riavvivare lo spirito della 
milizia, che pei lunghi riposi erasi di molto infingardito. 
§ 16. Bramoso poscia di allargare i confini dello 
Stato, rifiutossi di più oltre concedere agli esarchi di 
Ravenna la tregua, che dietro annuo prezzo avevano 
da lungo tempo loro accordata i suoi antecessori. Rotta 
per questo la guerra ai Greci, spogliolli fra non molto 
di tutte le città che quelli occupavano aucora lunghesso 
le riviere della Liguria; e di tale maniera aggiunse 
alla signoria de' Longobardi Albenga, Varigotti, le ro- 
vine della quale hanno poscia dato i materiali per la 
costruzione di Noli, Savona, Genova e tutta la restante 

," n0 costiera sino a Luni. Contento allora degli avuti con- 
quisti, rinnovò la tregua coi Greci, tornò alla corte, e 
dietro l'esempio di Dagoberto re de' Franchi, il quale 
poco iuuauzi aveva procurata la compilazione delle 
leggi Franciche, Alemanne e Bavare, la quale esiste 
ancora emanata dal Lindebrogio e dal Baluzio, diedesi 
a tutt' uomo a raccogliere ed ordinare le leggi Longo- 
barde, e compiutane la raccolta la pubblicò in Pavia (i), 



(1) Cosi soscrisse Rotari la Raccolta delle leggi longobarde: 
Anno Dco propuiantc Regni mei octavo, aetatisque 38. Itf 



LIBRO OTTAVO 3i 

commettendo che le cause cominciate dal giorno 22 no- 5555 ^ 5 ^ 
vembre 643 in poi dovessero essere giudicate dietro le p°P? 
norme di quella compilazione, alla quale egli diede il anno 
nome di editto. Dalla maniera onde venne firmato quel ^'* 
codice si viene a conoscere con piena certezza, che i 
re longobardi non godevano sopra alle soggette popo- 
lazioni una autorità assoluta; ma temperata dal con- 
senso dei primati, dei giudici e dell'esercito: poi- 
ché Rotari, soscrivendolo, liberamente confessò di ciò 
operare per il bene della nazione, e dietro consiglio 
e consenso dei primati, dei giudici e delle mi- 
lizie (1). 

Dopo che ebbe Rotari pubblicata la raccolta delle 
leffffi longobarde tenne il trono ancora circa nove au- 
ni, nel decorso dei quali e la provincia di Brescia e 
tutte le altre iusieme che erano sommesse al regno di 
lui godettero le prosperità della pace. Quel re final- 
mente mancò di vita , e quantunque di setta ariano , 
venne sepolto in Monza nella chiesa cattolica deificata Anno 
a s. Gio. Battista, 652 - 



diL 2 et post adventum in Italiani Langobardorum anno 76 
Ticini in Palatio. Il dott. Bianchi dietro un testo dell'Ambro- 
siana, ha pubblicato tal cosa, in Notis ad Paul. Diac. lib. 1 
cap. i4< E dietro altro testo della Estense, l'ha prodotta Mu- 
ratori, tom. 1 Script. Rer. Italie. 

(1) Così quel re sottoscrivendo aggiunse:.... Leges Patrum 
nostrorum, quae scriptae non erant, condidimus , et prò co* 
munì omnium gentis nostrae utilitate expedivimus, partim Consi^ 
Ho, partim consenso, cum Primates, Judices > cunctumque Jfeli» 
cissimum exercitum nostrum, augentes constituimus , in hoc 
membranaceum scribere jussimus eie Veggansi le edizioni 
dell'editto longobardico prodotte dal dott. Bianchi e dal Pro- 
posto Muratori citate» 



3* LIBRO OTTAVO 

===5 § 17. Perdette Brescia per la morte di Rotari un 
^°P° sovrano, che E amava a distinzione di ogni altra città 
anno longobarda, perchè innanzi di essere elevato al trono, 
65a - ne aveva governato il ducato; e tutto il regno insieme 
perdette un monarca che aveva saputo distendere i 
confini della uazione coll'armi, renderla presso ai vicini 
rispettata e temuta, giovare alla giurisprudenza e proteg- 
gere la pace. Dopo di lui fa promosso al trono suo figlio 
Rodoaldo, il quale, secondo viene affermato dall'autore 
anonimo di una Cronichetta sincrona (1), non signoreggiò 
che sei mesi, per quanto, e ciò forse per isbaglio de'copi- 
sti, ne venga diversamente raccontato da Paolo Diacono; 
né lasciò quel sovrano altra memoria di sé, che quella 
di essere stato pugnalato da uno sposo , che ardì ven- 
dicare francamente gl'insulti recati dal re al suo talamo. 
A Rodoaldo succedette uno di Baviera, cugino della 
defunta illustre regina Teodelinda, nominato Ariberto. 
Era quegli buon cattolico, trattò umanamente le sog- 
gette popolazioni, ed ebbe caldissimo ardore di erigere 
templi, di adornarli di preziosi arredi, e di arricchirli 
di larghe possidenze. Fra le chiese fatte costrurre da 
lui è celeberrima la basilica del s. Salvatore, ch'egli 
fece innalzare fuori della porta occidentale di Pavia, 
nella quale dopo otto anni ed alcuni mesi di pacifico 
Anno re g n o venne ancora sepolto (2). Ma il poco accorgi- 
mento, ovvero la troppa figliale tenerezza di quel re 
lo aveva prima di morire addotto ad un'azione piena- 
mente contraria ai principii di una saggia politica e 
per conseguenza al bene de' suoi popoli. 

(1) Regnavit Rodualdus mensibus Vi Chronic Langobard. 
apud Murat. Rer. Italie, Script. 

(1) Paul. Diac. De Gest. Langob. lib. 4 cap. 5o. 



LIBRO OTTAVO 33 

Aveva egli due figli, Bertarido e Godeberto, e per-SHSfiS" 
che gli amava ambedue di una tenerezza tale, che l>°p° 
soperchiava l'amore ch'egli doveva alla stessa nazione, lìtwo 
bramoso che avessero a cingere ambedue contempora- ^6o. 
neamente la corona, fece ad essi divisione dello stato. 
Una nazione unita è rispettata, perchè nell'unione è la 
forza: divisa è iuconsiderata od aggressa, perchè sce- 
mata della metà della potenza; ed in quella occasione si 
aggiunga che il regno de'Lougobardi venne allora per 
le male disposizioni di Ariberto raccomandato a due 
fratelli rivali, ed esposto necessariamente ad intrinse- 
che combustioni. 

Bertarido, il primogenito di que 9 due, teneva le stanze 
in Milano; suo fratello Godeberto in Pavia. Non sapeva 
darsi pace il primo al vedersi diviso col secondoge- 
nito il regno. E lagnavasi frattanto Godeberto, perchè 
dicevasi danneggiato nella partizione dello stato. Non 
mancarono perfidi cortigiani a fomentare quelle discor- 
die; cosicché non andò molto, che que' due fratelli do- 
minanti passarono dalle dissenzioni all'armi* Godeberto 
chiamò in soccorso Grimoaldo duca di Benevento, che 
era un capitano valorosissimo, ed a lui promise in 
compenso una sua sorella in isposa. Non istette quel 
principe beneventano ad aspettare un secondo eccita- 
mento; ma preso da un' idea di tradigione, fattosi se- 
guitare da numerose schiere, volò a Pavia, dove invece 
di prestare a Godeberto il domandato soccorso, lo uc- 
cise, occuponue la reggia ed i dominii; indi volse 
a Milano ansioso d'impadronirsi ancora della porzione 
del regno longobardico dominata dall'altro fratello* 
All'approssimarsi di Grimoaldo e de' suoi forti a Mi- 
lano, trepidò il re Bertarido dalla paura; e non pur 
pensando a trarre con se a salvamento la moglie 
Yol. II. 3 



34 LIBRO OTTAVO 

"—^yRodcliiicla ed il pargoletto figlio Ramperto, fuggi in 

Dopo Panuonia. dove raccomandossi al re degli Avari. 

( » C . 

attuo Fuggito Bertarido, entrò il traditore duca Grimoaldo 

660. pacificamente in Milano: fra pochi giorni ebbe soggetta 
ogni provincia che era per Io innanzi da quello go- 
vernata; e poco dopo dalla dieta generale de' Longo- 
bardi raccolta in Pavia, fu di pieno consenso procla- 
mato re di quella nazione. E così quindici mesi soli 
dopo la morte di Ariberto, ebbe egli solo quel trono, 
che il troppo tenero padre aveva sconsigliatamente di- 
viso a' suoi figli (i). 

Se non fosse stato Grimoaldo macchiato dalle ma- 
niere proditorie, per le quali aveva usurpato il reguo, 
per le belle azioni che egli esercitò dovrebbe essere 
gloriosamente raccomandato alla memoria de 5 posteri. 
I tratti suoi generosi, le accoglienze oneste e liete, ed 
i premi* eh' egli donò agli stessi nemici suoi, quando 
si erano distinti per fedeltà verso' ai propri loro so- 
vrani, ne lo lasciano commendato. Regnava egli ancora, 
Anno q aan do e la provincia di Brescia e molt' altre vicine 
665. furono da una terribile pestilenza desolate (2). 

§ 18. Il Re de' Longobardi Bertarido, che per la 
paura di Grimoaldo era fuggito, ed era andato a pren- , 
dere rifugio in Paunonia presso a Carcano re degli 
Avari, passò in frattanto da quella corte a quella di 
Ctotario III re di Borgogna, dove supplicata protezio- 
ne, venne esaudito. Clotario spedì un'armata in Italia, 
perchè avesse a guerreggiare Grimoaldo, ed a sostenere le 
parti del suo protetto; ma avvisato Grimoaldo di quelle 



(1) Malvet. Disi. { cap. 49. 

(-2) Ikda, ìlistor. Anglic, tib. 4 cap. 1. 



LIBRO OTTAYO 35 

mosse appose agguati alle irruenti schiere francesi, le— -zzzzrz 
avviluppò nelle vicinanze di Asti, e quasi pienamente D°P° 
le sperdette. Superò poscia Grimoaldo con eguale for- ari no 
tuna altre forze spinte contro il suo regno dal greco 66*5. 
imperatore Giustino e da Agone duca del Friuli; poi 
diedesi ad emendare alcune leggi longobarde di quelle 
raccolte nell'editto pubblicato da Rotari, onde ren- 
derle possibilmente adatte al carattere degli Italia- 
ni (i); ed a quella nuova raccolta ne aggiunse pur 
molte di nuove. 

Ne' primi anni che si era intruso quel principe nel 
trono de' Longobardi, era Brescia governata da Mar- 
quardo, personaggio piissimo, per opera del quale duca 
venne formato il disegno, gettate le fondamenta, e tratta 
ancora molto innanzi l'erezione della celeberrima basi- 
lica di Brescia, detta la rotonda, ovvero il duomo 
vecchio: basilica che bella esiste ancora, che porge al- 
l'occhio dell'osservatore tutti i caratteri dell'architet- 
tura longobarda , e che è pubblicamente considerata 
siccome una delle fabbriche più cospicue, che erette 
in quell'ordine si veggano ancora in tutta Italia. Man- 
cato di vita Marquardo, innanzi che avesse potuto re- 
care a termine quella basilica, Frodoardo suo figlio, 
il quale fu duca di Brescia dopo di lui, l'addusse a 
compimento; e mercè ancora dei soccorsi che egli ebbe 
per tale oggetto dallo stesso re de' Longobardi Gri- 
moaldo, di preziosi arredi e di larghe elargizioni la 
arricchì (2). Non è però di presente quella basilica 



(1) Veggasi il Prologo, Legum Langobardor. apud Murai» 
tom. 1 Ber. Italie, 

(n) Ridulphi Molarii Historiola scoperta e pubbl. da Biem- 
mi pag. i5 così si esprime; Quum audirct quam bone recor» 



36 LIBRO OTTAVO 

perfettamente quale era stata m sulle prime edificata; 
, 1\° perchè il presbiterio ed il coro le sono stati aggiunti 
anno presso la metà del secolo XIII ; e dopo sono state a 
{J{JJ ' queJla basilica costrutte le due cappelle laterali, nell'una 
delle quali s-i conservano le Santissime Croci, e nell al- 
tra si adora Gesù Cristo in Sacramento (i). 

Sopra i piloni che servono di sostegno alla porta 
maggiore ed al pulpito di quel tempio, dai quali 
rappresentasi un perfetto e solidissimo quadrangolo, 
era fabbricata una torre, alta cento diciotto braccia 
bresciane, non compresene le fondamenta, tutta este- 
riormente costrutta di pietre elaborate, la qual torre 
percossa da alcuni trambusti di terremoto, presso la 
metà del secojo XVII cominciò a significare pericoli; e 
finalmente ad onta di tutti i ripari procuratile dai cit- 
tadini, due ore innanzi il tramonto del sole del lune- 
di 5 marzo 1708, rovinò; ma siccome cadde a per- 
pendicolo, non recò che leggierissimi danneggiamenti (2). 
L'usurpatore del regno de' longobardi, il duca di 
Benevento Grimoaldo, dopo di essersi altamente di- 
stinto per la sconfitta eh' egli seppe dare nelle vi- 
cinanze di Asti alle milizie che Clotario re di Borgo- 



dationis essent nomina Ducum Marquardi, et Frodoardi, quo* 
rem unus inerperat aedi/ìcare e fundameniis, et filius per/c- 
cerai grandem et celeberrimam civitatis Basilicam, et cui mu- 
lterà, et adjutoiium Rex Grimo aldus eliam contulerat. 

(1) Carlo Ab. Doneda Bresc. Qpusc. Mss. intitolato : Alcune 
Notizie della Chiesa Cattedrale di Brescia, trascritto da Zam- 
boni, ed esistente nel suo volume di Miscellanee A fogl. 5 e 
seg. eh' io conservo. 

(2) Giulio Antonio Averoìdi, Mss. intitolato: Alcune Notizie 
della Chiesa Cattedrale di Brescia, trascritto ed esistente nel 
sopraccitato volume Zamboniano A. 



LIBRO OTTAVO 3 7 

gna aveva spedite in Italia a soccorso del profugo re ~ l "~' 
de' Longobardi Bertarido; dopo di avere percosse le pPf 
soldatesche dell'esarca di Ravenna, spinte contro di 
lui dal greco imperatore Giustino, e di avere rotte an- 
cora le creste all'armata di Agone duca del Friuli, 

cadde infermo, e dopo circa nove anni di regno, pel 

v i j i Anno 

riaprimeuto di un salasso, mentre dormiva, passo ad g 

altra vita. 

§ 19. Il ramingo re Bertarido avuto appena avviso 
della morte di Grimoaldo, dalla corte di Borgogna si 
avviò rapidamente agli ultimi confini tra la Francia e 
l'Italia; e di là mandò a Milano un suo fido, onde 
averne certa contezza. Stava egli ancora desiderando 
ansiosamente risposta del ricercato, quando toroògli lo 
spedito messaggero, accompagnato da una lunga comi- 
tiva di nobili Longobardi, da molti ufficiali di corte 
e da un apparato convenevole per ricondurlo al trono. 
Mandò Bertarido allora lagrime di esultanza, accolse 
il generoso invito, e dietro a quegli illustri messaggi 
restituissi a quel trono, dal quale era stato profugo 
sì a lungo. 

Era Bertarido di sentimenti pacifici, di religione catr 
tolico, e sospirava indefessamente il bene delle soggette 
popolazioni: per essere animato da tali caratteri, egli 
procurò agli abitanti le province una felicissima tran- 
quillità, e quelli lo amavano con vera tenerezza figliale. 
Erano otto anni, dacché aveva egli ricuperato il trono, 
che dietro consenso della dieta generale dello stato, 
dichiarò il figlio Cuniberto suo collega al solio (1). 
Dopo quella associazione del padre e del figlio al re- 

(1) Paul. Diac. De Gest. Langobard. lib. 5 cap, 3.5. 



38 LIBRO OTTAYO 

Sfigg girne de' Longobardi, continuarono ancora queste pro- 
Dopo v; nC e a godere per alcun tempo prospera pace; quando 
anno Alachi duca di Trento, personaggio irrequieto, intra- 
67*. prendente e valoroso, rotta guerra di suo capriccio al 
priucipe di Baviera , le giurisdizioni del quale giu- 
gnevano allora sino a Bolzano , ebbe sopra di quello 
una sanguinosa vittoria. Insuperbito Alachi di quel 
trionfo, e fatto indignante di ogui ulterior sommissione, 
ribellossi al re de' longobardi, e prese a fortificarsi in 
Trento. Non ommise Bertarido di usare ogni mezzo 
possibile, onde ribattere gli attentati di quel sommosso; 
e raccolto Y esercito, lo condusse nella provincia di 
Brescia, indi per le vie del veronese tradottolo in 
Tirolo, scbierollo intorno a Trento, e strinse di 
assedio quella città. Ma quantunque il duca Alachi 
fosse inferiore di forze, superava altamente Berta- 
rido di spiriti, e dopo non guari, uscito impetuo- 
samente con valide schiere dalla città, nella quale era 
assediato, diede al sovrano assediante una gagliarda 
percossa. 

Riordinate Bertarido le schiere, e cresciutele di nuove 
falangi, era per tentare nuovamente sopra al duca ri- 
belle la sorte dell armi; ma suo figlio Cuniberto, che 
era confidentissimo di Alachi, perchè educato con esso 
lui nel medesimo tirocinio, si frappose, e tanto sup- 
plicò il padre e tanto lo importunò, che non solo ot- 
tenne ad Alachi il perdono, ma siccome era a quei 
giorni passato ad altra vita il duca governatore di 
Brescia (i), sortì ancora, che quel ribelle non solo 
avesse ad essere confermato nel regime del ducato 



fi) Paul. Diac. De GcsL Langob. lib. 5 cap. 56. 



LIBRO OTTAVO 3 9 

di Trento, della qual cosa per la commessa fellonìa ^^ftrr^ 
erasi fatto indegno, ma oltre a quello fosse a lui coni- Dopo 
messo ancora il governo del ducato di Brescia. Così le anno 
sconsigliate protezioni uon solo procurano alle volte ^7 U 
impunità alle nequizie, ma favore ancora agli scellerati, 
ai perfidi. Sopravvisse sette anni il re Berta rido a 
quelle vicende, nel decorso dei quali, reggendo la so- 
vranità dei Longobardi in compagnia del re Cuniberto 
suo figlio, continuò sempre a procurare la pace e la 
felicità delle province, ed a proteggere il cristianesimo; 
finalmente passò ad altra vita, e fu onorato dalle me- ^og 
ritate lagrime de' popoli. 

§ 20. Cuniberto suo figlio, che era stato al padre 
associato nel solio, a lui succedette nel dominio reale. 
I suoi coetanei non a lui imputarono altra cosa , che 
un amor trascendente alle generose botteglie. Il duca 
Alachi governava allora il ducato di Trento e quello 
di Brescia; ma siccome era egli di spiriti irrequieti, 
ed ansiosissimo del trono, chiamati a se molti dei più 
doviziosi e dei più intraprendenti fra quei nobili Lon- 
gobardi, le famiglie dei quali avevano prese in Bre- 
scia le stanze fino dai tempi del re Alboino, fra i quali 
ricordasi ancora il nome di Aldone e di Grauzone (i), 



(i) Malvezzi ( Dist. \ cap. 66), ed Ottavio Rossi ( Ehgii 
Hi storici f. n) hanno parlato entrambi di Aldone e di Grau- 
zone. Il primo di quelli non considerando, che le famiglie non 
erano distinte a que' tempi con que' cognomi, onde Jo furono 
alcuni secoli di poi, ha supposto che Aldone e Grauzone ap- 
partenessero allo stipite de'coati Brusali, od a quello de'conti 
di Gazoldo; ed il secondo, quasi che le opere belle e le ^per- 
fide abbiano egual merito, ha collocato que' due traditori nella 
classe de' Bresciani illustri, e francamente gli ha posti fra 
l'illustre patrizio Benevolo, con fidentissimo del sunto rcscovo 



4o LIBRO OTTAYO 

• trami con esso loro una rivolta; e presa occasione che 
^°P? il re Cuniberto era lunge dalla metropoli, accompa- 
gno guato dai complici e da una buona mano di solda- 
*•**• tesche mosse a Pavia: entrò inaspettato in quella au- 
gusta città, occuponne il palazzo reale, e si fece pro- 
clamare re de' Longobardi. 

Ebbe il re Cuniberto sollecito avviso di un tanto 
tradimento, operato da quell' Alachi stesso, al quale 
aveva egli impetrato dal morto padre perdono di al- 
tra fellonia, e come in premio delle male opere, e di 
incremento di forze a lui ottenuto in aggiunta al du- 
cato di Trento, quello ancora di Brescia. Preso Cuni- 
berto da altissima paura, grafGossi pentito le chiome 
per T operato; poi, onde assicurarsi la vita, fuggì nel- 
F isola del lago di Como, situazione munitissima a quei 
tempi, dove studiò ed usò le maniere di rendersi quanto 
meglio il poteva assicurato (i). 

§ 21. Alachi intanto governava da principe asso- 



luto il recrno dei Longobardi ; e siccome 



b K 



era 



animato da mali principii, non istudiavasi punto di 
procurarsi 1-a benevolenza de' popoli; ma per mezzo 
invece delle severità e del terrore rendevasi piuttosto 
trepidato che amato. Era egli un giorno in un appar- 
tamento secreto dei suo palazzo fiancheggiato da un 
giovinetto suo paggio, e stava numerando sopra di un 
tavolo gran coppia di soldi d'oro: uno di quelli ro- 
tolò inavvertentemente per terra, prontissimo il don- 
zello lo raccolse, ed a lui lo rese. Nell'atto che riebbe 



di Brescia Gaudenzio, ed al celeberrimo monaco Petronace, 
cospicuo bresciano, che fu amicissimo del pontefice Clemente li 
e famosissimo ristoratore del monastero di Monte Cassino. 
\.i) Paul. Diac. De Gest. Lcwgob, Uh, 5 cap. 58 e seg< 



688. 



LIBRO OTTAVO 4* 

Alachi dalle maul del paggio quella moneta, lasciossi ! 
inconsideratamente sfuggire tali parole: zzi Tuo padre J?°P? 
ha ben molte di queste, ma non audrà tempo, io spero, ànuo 
che saran mie zzi. Non dimenticò il fanciullo quel motto 
minaccioso; e tornato la sera a casa di suo padre, che 
era Aldone duca di Brescia, il quale stanziava allora 
in Pavia, seppe a lui raccontare l'accidente del soldo 
d'oro caduto, e le parole pronunziate dal re, mentre 
egli raccoltolo a lui lo rendeva. Fremette e trepidò 
Aldone all' udir quel racconto, ma 

>» A buon intenditor poche parole (i): 

commise tantosto al figlio altissima secretezza, indi corse 
a significare !' avvenuto ai due bresciani Aldone e Gran- 
zone, e congiurò seco loro la perdita del re AlachL 
Sopraggiunto il mattino, pintesi quelli le grazie della 
serenità e dell' amicizia sul viso, si presentarono alla 
corte, e dopo avere avute dal re accoglienze oneste e 
liete, presero scaltramente a descrivere Io stato paci- 
fico della nazione, e la tranquilla sommissione delle 
popolazioni, poi a ridere con lepidi sarcasmi l' animo 
trepidante del fuggiasco re Cuniberto: indi volgendo 
da un oggetto all' altro artificiosamente il discorso, pre- 
sero a parlare delle foreste che costeggiano il Ticino, 
a dipingerle abbondantissime di salvaggiue; e lo sep- 
pero fare con tanta grazia, che invogliarono Alachi di 
andare accompagnato da uua geniale comitiva a go- 
dersi per quelle selve e quelle paludi una settimana 
di caccia. 



(i) Monti, A ri sto demo. 



42 LIBRO OTTAVO 

" Solleticato il re Alachi dalla bramosia di un così gio- 
P°P° condo divertimento, dopo di avere raccomandate ad 
anno' Aldone, ed a Grauzone le sorveglianze interinali dello 
*$&• stato, uscì di Pavia, e mosse a cacciare i lepri, i fa- 
giani, le beccaccine, e che so io. I due commessi go- 
vernatori Aldone e Grauzone frattanto, tramutate le 
vestimenta, per non essere conosciuti, si trassero rapi- 
damente all' isola del lago di Como, si prostrarono al 
ramingo re Cuniberto, si scusarono, per quanto meglio 
il poterono, del tradimento praticato contro di lui, ne 
supplicarono perdono, ed alla fine lo assicurarono di 
renderlo al trono, purché fra brevi giorni, mentre 
Alachi andava spensieratamente cacciando per le fo- 
reste, si foss' egli con una discreta mano di armati pre- 
sentato alle porte di Pavia. Stette Cuniberto dubbioso 
in sulle prime, ma fra pochi minuti, l'ansia del trono 
Io trasse a superare ogni sospetto; e datosi con Aldone 
e Grauzone uno scambievole giuramento di fede, fissa- 
rono insieme il giorno e 1' ora, ond 5 egli dietro il con- 
certato sarebbesi avvicinato a Pavia. Fiso tale intendi- 
mento, Aldone e Grauzone tornarono in fretta alla me- 
tropoli, dove presero con tutta cautela le necessarie 
disposizioni per la nuova rivolta. 

§ 22. Giunta l'ora concertata, Cuniberto osservò la 
parola, e seguitato da un breve accompagnamento di 
prodi fece presso Pavia dare fiato alle trombe. Al- 
done allora e Grauzone, e lunga schiera di nobili 
Longobardi ed il santo vescovo Damiano ed il clero 
ed i magistrati, e dietro a quelli frotte innumerevoli 
di concitato popolo , accorsero a ricevere gioiosa- 
mente Cuniberto, ed allegrandosi del suo ritorno, lo 
ricondussero alla reggia, e nuovamente lo proclama- 
rono re. 



LIBRO OTTAVO 43 

Rapportato ad Àlachi Y avviso di tali cose, fremette, g ^ i ~~ 1 -- ; 
e dalle foreste, nelle quali stavasi in pria tranquilla- * )o F° 
niente cacciando, volò a Piacenza; penetrato poscia nel- anno 
l'Austria Longobarda (i) la percorse, raccogliendo di ^8- 
ogni maniera soldatesche, per averne bastanti a ten- 
tare contro di Cuniberto la sorte dell'armi. Non istette 
però frattanto quel risorgente principe inoperoso, ma 
da ogni provincia longobarda od all'Austria, od alla 
Neustria appartenente, sforzò all'armi tutta la gioventù 
più brillante ed i più robusti coloni, e di tale maniera 
preparossi un esercito. Alaclii ancora se ne aveva pro- 
curato un altro, e lo avviò contro le schiere di Cuniberto: 
scontraronsi le due osti a ponente dell Adda, non molto 
lungi da Como, in una situazione che è detta ancora 
Corna: ivi si assalsero di tutta violenza, stettero so- 
pra quel campo sospese per lunghe ore le sorti; ma 
dopo sanguinoso e lungo conflitto, caduto Alachi tra- 
fìtto da più colpi, morì; perlocchè scompigliatisi i suoi 
e datisi a fuga, ebbe Cuniberto la vittoria, tornò a 
Pavia a renderne grazie all'Altissimo, ed a godersi il trono. 



(i) I Longobardi a somiglianza dei Franchi, che avevano 
distinto lo slato loro in Austria, ovvero Austrasia e Ne u stria, 
dicevano essi ancora: province d'Austria quelle del regno 
loro, che erano fra Settentrione e Levante., di Neustria 
le altre. Una tale distinzione è ricordata dalle leggi longo- 
bardiche, e da Paolo Diacono: ma siccome non è (issato da 
quelli i confini fra l'Austria e la Neustria Longobardiche; al- 
cuni gli hanno creduti segnati dall' Adige, altri dal Mincio, 
altri dairOllio ( Vegg. Maffei, Vcron. Illustr. Uh. n col, io3 
e io4- — Muratori, Annal. ali anno 690. — Visi, ioni. 1 f. J.g5. 
— De Rubeis, Monum. Ecch Aquile]. Col. 226. — Beretta, Dis* 
seri. Cronograp/dc. lo ommettendoli lutti, credo meglio appi* 
gliarmi al dettato dell'antichissimo Tristano Calco e fissarli 
all'Olilo. 



44 LIBRO OTTAVO 

""*"" § 23. Dopo tanta vicenda continuò Cuniberto per uà 
D°P° intero decennio aucora a reo-gere i Longobardi . e seni- 

p p OD O ' 

anno P re inclinato ad invigilare la giustizia , a guardare la 
6$$- pace, a proteggere la religione meri tossi insieme la be- 
nevolenza e la estimazione delle soggette province. Ten- 
cesi egli per tutto quel lungo tratto onoratissimi in 
corte i due Longobardi bresciani Aldone e Grauzone: 
Hia perchè aveva sperimentato quanto per lo spirito di 
rivolta di que' due dovessero sospettare i regnanti ; 
lunge dal togliere loro la libertà o la vita, onde non 
rendersi ingrato a chi lo aveva tolto, è vero, ma po- 
scia restituito al trono, Dell' atto che seppe conservare 
ad ambi gli onori ed i proventi della corte, li faceva 
secretamele sogguardar di maniera, che i due scal- 
tri ne presero sospetto, e deliberarono di tenersi racco- 
mandati a sicurezza, operando con rettitudine e fedeltà. 
Finalmente passò Cuniberto all' altra vita ono- 
rato dal pubblico compianto, ed a lui succedette nel 
regno il figlio Liutberto, il quale per essere ancormò 
pargoletto venue raccomandato alla tutela di un certo 
Asprando, personaggio d'illustre stipite e di alto con- 
siglio (ì). Intanto il duca di Turino Ragimberto, cu- 
pido egli aucora del trono, diede a ribellione e si 
spinse armato a tentar di rapire al regnante pupillo 
la corona. Il regio tutore Asprando raccolse V esercito, 
e sperando ribattere il duca sommosso, lo volse con- 
tro di lui, e nelle vicinanze di Novara gli presentò la 
battaglia. Il duca Ragimberto la accettò, e seppe ado- 
perarsi di maniera, che 1' armata reale venne da lui 
pienamente percossa, ed il regio tutore Asprando co- 



(i) Paul. Diac. Ve Gesù. Langob. Uh. 6 cap. 18. 



Anno 
700. 



LIBRO OTTAVO 45 

Stretto a fuggire, a ritirarsi nell' isola elei lago di Co-5S5~ 
mo, da dove credendosi poscia poco sicuro, pei valichi J;°P? 
dell'alpi retiche mosse in Baviera, e fu ivi da quel anno 
duca ospitalmente accolto. 7 U0 * 

Nella giornata di Novara caddero estinti sul campo 
i due rinomati Longobardi di Brescia Aldone e Grau- 
zone (i). Chi getta V occhio sopra le azioni di que' due 
nobili deve facilmente accorgersi, che la troppa con- 
fidenza dei potenti aveva a quelli corrotto l'animo 
per 1' ambizione; e che una temperata sorveglianza ave- 
vali ricondotti a tanta fedeltà, che in difesa del pro- 
prio sovrano lasciarono entrambi sul campo della bat- 
taglia gloriosamente la vita. Il duca di Turino Ragim- 
berto, dopo quella vittoria, ottenne liberamente il trono 
de' Longobardi; ma non ebbe la sorte di poterlo reg- 
gere a lungo, perchè fra pochi mesi mancò natural- 
mente di vita. 

Flavio Arìberto II, figlio del morto Ragimberto, ebbe 
dopo il padre la corona. Ne' principii del suo regno 
vennero agitale di molto queste province dai saggi at- 
tentati di alcuni duchi, i quali si sforzarono di so- 
stenere le parti del depresso pupillo Liutberto, figlio 
del morto re de' Longobardi Cuniberto. Dopo essere 
stati tranquillati fra nou molto que' trambusti, Rotari 
nobile longobardo, al quale era stato commesso il go- 
verno del ducato di Bergamo, ruppe a ribellione, ed 
ebbe perfino 1' audacia di farsi acclamare re della na- 
zione. Quel ribelle Longobardo di Bergamo era indu- 
bitatamente sosteuuto da uno o più duchi governatori 
di qualche altra provincia, e certamente dal duca di 



(i) Ottavio Russi, E log* Istorici f. il della ciU ediz. 



46 LIBRO OTTAVO 

55????? Lodi, perchè il nuovo re de 5 Longobardi Ariberto II 
Dopo si spinse in sulle prime contro di Lodi; e dopo di 
anno' aversi sottomessa quella città, passato alla sinistra del- 
700. ]'Adda ; mosse a Bergamo, strinse quella città di asse- 
dio, e dopo forte resistenza, e lungo adoperamento di 
macchine militari, la vinse; ed avuto in quella occa- 
sione fra le mani il duca ribelle, fatta a lui radere la 
chioma e la barba, siccome in segno di pena allora 
accostumavasi, lo relegò in Turino. 

§ 24- Tenue Ariberto per circa undici anni Y asta 
regale dei Longobai^li: ed è conveniente il credere che 
dopo i fatti di Lodi e di Bergamo abbia egli conser- 
vata a queste province imperturbata tranquillità. Per- 
chè non istorico alcuno, non alcuno cronista ne ha 
trasmessa di que' tempi ricordanza alcuna: siccome 
sogliono tutti tacere, ove gli irritamenti dell'animo 
non loro aprano la bocca; le fami invece, le guerre, 
le truculenze, i saccheggi hanno sempre incitati gli 
scrittori a tramandarne alle posterità le memorie (1). 

Frattanto Asprando il tutore del già rimosso e morto 
giovinetto re de 1 Longobardi Liutberto, il quale dopo 



(1) Senza uscir di provincia, bastano a convincere di una 
tale verità gli antichi raccoglitori delie patrie memorie, i 
quali hanno affastellate le ricordanze delle sciagure di Brescia 
cagiouate dall'armi del duca di Milano Filippo Maria Visconti, 
o da quelle dei potenti collegati in Cambrai per gli incita- 
menti del sommo pontefice Giulio li; e qualche luccioletta ap- 
pena ne tocca di maniera fosforica gli occhi fra il tenebrio dei 
secoli tranquilli. E se ancora un qualche desideroso di ricor- 
dare ai Bresciani i dì che furono si è affaticato per tale opera 
in questi ultimi tempi, ha gentilmente presentati gli occhiali. 
dove briìla la luce, e gli ha riposti nella vagina in quegli 
anni, nei quali sono a fluita li ss ime le tenebre. Q. P. C. C. 



LIBRO OTTAVO lq 

la sconfitta sofferta nella giornata di Novara, sospinto^ " ' 
dall'uno all'altro asilo, aveva alla fine ottenuto gra- Dopo 
devoli accoglienze dal duca di Baviera, graziato dalla anno 
magnanimità di quel principe di un forte esercito, calò 7 U0 - 
con quello giù per le vie del Tirolo in Italia, e tra- 
versato il veronese, il bresciano, e parte di altre pros- 
sime province giunse presso a Pavia, dove scontrò le 
soldatesche longobarde capitanate dallo stesso giovine 
re Ariberto , cioè dal figlio di Ragimberto duca di 
Turino, famoso usurpatore del trono longobardico. Le 
due osti erano presso che uguali di forze, ambe fran- 
che, audaci ed ansiose di trionfo: si azzuffarono sugli 
albori del mattino, si percossero tutto il giorno di ogni 
mala maniera, quando alla fine, mentre il giovine re 
Ariberto era per gridare vittoria, le oscurità della notte 
separarono quelle ni miche ed inferocite falangi (j). 

Chiamò allora il quasi vittorioso Ariberto a ritirata i Anno 
. ... . 7 12 » 

suoi, e gli condusse a riposarsi sicuri dentro i quar- 
tieri di Pavia. Quel tratto di troppo paurosa circospe- 
zione incitò a tanto dispetto le sue milizie, che indi- 
gnate protestarono di non più voler essere sommesse a 
chi le aveva stolte dal trionfo. Sbigottito Ariberto da 
quei rumori perdette ogni speranza, e dopo di avere 
spogliato l'erario, fra il più buio della notte fuggì da 
Pavia, e tentando di guadare il Ticino, fu soperchiato 
dall'onde ed affogato. Accortisi di tal cosa in sul mat- 
tino i più distinti fra i Longobardi, si presentarono ad 
Àsprando e lo acclamarono re. 

§ 25. Pareva che in Àsprando si fossero associate 
tutte quelle virtù, che possono rendere un personaggio 



(i) Paul. Diac. ubi sup. lib. 6 cap. 35. 



48 LIBRO OTTAVO 

- f degno del trono; ma sgraziatamente tre mesi appena 

Dopo dopo di esservi stato promosso, venne sorpreso da una 
anno' malattia mortale. Prima però di giungere all'agonia 
7 I2> ebbe il lieto annunzio che la dieta generale dei Lon- 
gobardi avevagli destinato successore il figlio Liut- 
prando; poco dopo morì, e fu sepolto nella chiesa di 
s. Adriano di Pavia, ed onorato da un glorioso epitafio 
in versi ritmici, come usavasi a que' tempi (i). 

Liutprando succedette al padre nel trono, e per con- 
seguenza al governo di Brescia, e di ogni altra pro- 
vincia vicina, e lo tenne lunghi anni. Ne' primi tempi 
del suo regno diedesi aiuti 5 uomo alla giurisprudenza; 
e dietro al consenso dei giudici, dei primati, dei no- 
bili e degli stessi comizii del popolo (2) prese a ri- 
formare alcune leggi, di quelle raccolte ed emanate da 
Rotari, e riconsiderate poscia da Grimoaldo; e siccome 
i Longobardi sdegnavano di sommettersi alla legisla- 
zione romana, ancora in que' casi nei quali le proprie 
loro costituzioni non porgevano provvedimento, Liut- 
prando, non per determinazione arbitraria, ma dietro 



(t) Ecco quell 5 epitafio quale fu scolpilo sopra la tomba del 

re Asprando : 

n Ansprandus honeslus moribus, prudentia pollens, 
>» Sapiens, modestia, patiens, sermone facundus, 
»» Adstantibus qui dulcia favi mellis ad instar 
n Singulis promebat alto de pectore verba. 
» Cujus ad aeterium spiritus, dum peragrat axem 
»» Post quinos undecies vitae suae circiter annos 
?» Apicem reliquit Regni prae stantissimo Nato 
>•> Liutprando inclito ad gubernacida Genti s. 
n Depositus Iduum Junii, Indictìone Decima. 
(2) Veggansi le leggi longobardiche pubbl. da Muratori, Rer. 

Italie* Script, toni. 1 parU 2. 



LIBRO OTTAVO 49 

spontaneo consenso dei corpi sopraindicati, aggiunse al *"*"* 1 ** 
codice lougobardico moltissime leggi, altre delle quali p°P° 
riguardavano Y ordine giudiziario, altre i diritti di sue- anno 
cessione, altre il commercio, altre gli sponsali e quel 7 1 ** 4 
velo stesso, del quale le vergini sforzate al mona- 
chismo, incitate dagli stimoli della natura, avrebbouo 
avuto diritto di spogliarsi. E fra quelle costituzioni 
debbono essere singolarmente considerate le scritte ai 
numeri 3o e 3i del libro VI die sono relative ai ma* 
ghi, perchè danno a conoscere, quanto ancora in quelli 
oscurissimi secoli fossero ributtate dai saggi le fattuc- 
chierie. 

§ 26. Dominava Liutprando la nazione dei Longo- j^ nno 
bardi, quando l'illustre monaco bresciano Petronace (1), ?»&• 
sospinto da soli principii di divozione, peregrinò a Ro- 
ma, dove umiliossi al S. Padre Gregorio II. Conosciuta 
da quel sommo pontefice la vivissima pietà del bre- 
sciano Petronace, lo consigliò di assumersi V impegno 
di procurare restauramene del monastero di Moute 
Cassino, il quale era stato devastato dai Longobardi (a). 
Accousentì quel ricco e zelante monaco bresciano agli 



(1) Ottavio Rossi (Elogi Hi storici f. i3), onde rappresentare 
T illustre stipite e le opulenze del monaco Petronace, è giunto 
a dire che la sua famiglia discendeva dall' illustre ceppo ro- 
mano dei Petrouj, fra i quali si è distinto d'assai Tito Pe- 
tronio, che fu Arbitro, cioè maggiordomo della corte di Nerone; 
il quale avendo avuto l'audacia, sotto i finti nomi di Trimal- 
cione e di Tapanta, di satirizzare 1' imperatore suo padrone 
e l'augusta sua moglie, venne condannato a perdere la vfte 
sul palco. Creda al signor Rossi chiunque Io vuole; ch'io, 
siccome non ha appoggiato il suo racconto a documentò al- 
cuno, taccio e rido. 

(i) Paul. Diac. De Gcst. Langob. lib. 6 sap. 4©» 
VOL. II. 4 



5o LIBRO OTTAVO 

'■■liili' eccitamenti del pontefice Gregorio, e data mano all'opera, 
!?°l\° veune per le sue cure ricostrutto quel monastero, no- 
«inuo vellamente frequentato da una copiosa colonia di be- 
7 1 "* nedettini, dei quali fu egli scelto abate, e pei favori 
del nominato pontefice, del successore di quello Gre- 
gorio IH, e poscia di papa Zaccaria, e per le ampie 
elargizioni di moUi principi e monarchi, crebbe a tanta 
dignità e dovizie, che fu pose" a considerato il più il- 
lustre fra tutti i monasteri dell'orbe cristiano (i). 

Grimoaldo duca di Brescia diede a que' tempi Ra- 
ginonda sua figlia in isposa a Romoaldo II duca di Be- 
nevento; celebrossi in Brescia quel maritaggio, e lo si 
fece con tale splendidezza e magnificenza e con tanto 
concorso di cospicui forestieri , che per lunghi e lun- 
ghi anni ne conservarono i bresciani alta ricordanza (2). 
§ 27. Il greco imperatore Leone Isaurico donava 
allora fortissima protezione agli eretici iconoclasti, cioè 
a quelli che negavano la venerazione, ancora iperàu- 
lìaca, alle sacre immagini, e per que' suoi eterodossi 
principii esacerbava di molto V animo del sommo pon- 
tefice. Quelle controversie di culto accesero divisione 
fra i sentimenti dei popoli, ed incitarono singolarmente 
a fazioni le genti che appartenevano al greco esarcato di 
Ravenna, poiché altre si appigliavano alle idee dell'im- 
peratore, altre alle dottrine del santo padre. Il re de'Lon- 
gobardi Liutpràndo seppe giovarsi dell' occasione aperta 
da que' teologici contrasti, e fingendo assumere prole- 
zione del sommo pontefice, ruppe con un potente esercito 
contro le città dell'esarcato; conquistonne la più parte, 



(1) Mahillon, Prarfat. in Saecul. ili. Benedici, pag, gì cdit. 
l'vi'tlentt apud Paranum. 

(1) Malvctius, Dist. 4 cap. 78. 



LIBRO OTTAVO 5x 

e* fra le altre la stessa Ravenna (i), dalla quale è fama, — 

che fra le molte spoglie abbia trasportato a Pavia au- )*°P° 

1 1 11 vi • li. C 

cora la bella statua di brouzo rappresentante, siccome 
credesi, l'imperatore Antonino Pio, la quale ancora con- 
servasi, ed è detta il Regisole. Non tenne però a lungo 
Liutpraudo il dominio di Ravenna, perchè protetti i Ann0 
greci dalla flotta veneta la ricuperarono fra non molto (2). 
Dopo que'trambusti, segnata il re de'Longobardi Liut- 
praudo la pace coll'esarca, tornò a Pavia, dove sorpreso 
da pericolosissima malattia, ebbe per alarne settimane a 
lottar colla morte. I magnati della sua nazione, dispe* 
rando allora la vita del principe, si raccolsero in generale 
congresso, ed acclamarono re Ildebrando nipote del mo- 
ribondo monarca. Ma siccome non si conoscono dagli 
uomini i punti dell'ultim'ora, il già m oriente Liutpraudo 
richiamò un po' alla volta gli spiriti, ravvivò le forze* 
ricuperò la salute; e dopo, sebbene di mala voglia, tut- 
tavia prudentissiino, per non opporsi ai suffragi di un 

comizio generale dei primati della nazione, accettò il 

r : Anno 

nipote Ildebrando suo collega iu trono, e fin che visse ^56. 
conservò con essolui imperturbata coucordia. 

§ 28. I Saraceni a que* giorni invadevano, occupa- 
vano e devastavano larghe regioni dell'Asia, dell'Africa 
e della stessa Europa; ed è da strabiliare, cousideraudo 
donde potessero que' barbari raccogliere tante forze ad 
un tempo. Carlo Martello re di Francia, percosso aspra- 
mente da quegli invasori, domandò a Liutpraudo soc* 
corso. Quel principe longobardo, intesa appena la do- 
manda del re di Francia, raccolse una potente armata, 



(1) Bacchinius, in Obsen'at. ad vitam s. Joann- Episc. Ha* 
vennat. part. 'i pag. 4 J/ ! et seq. Edit. Mutinac. 
(1) Paul. Diac. De Gcst. Langvb. lib. 6 eap. 54. 



S* LIBRO OTTAVO 

1 BB L pei valichi dell'alpi Cozie disceso iu Francia, la con- 
Dopo (l nS se a difendere il re amico: ebbero tanta paura del- 
autjo 1* esercito longobardo i Saraceni, che lunge dall' affron- 
;^- tarlo, si ritirarono trepidanti dalla Provenza, che ave- 
vano per lo innanzi invasa e desolata, e ne' vecchi 
loro possedimenti di Linguadocca si rifuggirono (i). 
Ottenuto di tale maniera il re de'Lougobardi Liutprando, 
senza alcuuo spargimento di sangue, quanto desiderava, 
ricondusse le sue falangi in Italia, e continuò poscia 
a reggere in compagnia del re nipote queste province 
per quasi cinque anni. Finalmente passò ad altra vita 
rjli onorato dal pubblico compianto, e così suo nipote Il- 
debrando venne a godere, senza associazione di alcuno, 
il trono de* Longobardi (a). 

Abbia forse il re Ildebrando compito fra non molto 
i suoi giorni, o perchè mal veduto dai popoli, ne sia 
egli stato espulso, per quanto ne assicura il cronista 
Sigeberto (3), non tenue egli il regime della nazione 
longobardica che sette mesi all' incirca, siccome ne fu 
poscia acclamato re il duca del Friuli, Rachis. 

Era quel principe un vero bigotto, vale a dire, d'ani- 
mo mal fermo, sospettoso ed ascetico: e come tale ag- 
giunse alcune leggi al codice longobardico, le quali 
odorano diffidenza di ogni popolazione estrania; dopo 



(i) Paul. Diac. Op. eit. Uh. 6 cap. 56. 

{i) Paul. Diac. al lib. 6 eap. 58 delle Geste de' Longobardi, 
tesse a Liutprando il seguente elogio: Fuit autem vir (cioè 
Liutprando) muìlae sapientiae, Consilio sngax, pius admodum 
et pacis amator, bello polens, delinquentibus clemens, castus, 
pudicus, orator pervi gif, eleemosinis largus, literarum qui* 
dem ignarus, sed p/ùlosophis aequandus, nutrì Cor gcntis, legwn 
augmentalor* 

(3) Sigeberlus, in Chronic. 



LiBKO OTTAVO 53 

<\i avere quegli governate per circa quattro auui pacifica- — — — ^ 
mente queste province, gettata Tasta reale, e salutato il "}°P? 
trono, andò a Monte Cassino, dove da Petrouace di Brescia, anm > 
abate di quel monastero, ottenne di addossarsi V abito 7* ( > 
monacale, e di professare i voti benedettini (i). Come 
si è veduto per addietro, il persecutor de' cristiani 
T augusto Diocleziano, incitato dai contrasti degli emuli, 
aveva egli ancora gettata la porpora, ed era tornato 
a pascersi liberamente 1' animo fra le delizie agresti 
delle private sue possidenze illiriche. Rachis sospiuio 
dallo spirito d' ascetismo lasciò il trono, ed andò in uà 
monastero a cingere la cocolla. Quale di quo due me- 
glio operò? Quello io credo, che venne eccitalo a quel* 
l'azione da più lodevoli principii, e che ne ha saputo 
osservare con migliore fermezza il proposito. 

§ 29, Reso vacante per la rinuuzia di Rachis il troao 
de' Longobarda, per unanime consenso del pubblico con- 
siglio de' medesimi venne eletto ad occuparlo Astolfo, 
fratello del monacato. La tregua comprata dagli im- 
peratori greci dai longobardi giunse a que' giorni a 
compimento. Il cocollato Rachis, dimenticando a quel- 
l'annunzio la regola benedettina che aveva impreso a 
professare, uscì dall' asceterio, proeurossi milizie, e tentò 
combattere le città dell' esarcato. Spiaeque altamente 
al nuovo re de' Longobardi Astolfo l'inconveniente im- 
presa del monaco Rachis suo fratello, lo sforzò a tor- 
nare al cenobio, nel quale erasi volontariamente ritirato; 
iudi continuò egli stesso la guerra coatro ai possedi- 
menti del greco imperatore in Italia, e la sostenne con 
tanta franchezza e fortuna militare, che oltre alle altre 



(i) Leo Hostiensis, Chi onte. Casini ns. Uh. 1 cap. 5. 



5/ f LIBRO OTTAVO 

'-*" 1 "" città della Pentapoli (i) insignorissi aucora di Ravenna, 
Dopo c j ìe ne era ] a capitale (2). 

pomi I romani pontetìci godevano a que tempi opulenta 

"19- sime possidenze allodiali, ma non possedevano ancora 
la signoria di provincia alcuna; e Roma stessa e tutta 
il ducato romano era allora governato da un ministro 
del greco imperatore. Dopo di avere il re de' Longo- 
bardi Astolfo fatte sue le città e le province dell'esar- 
cato, ruppe contro agli stati dell'impero greco in Ro-? 
magna. Spiacquero assaissimo quelle mosse al ponte- 
fice Stefano II. il quale studiossi di ritardarle, sborsando 
ad Astolfo un grosso peculio: e frattanto inviò secreta- 
itiente alcuni messaggi a Costantinopoli, perchè avessero 
di supplicare in suo nome Leone IV Augusto a spe- 
dire in Italia un esercito bastante a difendere dagli 
attentati del Longobardo gli imperiali possedimenti 
romani; ma accortosi che le istanze eh' egli produceva 
a quella corte riuscivano vane, cerco altro protettore, 
e passato egli stesso in Francia, presentossi al re Pi- 
pino, e lo supplicò di imporre egli un freno agli at- 
Anno tentati del Longobardo. Esaudì quel principe le do-* 
<p5. mande del santo padre, e raccolta sollecitamente una 
potente armata, la condusse ai sentieri dell'Alpi, dove 
scontrato e percosso Astolfo, lo costrinse a ritirarsi ed a 
chiudersi in Pavia. Strinse Pipino di assedio quella città; 
ma siccome lo spargimento del sangue ripugnava di troppa 
all' animo del santo padre (3), adoperossi egli vivamente 



(1) Rimini, Pesaro, Ancona, Osimo ed Urbino erano le c»n* 
que città denominate allora la Pentapoli Italica. 

(1) Ciò è assicurato da un diploma del monastero di Faffa, 
dato in luce da Muratori, Antiquit. Italie» Disseti. 67. 

(ò) Ana stasi us Biblioth. In vita H te p fumi IL 



LIBRO OTTAVO 55 

oude mettere a pace que due sovrani belligeranti: ne S S 
ottenne T inteuto, e dopo di avere Astolfo promesso di £°P° 
rendere al greco imperatore il rapito, Pipino tornò col- anno 
}' esercito in Francia. Sciolto il re longobardo dalla 7 JJ - 
paura di quel potente nemico^ mandò al vento ogni 
giurata promessa; e non solo rifiutossj di rendere al 
greco Augusto provincia alcuna, ma, volte le armi nel 
ducato romauo, se ne insignorì, lo devastò, e cinta la 
stessa Roma di assedio con pia assalti la percosse. 
Spaurito di tali cose il santo padre, spedì ambascia- 
tori al re Pipino muniti di alcune sue lettere, uua delle 
quali era concepita di una maniera singolare : perchè 
quel pontefice la aveva scritta in nome dello stesso 
s. Pietro (i), ed adduceva quell' apostolo a supplicarlo Anno 
di imprendere la difesa di Roma e delle popolazioni 1°^' 
appartenenti a quella città (2). Commiseranda cecità 
di quel secolo! Sentì con alta amarezza il re Pipino i 
ragguagli della mala fede di Astolfo, ed incitato da 
quelle lettere pontificie tornò a rivalicare coli' esercito 
le Alpi e ad invadere 1' Italia. 

Preso per la seconda volta il re Astolfo da un de- 
bito tremore delle armi francesi, ritirossi in Pavia; e 
quelle condotte dal re Pipiuo strinsero uuovameute di 
assedio quella città. La paura della superiore potenza 
del re francese costriuse il Longobardo a supplicare pietà, 
a pagare le spese della guerra, ed a cedere pronta- 
mente al re Pipino tutte le province, che egli aveva 
tolte ai greci, delle quali quel vittorioso monarca fece 
tautosto un'ampia donazione al pontificato romano. E. 



(1) Epist. 5 Slephani II apud Codic. Carolinum. 

(2) Sopra la stessa lettera legga usi le osservazioni di Fleury, 
Slor. EccL lib. 43 § 17. 



56 LIBRO OTTAVO 

H2""»di tale maniera nell'anno stesso, nel quale ebbero 
Dopo g ue | e giurisdiiioni degli imperatori greci in Italia , 
anno ebbe ancora principio la signoria temporale de' romani 
7^5. pontefici (i). Non sopravvisse Astolfo a quelle vicende, 
che circa un anno solo, perchè caduto di cavallo, men- 
tre cacciava un cinghiale, riportonue tale percossa che 
ne morì. Sigouio, trattando delle vita e delle geste di 
quel re Longobardo, ha lasciato scritto che Astolfo ha 
raccomandata assai più la sua memoria ai posteri per 
i violati giuramenti, che non per la prudenza militare 
o pel valore (2). 

$ 3o. Non avendo il re Astolfo lasciato dietro a se 
alcun figlio, seguirono lunghi dibattimenti nella dieta 
generale de' Longobardi per la elezione di chi avesse 
a succedergli; ed alla fine veune a pluralità di voti 
trascelto a quell'altissimo grado un cittadino di Bre- 
scia, nominato Desiderio, che era per avventura un 
discendente da alcuno di que' matrimoni, che ai tempi 
del re Alboino erano stati contratti fra la nobiltà Lon- 
gobarda e la autica bresciana. Hanno supposto alcuni 
Anno che quell' illustre bresciano, inuauzi di essere eletto re, 
7 J k* abbia governato il ducato di tutta la Toscana; ma non 
senza plausibili motivi si sono opposti a tale pensamento 
Fiorentini e Muratori : e ciò perchè non era allora la 
Toscaua diretta da un solo duca (3). Non sarebbe per 



(t) Pare che Leone Ostiense, al Hb. 1 cap. 8 del Cronico 
Cassinese abbia allargati un po' troppo i confini di quella 
donazione. 

(1) Sigonius, Hb. 3 ad ami. 766, cosi di Astolfo hi scritto: 
fide violala, quam bello vel prudenter susceplo % vel strenue 
gesto, memo rabi fior. 

(3V Muratori, Ankali d' Ilalia, all'anit. 7.56. 



LIBRO OTTAVO S 7 

questo f\ior di proposito il credere, che Desiderio, in- ^* 1 *^ 
nauzi di essere promossa al trono de' Longobardi, abbia Ot»p° 
governato il ducato, se non di tutte, almeno di alcuna anno 
città di Toscana. 11 cronista Audrea Dandolo all' op- ^ti. 
posto ha lasciato scritto, che Desiderio prima di essere 
elevato al trono abbia retto il ducato dell'Istria (i); 
cosa non improbabile, perchè, siccome ne attesta au- 
cora l'anonimo salernitano, era l'Istria allora signo- 
reggiata dai Longobardi. Io, per non contrastare le re- 
lazioni dei varii cronisti, non sarei lontano dalPopinare, 
che quel cittadino di Brescia abbia innanzi quell'epoca 
governato in un tempo il ducato di una qualche città 
di Toscana, e uell' altro quello dell'Istria. Comunque 
sia di tali cose, è però indubitato che Desiderio era 
bresciano, che era di ceppo illustre, per le ampie pos- 
sidenze ricchissimo, e pel valore e per le molte solda- 
tesche assai poteute (2). 

Prima che fosse Desiderio acclamato re dei Longo- 
bardi era per eredità di famiglia padrone di larghe 
ed ubertose tenute negli spazii suburbaui di Brescia, 
detti di presente le chiusure; ne aveva amplissime in 
Porzauo, in Ghedi, dove per la facilità dei pascoli era 
aolito ricoverare i suoi armenti; ne aveva in Pavone, 
iu Gottolengo, in Gambara; ne aveva di estesissime 



(i) Dandoli, Chronieon, apud Murat. tom. 12. Rerum Italie* 
(1) Proavorum nobilitate cinti s simus, divitiis quoque et prae- 
diis ìécuplex, nec non numeroso milite fultus. Così ha lascialo 
scritto Malvezzi, al cap. 86 della Distìnz. 4 del suo cronaca; 
ed è confermata dal § 1 deìVrJistoriota Rodulpln Notarli, ^ope- 
retta scoperta e pubbl. da Biemmi, la quale fu scritta nel se* 
colo XI; e confermato ancora da \m diploma dell anno n66 # 
prodotto da M&ngariui, Ballar. Casinens. U 2. Constilut. t'À, 



58 LIBRO OTTAVO 

y— * lungo le rive dell' Ollio e del Chiese; e fra gli altri 
Dopo paesi ne aveva in Leno , dove compiacevasi di villeg- 
auno giare, e ne aveva apposita abitazione (i). 
^56. Promosso però che fa egli al trono de" Longobardi, 

non ebbe la sorte di averne in sulle prime tranquilla 
la signoria. Il mouaco Rachis, che già per l' addietro 
aveva per circa cinque anni dominato da quel seggio, 
e che poscia sospinto da mal concette idee, ripudiata 
la corona, aveva a Monte Cassino innanzi al bresciauo 
Petronace, ristoratore ed abate di quel monastero, pro- 
fessati i voti dell' ordine di s. Benedetto, e cinta la 
cocolla; intesa ebbe quegli appena la morte dei re 
Astolfo che, gettato 1' abito monacale, uscì dal chiostro, 
e procacciatasi la protezione di alcuni grandi lougo- 
Anno bardi, tentò occupare la signoria di quel regno (2). Né, 
' J '* siccome è chiaro da un documento dell' archivio epi- 
scopale di Pisa (3), le mosse operate allora da Rachis 
furono effimere. 11 saggio romano pontefice Stefano II 
però si interpose validamente, e spiegata la sacra sua 
autorità, costrinse quel monaco presuntuoso a tornare 
a' suoi claustri. 



(t) Malvetlus, Vistinct. 4 cap. 87 ha scritto, che Desiderio 
possedeva uberrima quoque camporum spati a 9 et lata prato rum, 
atque sylvarum non ìonge ab ipsa urbe .... Porzanum 
Gaidum edam prò ale.ndis pecoribus satis aptum, Lenum quo- 
que, quod Lcone-s apellabatur a ìeonibus marmorei s ibidem 
inventi* sic dictum, ubi Desidera extabat domus; Guttulengum 
insuper; et Gambaram, Pavonumque, eie* etc. 

(o.) Angelo della Noce, in Notis ad cap. 8 ìib. i. Cronic. 
Casinensis dà ironicamente a Rachis il titolo: Sanctissimi Re» 
gìs, et Monachi» 

(5) Docum. apud MuraL Antiquit. Italie. L 3. Append. p. 1007* 




LIBRO OTTAVO 5g 

Per quella commendabile azione il sommo pontefice - 
giovò altamente alle sorti di Desiderio; ma dimenticati 
fra uon molto quel principe gli avuti beneficii, non solo 
rifiutossi di cedere alla camera apostolica Imola, Bo- 
logna, Ozimo ed Ancona, le quali città, quantunque 
fossero ancora possedute dai Longobardi, per la dona- 
zione però del re de Franchi Pipino spettavano alla 
santa sede 3 non solo rifiutossi di pagare alla mede- 
sima le regalie che per vecchi titoli erano a quella 
dovute; ma nell'occasione che ebbe Desiderio a con- 
durre 1' armata longobarda a Benevento ed a Spoleti, 
onde rimettere a sesto le combustioni cagionate dai 
duchi governatori di quelle città, traversando egli al- 
lora alcune province papali, le trattò come fossero pro- 
vince ostili. Esacerbato il pontefice Paolo I. per quelle 
perfidie, invocò il soccorso del re di Francia Pipino (1). 
Esaudì quel monarca le suppliche del santo padre, ed 
inviati alcuni suoi commissari in Italia, vennero per 
quelli ricomposte le cose di maniera pacifica. E grato 
il pontefice al re Pipino di un cosi beli' operato, gli Anno 
addrizzò una lettera di ringraziamento che esiste an- 7^°* 
cora (2). 

5 3i. Il re de' Longobardi, il bresciano Desiderio 
aveva un figlio detto Aldeghisio, cui avevasi associato 
al trono fino dal secondo anno del suo regno; e la piis- 
sima principessa Ansa era la dolce compagna del suo 
talamo. Quella regina, di pieno consentimento dell'atto 
suo consorte, fece allora erigere in Brescia un magnifico 
monastero, il quale in sulle prime dicevasi Convento 



(1) Yeggansi le lettere 14 e 17 di quel papa, registrate ne} 
Codice Carolino. 

(*i) Si legga pel Codice medesimo la lettera '26. 



6o LIBRO OTTAVO 

P"PF— ■ nuovo, ovvero cenobio del sauto Salvatore; ma dopo 
Dopo (.^g ven0 e dalla Corsica trasportato nella chiesa di quello 
anno* splendidissimo chiostro il corpo della vergine e martire 
7^4- s. Giulia, prese quel monastero da tale santa il nome. 
Dalla regina Ausa, da suo marito il re Desiderio e dal 
collegato al trono il loro figlio Aldeghisio si fecero 
così larghe elargizioni a queir istituto, che venne po- 
scia considerato, siccome uno dei più doviziosi mona- 
steri di tutta Italia (i). Anselperga sorella di Aldeghisio 
ne fu la prima abbadessa, e V alto suo nome e la vir- 
tuosissima di lei condotta elevarono a tanto concetto 
il monastero di s. Giulia di Brescia, che non solo nu- 
merosissime figlie della più illustre nobiltà italiana, ma 
ben molte principesse ancora vennero da esteri stati a 
professare in quello la regola benedettina (2). 

Fra le donazioni che fecero i re Desiderio ed Alde- 
ghisio al mouastero di s. Giulia di Brescia non posso 
trapassare la seguente. Un certo Lunimondo da Ser- 
mione, doviziosissimo signore, essendo in Pavia nel 
palazzo di corte, massacrò Svarimperto scudiero della 
regina Ansa. Per ordine del re Desiderio e di suo figlio 
Aldeghisio fu quello mandato alle carceri, ed assog- 
gettato ai tribunali giudiziari per essere sentenziato. 
Compito il processo, vennero per sentenza mandati al 
fisco tutti i beni di quel reo, tanto mobili che immo- 



(1) La Monaca donna Angelica Battelli di Brescia ha pub- 
blicati i documenti di quelle donazioni nella sua opera inti- 
tolata: Annali Istorici del monastero di s. Giulia di Brescia, 
pubbl. pei tipi dì Antonio Rizzateli l'ann. 1657. 

(1) La sopraddetta Baitelli a f. 19 e seg. dei citati Annali 
presenta l'elenco delle molte principesse che entrarono a prò* 
lessare iu quel chiostro la regola benedettina. 



LIBRO OTTAVO Gt 

bili, ed in qualunque provincia si fossero; § dopo di ww "*'"^ ! 
essere stato di tale maniera spogliato di ogni possidenza J?°P° 
fu rimesso in libertà. Quegli averi, per un diploma anno 
dei re Desiderio ed Aldeghisio, scritto da Gunimondo 7^4* 
loro referendario e notaio, furono assegnati in dono al 
monastero di s. Giulia di Brescia. La regiua Ansa però, 
commiscrando i bisogni del condauuato, si interpose ed 
ottenne, che avesse quegli a godere a titolo di semplice 
usufrutto ogni possidenza per tutto il corso della sua 
vita, spirata la quale tutte le sostanze del condannato 
Lunimondo dovessero essere godute dal sopraddetto 
monastero, al quale per regio decreto erano 6tate as- 
segnate (i). E di tale maniera il colpevole non aveva 
a sofferire peua alcuua pel commesso omicidio, e quella 
tutta veniva ad essere trasmessa sopra agli innocenti 
suoi successori. Se fosse stato vivo e presente, che avrebbe 
detto di un tal operato il signore di Montesquieu? 

§ 3n. Desiderio, iunauzi di essere stato eletto re dei 
Longobardi, aveva fatto erigere in Leno una chiesa 
dedicata al s. Salvatore, alla B. Vergine ed all'arcan- 
gelo Michele (2); ed è facile che nello scavare le fon- 
damenta di quella chiesa abbia egli scoperto quei leoni 
marmorei, che poscia hanno aperto si largo campo alle 



(i) La verità dell'esposto viene attestata da un diploma, che 
tratto dell'originale e stato dalla monaca soprallodata pubòl. a 
f. 1?) de' cit. Annali. 

(1) L'Anonimo di Leno, nella Cronaca ch'egli scrisse Tan- 
no 883, la quale e stata pubblicata da Muratori, AntiquiL 
Italie, tom. 4 col. 944 rapporta che in Leno Ecclesia Domini 
Salvatori s , et B. semper V. Mariae , et B. Arcang. Michaelis 
aedificata est ab ipso praefatus Rex (cioè da Desiderio) an+ 
teqttam Regnum cepisscL 



$f LIBRO OTTAVO 

.«Mann cre( ] u j; t ^ p er me gi; esprimermi, alle immaginazioni 
]]°V° dei patrizi cronisti il dottor Jacopo Malvezzi, ed il 
mino frate domenicano Cornelio Gozzaudi da Adro (i). Eie* 
> !j4# vato poscia al trono fece egli erigere iu quel paese un 
magnifico monastero di benedettini. Quel principesco 
cenobio fu per commissione del re Desiderio incomin- 
ciato Tanno j58 (2), e condotto a termine tra pochi 
anni, fu da quel sovrano arricchito di tante possidenze 
allodiali e di tante signorie feudali e di tante giu- 
risdizioni sparse per ogni provincia longobarda, che gli 
abati di quel monastero, procedendo i tempi, vennero 
ad essere considerati piuttosto dominanti che cenobiti. 
Mediante Y interposizione del sommo pontefice Paolo I, 
il re Desiderio ottenne dall'abate reggente allora il 
monastero di Monte Cassino una colonia di dodici mo- 
naci, onde rendere per quella frequentato il nuovo 
chiostro di Leno (3), della quale colonia monacale 
fu scelto abate un certo Ermoaldo, uomo di santi co- 



(1) Malvetius, Vistinct. 4 cnp, 8. — Cfironac. Fratr. Cor- 
nell!, rapportata da Francesc'Autonio Zaccaria, opusc. intorno 
alla Badìa di Leno f. 3. 

(9.) Anonimus a Leno in Caronte. : Anno Doni. Tncar. 758. 
Indici- XI coeptum est Monasteri uni Doni. Salvatoris, locus 
ititi dici tur Leones, a praefato glorios, Desiderius Rex. 

(ò) 11 Raccoglitore delle Cronache Cassinesi, pubbl. da Mu- 
rai, toni. '2. Re*. Italie* prese Ire sbagli ove scrisse: che Petro- 
nace mandò da Monte Cassino il monaco Ermoaldo a Leno 
nella Liguria, presso Brescia, per fabbricarvi un monastero. 
11 primo errore è, perchè essendo 1' ab. Pelronace morto l'an- 
no 75 1 non poteva posteriormente emettere ordini dal sepolcro. 
11 serondo, perchè nò Leno uè Brescia sono mai stati compresi 
nella regione Italica, detta Liguria. 11 terzo, perchè Ermoaldo 
è \ enuto a dirigere siccome abate il monastero di Leno, e non 
a fabbricarlo. 



LIBRO OTTAVO 63 

stumì, bresciano di origine , il cjuale innanzi di cingere y^""' 
Ja cocolla, era stato pievano di una chiesa luugo le J?°P? 
spoude del Benaeo in vai Tenese; ed il quale partito anno 
da Monte Cassino, innanzi di prendere co'suoi compagni 7^4* 
le vie per Brescia, andò a Roma a ricevere la bene- 
dizione dal s. Padre, dal quale ebbe in dono i corpi 
de' ss. Vitale e Marziale, due de' sette martiri figli della 
rinomatissima santa Felicita, le ossa di uu braccio di 
san Benedetto , alcune reliquie della sorella di quel 
patriarca santa Scolastica ed altre molte (i). 

Mentre il re Desiderio, l'illustre sua consorte ed 
il re Aldeghisio, loro figlio, erigevano magnifici mo- 
nasteri e splendidamente gli dotavano; ferma però 
sempre l'idea da quelli concetta ed apertamente 
espressa, che il superfluo degli amplissimi redditi dei 
monaci dovess' e sere distribuito in soccorso dei biso- 
gnosi e dei viaggiatori (2), godeva tranquillissima pace 
l'Italia; e la provincia di Brescia, governata allora dal- 
l'ottimo duca Tragimondo, e per le attività e per la 
giustizia di quello ed oltre a ciò per le particolari 
munificenze donate a questa provincia dalla corte, go- 
deva a que' giorni una invidiabile prosperità. 



(1) È indubitato che le reliquie del braccio di s. Benedetto, 
le quali sono di presente venerate nella basilica del duomo di 
Brescia, sono quelle che furono trasportate dall' ab. Ermoaido 
da Roma a Leno; quando poi abbiano emigrato da Leno, è ignoto. 

(1) In usum pauperum et peregri norum, così Malvezzi, Di' 
stinct. 4 cap. 90. Poterono que' monaci temperare per alcun 
tempo in buona regola gli atti di carità prescritti ai miserabili, 
e quelli di ospitalità ai viaggiatori; ma trapassando gli anni, 
furono necessarie leggi sovrane onde affienare la venale impor- 
tunità dei troppi postulanti. Veggasi il Gloss. di Du-Cange 
alia voce albergare. 



64 LIBRO QTTATO 

— ^— * Ma poiché queste enarrazioni sono per giugner* alla 

J)opo g |le j e [ re gno in Italia de' Longobardi, credo essere 

•duo conveniente il dire qualche cosa ancora delle maniere 

7^4- di cultura letteraria e religiosa che praticavansi ia 

questi paesi a que' tempi. 

(j 33. Dopo conquistata dai Longobardi l'Italia^ e di 
essere state da quelli frammischiate le proprie famiglie 
a quelle degli Italiani, la lingua latina che era la fa- 
vellata comunemente in questi paesi, e che nel prossimo 
villaggio di Sermione ha brillato di tante veneri nei 
carmi del lepidissimo Catullo, decaduta dalla pristina 
maestà e candidezza ^ mentre signoreggiavano queste 
province i Goti, non venne poscia ricordata che bar- 
baramente da pochi preti o notai o da alcuu altro 
per ogni migliore maniera allora possibile educato. I 
vecchi abitanti parlavano una lingua commista con 
quelle delle genti forestiere colle quali erano commisti; 
e scambiandosi con quelle a vicenda e le costruzioni 
ed i vocaboli, preparavano senza saperlo le origini di 
un nuovo linguaggio. Le sacre preghiere recitavausi 
anche allora in latino, siccome costumasi ancor di 
presente, ma era rarissimo quegli che sapesse intendere 
i sensi delle orazioni che pronunziava. Scrivevansi anco 
allora in latino i documenti pubblici e gli epitafi : 
ma quantunque fossero quegli atti distesi dalle genti le 
più dirozzate, non sentivano che di barbaro, e per 
mala giunta erauo accompagnati da copiosissime fa- 
langi di sigle e di nessi (i). 



(i) Veggansi in prova di questo gli atti originali di quei 
tempi: e chi non potesse averne facilmente soli' occhio , per 
non uscir di provincia, osservi i pubblicati con esatta accura- 
tezza dal P. Astezati a' f. 44» 4^ • 46 de* suoi Commenti al- 
l'opera di Evangelista Manchilo. 



LIBRO OTTAVO 65 

La grammatica a que' tempi, quantunque a maggiori = 

spazi distesa che non lo è di presente, perchè oltre gli ' °P? 
insegnamenti della lingua latina comprendeva ancora anno 
quelli delle umane lettere, dell' oratoria, le spiegazioni W* 
dei libri sacri, ed il calcolo necessario onde prevedere 
le fasi lunari e le stesse eclissi degli astri (i). Non era 
però allora ciò non pertanto la grammatica che uua 
scuola di barbarismi e di solecismi. Tante erano le 
tenebre diffuse allora dall' ignoranza, che erano rari i 
sovrani, i quali sapessero sottoscrivere di proprio pugno 
i decreti che emanavano. I poeti, abbandonati i metri 
energici dei secoli aurei, non ragliavano che versi rit- 
mici, e per renderli sgraziatissimi, pareva che si stu- 
diassero di sbagliarne ancora la prosodia (2)» Non resta 
memoria che abbia mai alcuno a que' tempi coltivate 
le scienze; e la giurisprudenza, come già si è detto, 
era regolata dietro le costituzioni dell'editto, cioè del 
codice longobardico. 

§ 34. Non è a dirsi che la provincia di Brescia a 
quell'epoca fosse di ogni macchia di religione inteme- 
rata; poiché mentre era questa diocesi governata dal 
santo vescovo Felice, cioè verso l'anno 617, in alcuni 
paesi della Vallecamonica praticavasi ancora il paga- 
nesimo, e singolarmente in Edolo offerivausi ancora 

(1) Muratori, agli anni 6g5 , 698, 782, 829, degli Annali 
d y Italia. 

(2) L'Agostiniano scalzo, il P. Romoaldo nella sua opera 
detta Papìa Sacra, part. 1 p. i5i rapporta un epitafio di quei 
tempi, i primi due versi del quale bastano a con fermare quanto 
si è detto; e chiunque conosce la prosodia latina ne faccia 
giustizia : 

Coelicum sic demum ejus prosapiam texam , 
Mater vixit virginunt per annos nimium plurcs» 

Vol. IL 5 



66 LIBRO OTTAVO 

Rgggg sacrifici all'indigete Dio Camulo (i). Tali errori ido* 
J?°P° latrici però, per quanto ne viene rapportato da Ottavio 
anno Rossi, non erano professati che da alcuni pastori o 
7^4- caprai negli ultimi paesi di quella valle. 

I primi re de' longobardi , i duchi governatori di 
questa e delle vicine province, e quanti della nazione 
loro gli seguitavano, negavano la divinità dell' Unige- 
nito di Dio, lo dicevano di una sostanza differente da 
quella del padre, e professavano apertamente la setta 
degli ariani. Conviene però confessare, che ciò non per- 
tanto rispettavano gelosamente il culto cattolico degli 
antichi abitanti la provincia, e ohe abjurati un poco 
alla volta i primi errori, si diedero a professare il cri- 
stianesimo con tutta integrità, ad osservare fedelmente 
F ecclesiastica disciplina: e che se ebbero di qualche 
maniera, non già a prevaricare, ma a trascendere, lo 
fu per le soverchie donazioni che fecero a quegli uo- 
mini pii, i quali avevano dato un sacro addio alla 
terra per dedicarsi al cielo. 

Ma alle infezioni di paganesimo e di eresia erano 
in questa ed in altre vicine province per succederne 
altre di scisma. Un certo Costanzo, sacerdote piissimo 
e saggio di Milano, conosciuto da lungo tempo e molto 
ancora considerato dal sommo pontefice Gregorio M., 
essendosi resa vacante la cattedra arcivescovile di quella 
metropoli, venne egli dai voti generali di quel clero 
destinato ad occuparla. Contrastavano allora altamente 
i teologi, se si avessero ad accettare od a ripudiare i 
tre capitoli, con la quale denominazione si indicavano 
alcuni scritti di lba da Edessa, di Teodoro da Mou- 



(i) Oltavfo Rossi, Star. Bresc. mss. all'anno 612. 



LIBRO OTTAVO 67 

vestla e di Teodoreto. Alcuni pretendevano che le sen- ^^— " 
teuze di que' capitoli fossero state approvate dal quarto P°P° 
concilio ecumenico celebrato in Caleedone, sentivano aijno 
scandalo al vederle proscritte dal prossimo concilio 7^4* 
susseguente tenuto in Costantinopoli, e rifiutavansi per 
questo di accettare le decisioni del quinto concilio 
generale, perchè lo pensavano contradditorio al quarto. 
Tre vescovi suffraganei della chiesa metropolitaua di 
Milano, capo dei quali era Paolo vescovo di Brescia, 
non bene considerando che il concilio di Calcedonia non 
aveva né approvati ne condannati que' tre capitoli , 
ma fissi in mente che da quel sacro ecumenico con- 
gresso fossero stati approvati, non volevano per alcuna 
maniera accettare il quinto sinodo, dalla quale erano 
stati proscritti; per la qual cosa rifiutavansi di comu- 
nicare col nuovo arcivescovo di Milano Costanzo, fiuchè 
non avesse quegli inviato loro uno scritto giurato, nel 
quale gli assicurasse, che egli accettava que 5 tre capi- 
toli; e giunsero fino a trarre nelle fanatiche idee loro 
la stessa regina Teodelinda, che era un'ottima catto- 
lica, ed a minacciare uno scisma generale di tutta la 
nazione dei Longobardi. Alcuni patrii scrittori, e sin- 
golarmente il canonico Paolo Gagliardi (1), ed il padre 
Gian Girolamo Gradeuigo (2), caldissimi di patria te- 
nerezza, non hanno trascurato mezzo alcuno, onde scu- 
sare le frenesìe di Paolo vescovo di Brescia e degli 
altri due prelati suoi compagni. E l'indulgenza un'opera 
pregievolissima, ma nou deve essere per quella adom- 
brata di modo alcuno la storica fedeltà. Per questo 



(1) Gagliardi Parere intorno all'antico Sialo de'Cencmani, § 07. 
(1) G radon icus, Brixia Sacra, pag. 87 et seq. 



68 LIBRO OTT/WO 

]ìmmm ' - appoggiato alle stesse lettere del santo pontefice Gre- 
Dopo g ;i Magno debbo dire, che il prudentissimo arcive- 
aunò scovo di Milano Costauzo, perturbato allora da quelle 
7^4- turbolenze dei sommossi vescovi suoi suffraganei, noa 
osò apporvi rimedio di proprio arbitrio, ma raccoman- 
dossi caldamente per un così difficile affare ai consigli 
del sommo pontefice. Il Magno Gregorio, che ben sapeva 
quanta cautela debbasi usare coi fanatici, raccomandò 
all' arcivescovo Costanzo di pregare Iddio e di non 
passare a mossa alcuna; ed egli frattanto istruì la re- 
gina Teodelinda degli errori di quei vescovi, e la 
staccò dalle guaste dottrine dei medesimi; poi com- 
mise al metropolitano Costanzo di scrivere ai vescovi 
sommossi, e singolarmente a Paolo di Brescia queste 
sentenze generali: cioè, ch'egli protestava di conside- 
rare cattolici quanti erano stati considerati siccome tali 
dal quarto concilio generale celebrato in Calcedone, 
e di riprovare quanti erano stati da quello condannati; 
e gli aggiunse di non emettere parola alcuna ne quanto 
ad Iba né quanto a Teodoro, a Teodoreto od ai tre 
agilati capitoli. L 5 arcivescovo Costanzo eseguì piena- 
mente i consigli del sauto pontefice; e di quella ma-- 
niera, senza giugncre paglia al fuoco per mezzo d' ir- 
ritamento alcuno, ricondusse i travianti al retto sen- 
tiero per mezzo della dolcezza (i). 

§ 35. Era in Leno una lapida rapportata da mol- 
ti (a), che ne' miei più verd' auni ho letta originale 



(i) Gregorius Magnus, Episloìar- lib. 4, cpist. 3, 4 et 5o. ; 
e veggasi ancora la vita dello stesso santo Padre, lib. 2 cap. iti 
toni. 4 dell'edizione Maurina. 

(2) Quella lapida è ricordata da Rospi f. 295 n. 4- Da Mu- 
ratori, The sciar. AW. pag. 1820 n. 5, Da Gratterò, pag. 149. Da 



LIBRO OTTAVO 69 

anch' io, ma per mali accidenti frattumata, non più ne ^*" MiJU I 
restano pure i rottami. Per quella siguificavasi, che J?°y,° 
Giulio Agostino soddiaeouo raccomandava ai posteri la anno 
memoria di Azzia Innocenza sua consorte 3 della quale l^i* 
aveva goduto gli amplessi otto anni, tre mesi e venti 
giorni. 

Non è da meravigliarsi che un suddiacono sia stato 
a que J tempi congiunto in matrimonio, e che abbia in 
questi paesi eretto un monumento sepolcrale alla de- 
funta sua moglie. Perchè, secondo opinano alcuni scrit- 
tori gravissimi, il soddiaconato allora apparteneva alla 
classe degli ordini minori, agli inscritti ai quali non è 
vietato di ammogliarsi ancor di presente. Era proibito 
allora ai soddiaconi di toccare i vasi sacri (i), e non 
mancano documenti che ne assicurino, che il soddiaco- 
nato venne aggregato alla classe degli ordini maggiori 
solamente verso la fine del secolo XU, quando Inno- 
cenzo III occupava la cattedra pontificia (2); avremo 
invece a raccapricciare, procedendo questi racconti * 
quando avremo a vedere cospicui sacerdoti ammogliarsi 
liberamente, e continuare i sacri loro ufficii senza con- 
traddizione. 

Gagliardi, Parere § 56. Da Zaccaria, pag. 61 ed è la seguente. 

B • M • 

ATTI7E • INNOCENTI^ • SYMMM • CA 

STITATIS • AC • SAPIENTI^ • FEM1INLE • QV/E 

VIX1T • AN • P • M • XLIII • M • VII fi • D • Mi 1 VL • AV 

GVSTINVS • SVBDIAC • CONIVG1 • DVLC1SS1M4E 

C VM . Q V A . V1XIT . AN . Vili . M . Ili . D . XX . CONTR A . VOT . 

B. M. M. P . 

(i) Cosi ha decretato il Concilio di Laodicea al canone xxi 

contingere vasa Domìnica. 

(2) Veggansi le annotazioni del padre Menard ai Sacra meu« 
tali di s. Gregorio. 



7 o LIBRO OTTAVO 

S Lungo al tratto de* tempi pereorsi in questo libro, 

Dopo c i è da quando fu Brescia dominata dall' esarca Nar- 

G C ... 

a'nno sete, indi dai re longobardi, tennero il sacro pastorale 

7^4- della diocesi Tiziano successore di Vigilio, indi Paolo II, 
detto ancor Paolino, poi Cipriano, Erculiano, Onorio, 
Dominatore. Dopo di quelli, dietro il cap. 52 del li- 
bro 4 dei Dialoghi di papa Gregorio Magno dovrei no- 
minare un vescovo di Brescia, detto Berticauo, che da 
quel santo padre venne descritto siccome simoniaco e 
di mala vita. Non essendo però Berticano nominato nei 
più accreditati cataloghi dei vescovi di Brescia; e quel 
che è più, non essendosi fatta alcuna parola di lui dai 
B. Ramperto, che non fu molto lontano da que' tempi, 
io credo essere meglio rattenere la penna, e rimettere 
ogni curioso a quanto sopra di ciò è stato scritto da 
altri (i). Seguitando l'ordine de' cataloghi, a Domina- 
tore succedette Paolo III, del quale abbiamo parlato 
ricordando la questione dei tre capitoli, a quello Ana- 
stasio, poi Felice, indi Diodato, il quale fu Y ultimo 
elei vescovi di Brescia, che per successione progressiva 
ebbe la sorte di essere aggregato all'ordine de' santi. 
Quel santo vescovo Diodato, che altrimenti è detto an- 
cora Deusdedity Y anno 679 intervenne ad un concilio 
nazionale celebrato in Milano, e l'anno seguente ad un 
altro di Roma, stati raccolti ambedue, onde ribattere 
gli errori dei monoteliti, cioè di quegli eretici, i quali 
a guisa della mula di Florimonte (2) facendo nascere 

(1) Gradonicus, Brixia Sacra, pag. 85. 

(2) Così ha cominciato un Sonetto il lepidissimo Berni : 

»* Dal più profondo e tenebroso centro, 
»» Ove Danle ha alloggiati i Bruti e i Cassi 
»» Fa, Florimonte mio, nascere i sassi 
>» La vostra mula per urtarvi dentro. 



LIBRO OTTAVO 71 

i sassi per urtarvi contro, pretendevano che Gesù disto """T 
abbia avuto una sola volontà. Il vescovo di Brescia Dopo 
s. Diodato sottoscrisse gli atti di que' due concili na- aDno 
ziouali (1), dai quali si prepararono le basi del sestt 7^<* 
ecumenico celebrato in Costantinopoli. A Diodato suc- 
cedettero Gaudioso IIj Rusticiano, Apollinare, dal quaLc 
vescovo Petronace di Brescia ed abate di Moute Cas- 
sino ebbe in dono le essa di un braccio di s. Faustino 
Martire (2). Al vescovo Apollinare succedette Teodaldo, 
a questo Vitale, indi Benedetto, per le attenzioni del 
quale le monache di s. Giulia ottennero un rivolo delle 
scaturigini condotte dall'acquedotto di Mompiano (3). 
Dopo Benedetto venne governata questa diocesi dal ve- 
scovo Ansoaldo, il quale ne tenne V amministrazione 
negli ultimi anni della monarchia de' Longobardi e nei 
primi del dominio de' Franchi. 

(1) Il vescovo di Brescia Diodato così appose la sua firma 
a que' concili : Deusdedit Episc* S. Ecclesiae Brixiensis, in 
liane suggeslionem quarn prò Apostolica Fide constvuxlmus , 
similiter subscripsi. Labbeus, tom. 7 Conciìior. pag. 7Q7. 

(2) Quella sacra reliquia era non sono molt'anni, e sarà forse 
ancora, a Monte Cassino, conservata dentro una picciol'arca di 
argento, così incritta 

R • PETRONACIS • Ab • CASI» • OPE 

EX • BR1X1A ■ CAS1NVM • VENI 

S • FAVST1NVS - MARTYR. 

(3) Tanto è confermato da un antichissimo documento del- 
l'archivio di s. Giulia, pubbi. da Muratori, tom. 2 Antiquit. 
Italie, pag. 4o8. 



LIBRO NONO 



,1 



§ i. Al cittadino di Brescia Desiderio, reggente al- — ~ 

lora il trono de'Longobardi, era un principe, per i prin- g°c° 
cipii di religione, purissimo; per le carità verso ai bi- anno 
sognosi, ammirando; per le elargizioni al monachismo, ? 
trascendente; ma per alcuni motivi di doglianza avuti 
da Stefano III romano pontefice, e per altre cause di 
irritamento avute da Carlo Magno , diedesi a così 
sfrenata indignazione, che sconsigliatamente lo addusse 
ad affrontare e la perdita di se medesimo e quella 
del regno cui imperava. 

Il re de' Franchi Pipino, innanzi di morire, aveva 
diviso lo stato a' suoi due figli Carlo e Carlomanno. Al 
primogenito, il quale poscia venne soprannominato Carlo 
Magno, giovine di appena 26 anni, era toccata in parte 
l'Austrasia, regione che comprendeva le province- co- Anno 
steggianti il Reno, la Sassonia, la Turiugia, la Ba- ' 
viera ecc., e spettavano al secondogenito Carlomanno 
la Svevia, la Provenza, la Borgogna, la Linguadocca eec* 



7 4 LIBRO NONO 

^""""" Ma siccome rara est concordia fratrum, non andò 
J?°P° molto, che fra que 5 due regnanti fratelli insorsero dis- 
anno sapori. Berta madre loro se ne frappose, e li calmò: e 
768. p er meglio avvincolarli e fra essi due e coi Longo- 
bardi loro vicini, propose sua figlia Gisla in isposa ad 
Aldeghisio figlio del re Desiderio e collegato ai padre 
nel trono, ed a maritare a Carlo ed a Carlomanno due 
figlie del medesimo re. Quella prudentissima madre spe- 
rava per mezzo di que' matrimoni, di poter aggiugnere 
legami di parentela a quelli di amicizia che già uni- 
vano i Franchi ai Longobardi, e per mezzo delle due 
sorelle consorti di assicurare inviolabile la pace fra i 
due sovrani suoi figli. 

Il sommo pontefice Stefano III, avuto appena avviso 
di que' trattati , non sospinto da motivi di religione^ 
perchè ed i Longobardi ed i Franchi erano allora veri 
cattolici; non incitato da violati diritti ^ perchè il re 
Desiderio dietro amichevoli conferenze avute con più 
di un papa aveva restituito alla santa sede quanto e 
di allodiale e di signoria a quella apparteneva (1): ma 
qual funestissimo demone abbia mai a così stretti vin- 
coli di parentela e d'amicizia frapposte le corna, cer- 
tamente papa Stefano venne incitato ad opporsi alta- 
Anno raen te a uue' matrimoni, e scrisse ai re de' Franchi di 
tale maniera: Che pazzìa è mai questa, eccellentissimi 
figliuoli e re grandi, appena oso dirlo, che la vostra 
nobile gente dei Franchi, eminentissima sopra di 
chicchessia, vogliasi macchiare con quella perfida e 
puzzole ntiss ima de' Longobardi, la quale non è pure 
annoverata fra le genti; e dalla quale è certo essersi 

(1) Annales Veteres Francor. ad ami. 770: et redditae sunt 
civilales . . . ♦ ad partem s* Peliji» 



LIBRO NONO 75 

propagata la lebbra? Nullo è, che non sia pazzo,-—™™ 

che abbia pure a prendere sospetto, che monarchi di Dopo 

,. 7 . , G. C. 

tanto nome vogliano unirsi ad una stirpe cosi con- anno 

tagiosa ed abbominevole (1). Tali sentimenti signifi- 77°* 
cati dal sommo pontefice stolsero Carlomanno dallo 
sposare una delle molte figlie del re Desiderio: nulla 
però operarono sopra all'animo più fermo dell'altro 
fratello Carlo, che fu poscia detto il Magno, il quale, 
ad onta di ogni opposita declamazione, sposò Deside- 
rata figlia del re de' longobardi. 

§ 2. La provincia di Brescia fu per largo tratto 
percossa in que' frattempi da uuo straordinario avveni- 
mento, il quale fu pubblicamente considerato, siccome 
presagio della perdita del trono longobardo. Era il dì 
18 settembre, quando negre ed affoltate nubi, sospinte 
da impetuosissimi venti, staccaronsi dalle giogaie dei 
monti di Yalcamonica, e trapassato il lago Sebino e le 
valli sorde e lungo tratto del Piedimonte occidentale 
di Brescia, pervennero sino alle pendici del colle De- 
gno; e sebbene già da lunghe ore brillasse il sole, fu 
sì fattamente oscurato il cielo, come nelle notti man- 
canti di luna e nubilose. Le folgori scoppiavano fre- 
quentissime, e stringevano dalla paura ai viventi le 
ciglia ed il cuore; allo scroscio orrendo de' tuoni non 
solo tremavano le genti e gli animali, ma le case, i 
tempi, le torri, i bastioni stessi. Pareva che quello 
fosse il giorno ultimo della natura 

»» aeternam timuerunt saecula noctem (1). 



(1) EpisL 45 apud Codic Caro Un» 

(1) Yirgilius, Georg. 1. v. fòg. — Un quasi eguale orren- 
dissimo avvenimento, è accaduto sul Ferrarese il dì 12 a^o* 
slo 1739. Vengasi Murai. Annali, all'anno 17^9. 



7 6 LIBRO NONO 

- - ' Gli alberi sbarbicati, le case rovesciate dall' impeto dei 
Dopo turbine furono innumerevoli. Quanti il poterono, sfì- 
ftono' dando ed il vento e la pioggia e la tempesta, irra- 
77°- diati fra le affollate tenebre dai frequentissimi lampi, 
erano accorsi nelle chiese che avevano più vicine a sup- 
plicare la pietà dell'Altissimo. Quasi cinquecento, e fra 
gli altri Arisperto nipote del duca longobardo gover- 
natore di Lucca, si erano raccolti uella chiesa di san 
Matteo, la quale era fuori della città verso Rebuffone 
a meriggio della strada maestra, dove era ancora un 
grosso sobborgo, che da quel santo Apostolo aveva il 
nome. La veemenza di quel turbine atterrò tutte le case 
di quel borgo, e rovesciatane la chiesa stessa, sepolse 
sotto alle tremende rovine i circa cinquecento che si 
erano in quella raccolti a supplicare il cielo (i). Può 
chiunque considerare quanto quel funestissimo avveni- 
mento abbia percosso 1 animo dei bresciani; e siccome 
allora non era per anco dimenticata l'idea dei giorni 
fausti ed infesti, idea ereditata dalle superstizioni pa- 
gane, siccome può ognuno persuadersene leggendo, fra 
le molte, l'opera Fastorum di Ovidio: il giorno 18 
settembre, nel quale avvenne tanta sciagura, fu dai com- 
pilatori dei calendari della provincia segnato fra gli 
infausti (2). E gì' indovini bramosissimi di pronosticar 
l' avvenire, sapendo essere quel turbiue disceso dalle 
giogaie di Yalcamonica, cioè dal nord-ovest di Brescia, 
patria del re Desiderio , dicevano essere quello il se- 
gnale di altra potentissima sciagura, che dal nord-ovest 
della nazione stava per irrompere contro di lui. E parve 



(1) Rodulphus Notarius, edit. a Bicmmi, Stor. Bresc. lib. % 
pag. 9. 

(1) Iste dies inter AEgyptiacos numeratus fuit. Rodulph. p. io» 



LIBRO NORO 77 

che le armi de' Franchi spiate fra non molto contro 5555555 
quel principe da Carlo Magno, armi che discesero ap- *; P° 
punto da quel lato, e che sterminarono il regno dei anno 
longobardi, fossero dirette appositamente a confermare 77°* 
gli strambi pronostici di que' visionaria 

§ 3. A que' tempi le genti addette al servigio delle 
famiglie nobili o ricche, ovvero i villici destinati alla 
coltivazione dei campi, in questi nostri paesi ancora, 
siccome pur tuttavia costumasi altrove, erano conside- 
rati siccome schiavi; e caso che alcuno avesse avuto a 
donare, vendere o permutare qualche possidenza, do- 
nava, vendeva o permutava insieme coi boschi, coi 
campi, coi prati, con gli attrezzi, con le bestie da so- 
ma o da tiraglio, con le mandre di qualunque specie, 
tutta ancora quella miserabile umanità, alla quale era 
affidata la coltivazione delle possidenze alienate o per- 
mutate; ed in conferma di ciò, onde non affaticare il 
leggitore con un inutile affastellamento di citazioni, lo 
rimetto agli antichi documenti del monastero di s. Giu- 
lia di Brescia, raccolti e pubblicati dalla monaca Donna 
Angelica Battelli (i). 

§ 4- Carlomanno, dominante la metà dello stato dei 
Franchi e fratello del re Carlo Magno, colto da un 
colpo apopletico mancò di vita, lasciando vacuo il 
trono, vedova l'avvenente sua sposa Gilberga, e spogli 
della paterna assistenza due bamboletti suoi figli. Suo 
fratello il re Carlo Maguo, dopo di avere allora dato 
il ripudio a Desiderata sua moglie, e figlia del sovrano 
de' Longobardi, della quale per circa un anno aveva 
goduto gli amplessi (2), cupido di aggiungere a' proprii 

(1) In Brescia, l'anno 1657, pei tipi di Antonio Rizzardi. 
(?) Pascasius Radbertus, in vita s. Adalardi Ab. Corbejensis. 



7 8 LIBRO NONO 

— — ■? stati quelli che appartenevano per ordinaria successione 

J)opo a ; nipoti^ si presentò ai confini del regno vacante, e 
tratti al suo partito molti vescovi, conti, duchi e pri- 
mati di quello, si fece eleggere ed ungere sovrano delle 
regioni che erano state dominate dal morto fratello. 

Anno Raccapricciò a quel tratto sua cognata, la vedova Gii- 
ber^a, e paurosa che il re Carlo Magno, per meglio 
assicurarsi il nuovo trono, avesse fors' anco a togliere 
di vita, od almeno a mandar monaci i pargoletti suoi 
figli, fuggì con quelli, li condusse di qua dall'Alpi, e 
venne a raccomandarli alla protezione del re Desiderio. 
Quel principe, che aveva già esacerbato l'animo contro 
il re Carlo pel ripudio che aveva quegli dato a sua 
figlia Desiderata, e che sentiva amaramente ancoragli 
infortuni! di quei regi infanti, trasportato più dagli 
intimi sensi che non dai consigli politici, assunse di 
que' figli la protezione. Ansioso di trarre ad eguale 
partito ancora il sommo pontefice Adriano I, perchè 
quegli per mezzo delle censure ecclesiastiche avesse a 
costringere il re Carlo a rendere a' que' pargoli il car- 
pilo, gli inviò per tale uopo alcuni ambasciatori; ma 
quel papa, che vedeva le cose di lontano e sapeva di 
politica più assai che non il re Desiderio, rifiutossi di 
acconsentire alle sue istanze; e lo fece, onde non por- 
gere per alcuna maniera cause di dispiacenza al 
maggior principe dell'Europa, e fors' ancora dell' uni- 
verso, quale era allora Carlo Magno. 

§ 5. Indispettì Desiderio di quel rifiuto del papa, e 
come ridendosi di Carlo Magno, perchè sapeva che era 
allora impegnato a guerreggiare contro de'Sassoni, rac- 
colte le milizie, le condusse ad occupare molte città che 
il re Pipino aveva tolte all' imperator greco e donate 
alla chiesa; e non risparmiando iu que' paesi incendii 



LIBRO NONO 79 

e saccheggi, pervenne sino ai confini della stessa pro-^ 55 ^ 
viucia di Roma. £°P° 

Armossi frettolosamente papa Adriano, onde procu- anno 
rare ogni possibile difesa alla sua metropoli, ed inviò 77 '• 
frattanto avvisi a Carlo Magno de'suoi pericoli, e pre- 
ghiere di protezione. Ed in quelle emergenze spedì an- 
cora i vescovi di Albano, di Palestina e di Tivoli ad 
intimare al re Desiderio la scomunica, caso avesse a 
penetrare più oltre coll'armi. Era quel principe a Vi- 
terbo, quando gli venne intimato quell'anatema, ne 
rabbrividì, e confuso e trepidante, dopo di avere la- An ^° 
sciate milizie adatte a presidiare le città occupate, ri- 
tirossi col rimanente. Carlo Magno spedì alcuni mes- 
saggieri al re Desiderio, perchè avessero a persuaderlo 
di rendere al papa quelle città e province che gli 
aveva invase, e ad esibirgli un regalo di mille soldi 
d' oro, perchè avesse a ciò operare senza alcuna con- 
traddizione. Ma Dio aveva levata la santa sua mano 
dalla fronte del re Desiderio, e per ripetere una espres- 
sione usata sovente da Omero, aveva allora quel so- 
vrano perduto il senno. Quelle ambascierie non otten- 
nero effetto alcuno; per la qual cosa, rotta il re ogni 
trattativa, si preparò ad avere colla forza quanto non 
aveva potuto ottenere con la dolcezza. Avvedutisi di 
tali intenzioni i re Desiderio ed Aldeghisio suo figlio 
condussero ai valichi dell'Alpi il fiore dell'armata lon- 
gobarda , onde contrastarne il passo alle coorti dei 
Franchi. Ma quando meno se l'aspettavano, aveva già 
il re Carlo superate quelle giogaie per altri seutieri 
non preveduti dai re Longobardi, e condotto per quelli 
un potente esercito in Piemonte. Desiderio ed Alde- 
ghisio presi da altissima paura a quell'annunzio, lasciatisi 
addietro e padiglioni ed equipaggi, con quanta mag- 



8o LIBRO NONO 

^ 555= gior fretta poterono presero la fuga, e senza pur volgersi 

Dopo addietro (i). Desiderio con quella parte dell' esercito 

anno c ^ e e &'* stesso dirigeva, andò a chiudersi in Pavia; 

7?3. ed Aldeghisio col restante, seguitata più lunga la fuga, 

traversò fra le altre province velocemente ancora quella 

di Brescia, ed andò a rifuggirsi iu Verona. 

§ 6. Carlo Magno seguitò con le sue falaugi i fug- 
giaschi: giunto a Pavia, ferniolle, e cinse quella po- 
tente città di assedio (2). Le città longobarde frattanto, 
per la più parte, si sottomisero volontariamente al re 
Carlo. Alcuni scrittori, e di alto nome, hanno supposto 
che quella spontanea sommissione fosse stata procurata 
dagli occulti maneggi del pontefice Adriano e da An- 
selmo abate del celeberrimo monastero de' Benedettini 
di Nonantola (3). Veramente papa Adriano era nemi- 
cissimo dei Longobardi, e qualunque volta ha avuto a 
nominarli nelle sue lettere, che sono raccolte nel codice 
Carolino, gli ha sempre detti: nefandissima gente ; ed 
Anselmo abate di Nonantola era anch' egli inviperito 
contro il re Desiderio, perchè per ordine di quel so- 
vrano aveva dovuto soccombere ad un esilio di sette 
anni (4). D'altronde le sterminate possidenze, onde venne 



(1) Goffredo da Viterbo nel suo Cronaco ha scritto, che i 
Longobardi siensi schierati ad attendere i Franchi a Selva» 
lìdia, e che per i numerosissimi dell'una parte e dall'altra 
ivi morti iu battaglia, abbiasi poscia nominato quel luogo 
Merlato. Muratori combatte un tale racconto negli Annali al- 
l'anno 770. 

(2) Anastasius Biblioth. in vita Adriani I papae, dice che 
l'assedio di Pavia fu cominciato nell'ottobre 770. 

{5) Muratori, Annal. all'ann. 774. 

(4) Annis septem passus est exilium a Desiderio apud Ca- 
niòiiwu Ugliellius, UaU Sacr. torn. 5 in Epìscop. Tra\>is. 



LIBRO NONO 8 e 

poscia regalato dal re Carlo il monastero di Nonanto- 
la(i), ed altre cose ch'io trapasso per brevità, possono Dopo 
porgere non leggieri motivi di tali sospetti. Io però luti- H * mo * 
gè dall'accagionare di occulte trame persone venerande, 77^ 

« Credo, e credeva, e creder credo il vero (2) 

che le città longobarde ed i governatori delie mede- 
sime conoscessero appieno quanto fossero formidande 
le forze di Carlo Magno, e quanto imprudentissima cosa 
l' opporsi al più forte; e che dietro a ciò siensi a 
quello assoggettati, a ciò condotti dagli insegnamenti 
di una saggia politica. 

Alcuni duchi però, ai quali era affidato il governo 
di province soggette al dominio de' Longobardi, so- 
stennero indomiti le parti dei loro sovrani. I più di- 
stinti fra quelli furono Àrighiso duca di Benevento' 
genero del re Desiderio (3), Potone duca di Brescia '■ 
nipote del medesimo re (4); Folcoriuo duca di Valca- 
monica, il quale risiedeva in Cividate, Guido duca di 
Vicenza e Rodgoso duca di Trevigi (5). 

§ 7. Mentre le armi dei Franchi stringevano di as- 
sedio Pavia, mosse il Re Carlo a Roma, onde presen- 
tare al sommo pontefice i suoi convenevoli: fu da 
quello accolto di uua così distinta maniera, che ne 

(1) Muratori, Dissertai. 67. Antiqu.iL Italie, 
('2) Dante, Cantica. 

(3) 11 duca Àrighiso aveva in moglie Adelberga figlia del re 
Desiderio. 

(4) Potone duca di Brescia era figlio di Malogerio fratello 
dello slesso re. 

(5) Veggasi il Crouaco di Rodolfo Notaio pubbl. come sopra 
a f. 10. v 



82 LIBRO ROPfO 

-—jì-^ meravigliò egli medesimo. Compite alla fine le festevoli 

Dopo accoglienze, il sauto Padre lo pregò dì confermare alla 

( ì C 

anno sacra sede le elargizioni, che a quello aveva fatte il 

77** re Pipino suo padre. Carlo Magno non solo acconseutì 
prontissimo a quella istanza, ma alla conferma iudicata 
aggiunse ancora altre donazioni , delle quali però ri- 
serbonne a se medesimo il possesso; e la pergamena 
sopra la quale veune scritto quel documento, fu in se- 
guo di fede depositata sopra l'altare di s. Pietro (i), 
invocando in certa maniera lo spirito di quel sauto 
apostolo in testimonio. 

Licenziatosi fra non molto il re Carlo dal sommo 
pontefice, tornò alle sue milizie, le quali assediavano 
Pavia, dove giunto si accorse che quella città penuriava 
moltissimo di vettovaglie; stette ivi alcun tempo, sem- 
pre più restringendola, e finalmente dietro oneste con- 
dizioni la ebbe. Caduta quella metropoli, Carlo Magno, 
lasciato il suo generale Ismondo a dirigere la sua ar- 
mata d* Italia, costretto dalle rivolte e dalle incursioni 
de' Sassoni, tornò di là dall'Alpi, traendosi dietro pri- 
gioniere il re Desiderio, che fu da lui raccomandato 
ai claustri dell'illustre monastero di Corbeia. QuelP il- 
lustre bresciano dopo di avere per diciassette anni si- 
gnoreggiato sul trono dei Longobardi, datosi nel mo- 
nastero, nel quale fu dal suo vincitore confinato, alle 
sacre preghiere, ai digiuni e ad altre opere pie, con- 
dusse a termine santamente la vita (2). 

§ 8. Intesa appena il re Àldeghiso la caduta del padre, 
uscì tantosto rapidamente da Verona , entro la quale 



(1) A na stasi us B'blioth. In Adriano I papa. 
(1) Epidanui, ffistor. apud Gocciasti un», toni. 1. Rerum Ale* 
mannarum. 



LIBRO NONO 83 

città erasì innanzi preparato a difesa, da dove portando SBBS5H 
seco quanto potè raccogliere di prezioso, fuggì alle ~°P® 
sponde dell' Adriatico, e raccomandatosi ad un naviglio anno 
remeggiò a Costantinopoli, dove dal greco imperatore 77 J - 
Leone IV ottenne liberale accoglienza e cospicue di- 
guità (1). Intanto Àrighiso duca di Benevento, tramutate 
le pristine bandiere, lasciò il titolo di duca, assunse 
quello di principe, e cominciò ad usare ne' suoi diplomi 
la regia forinola: in sacratissimo nostro palatìo (2); 
e Potoue duca di Brescia, nipote dell' abbattuto re De- 
siderio, foss' egli sospinto dall'ansia di dominare o dalla 
paura, confortato da un' alleanza che aveva firmata coi 
duchi di Valcamonica, di Vicenza e di Trevigi, ed 
incitato ancora dalle sollecitazioni di suo fratello An- 
soaldo, che era vescovo della nostra diocesi, rizzò alta 
la cresta, e non saggiamente considerando la debolezza 
delle sue forze al confronto delle ostili, si dispose a 
ribattere coli' armi 1' esercito de' Franchi. L' intrepidezza 
è virtù, l'audacia è pazzia. Il duca Fotone allora tras- 
portato da idee temerarie inviò suo fratello Cacone 
nelle valli Trompia e Sabbia, e nella riviera del lago 
di Garda ad assoldare armati; ed egli intanto con po- 
che fanterie cittadine, con cinquecent' uomini a cavallo, 
e con mille altri fanti che aveva avuto in soccorso dai 
suoi alleati, i duchi Guido da Vicenza, Rodgoso d* 
Trivigi e Folcorino di Valcamonica, preparati solleci- 
tamente i possibili magazzeni, si chiuse entro Brescia, 
e stette imperterrito ad aapettarue gli assalti (3). 



(1) Histor, Miscella, apud Murator. tom. 1 part. 1. Rcr. Fta r ic. 

(2) Erchempertus, apud Murai, tom» 1 part» 1. Ker* Italia. 

(3) Vcg^asi V Hi sto rial a Rodulphì Notaj. pag. 11. — Dai 
duchi poi Rodgoso e Guido ne resta ricordanza ucl Cronaco 



«4 turno nono 

^=d=^- 11 capitano generale de' Franchi Is mondo, dopo di 
Dopo avere lasciato una conveniente guarnigione in Pavia e 
anno nelle altre sommesse città, condusse il resto dell' eser- 
77^- cito in questa provincia: lo accampò in Rovaio, Adro, 
Erbusco, Calino, Domato, Passirsno, Camiguone , Pa- 
derno, Rodeugo, Saiauo, Gussago ed in molti altri paesi 
di quel vicinato; e di là addirizzò a Brescia Anselmo 
abate de' benedettini di Nonantola, onde avesse io suo 
nome ad intimare al duca Polone, o di cedere imme- 
diatameute la città o di aspettarsi tantosto devasta- 
mento del territorio. Soperchiato Potorie da una troppa 
baldanza, e sostenuto dagli audaci consigli del vescovo 
suo fratello e de' nobili longobardi che lo circondavano, 
diede all'abate Anselmo risposte altiere. Rapportate 
quelle dall' abate Nonantolano al capitano generale dei 
Franchi Ismondo, lo accesero di tant' ira, che diede or- 
dine tantosto a gran parte delle sue milizie di span- 
dersi pel distretto bresciano, saccheggiando, incendiando 
e mandando a morte quanti potessero raggiugnere; com- 
mise a' suoi carpentieri, che preparassero subito mille 
patiboli e che li erigessero, iu proporzionata distanza 
1' uno dall' altro, intorno agli spalti esterni delle fosse 
della città. Ed il dì seguente a terrore dell' ostinato 
duca Potone e degli assediati cittadini fece a quelle 
forche appendere altrettanti villici fra i più distinti 
della provincia (i). 



di Andrea Prete, tom. i. Antiquit Italie. E lo stesso Rodgoso 
e commemorato dalla lettera 59 dì papa Adriano I conservata 
nel Codice Carolino. 

(1) Tlodulphi, Historiola pag. 11: et appendere fe.cit ■ implus 
in patibulo /uree civeiter milk cortisianos prope muros ci' 
iHtatis. 



LIBRO MONO 85 

Accorsi a quell'orrendo spettacolo lungo alle mura^ 5555 ^ 
i cittadini, a qual pareva conoscere fra i pendenti pel j^ *!? 
collo dal laccio il coltivatore della sua ortaglia, a quale anno 
il suo affntuale, il massaro, il gastaldo; ad un nego- 77 J - 
ziante sembrava veder penzolare il suo corrispondente, 
ad un padre di conoscere lo sposo della uudrice di un 
suo pargolo. Altri vedevano Y amico, l'allievo, il con- 
discepolo, e percossi da un orrore tremendo, ululando, 
fremendo, declamando si spinsero contro al duca Fo- 
tone, contro a suo fratello il vescovo Ausoaldo, ed a 
quanti nobili longobardi avevanli incitati di opporsi 
alle forze dei Franchi (i). 

§ 9. Erano allora per avventura in Brescia due si- 
gnori di altissimo lignaggio, l'imo de* quali aveva no- 
me Licolfo, ed era figlio di Aioue che era stato duca 
e governatore della provincia, quaudo il trono de* Lon- 
gobardi era signoreggiato da Rachis; e l'altro era Teu- 
tone figlio di Trasmondo, che fu duca di Brescia nei 
primi anni del regno di Desiderio. Que' due potentis- 
simi signori , non istomacati già solo dalle audaci 
pervicacie del duca Potone, non abbattuti all' animo 
solamente dalle devastazioni della provincia e dai 
macelli dati alle genti dal comandante generale dei 
Franchi Ismondo; ma sospinti altamente ancora dagli 
ardenti clamori e dai pianti de' cittadini , uscirono 
nascostamente di Brescia, umilmente si presentarono al 
capitano generale de' Franchi, e di ogni più viva ma- 
niera supplicarono clemenza; furono quelli da Ismondo 
Jt>euiguamente accolti, e per loro sicurezza se li tenne 



(1) Idem, ibidem: Pnpulus universa* permotus est. et pre* 
clamare cepit contra Fotoncm, Ansoaldum, et alias belli voti- 
si li arios. 



86 LIBRO NONO 

■ gg vicini, Avvilito il duca Potoue all'avviso della partenza 
P°P° di que'due, e perduta là confidenza de' cittadini e la 
speranza di potersi più a lungo difendere, addirizzò ad 
Ismoudo suo fratello il vescovo, autorizzalo di cedergli 
Brescia in suo nome, fermo però il patto che avesse 
Ismoudo a promettere con giuramento un generale per- 
dono ad ogni bresciano, di qualunque grado o classe 
/ egli fosse. Tutto Ismoudo prontamente giurò; ma en- 
trato appena nella città fece carcerare il duca Potoue, 
e dopo lui cinquanta altri nobili bresciani fra i più. 
distinti: ed il giorno di poi, che fu il quinto dell' ot- 
tobre 744> li ' ece tutt i sulla pubblica piazza decapi- 
tare (i). 

§ io. Mi sembra che la stessa urbanità ora mi 
sforzi a stogliere l' idea del leggitore dalla ricordanza 
di cose, che non possono che amareggiare ogni anima 
ben fatta; e volgendo per questo ad altro oggetto pa- 
trio ¥ argomento, studierommi di esporre quando e di 
quale maniera lungo tratto del piedimonte occidentale 
di Brescia abbia avuta il nome di Frauciacorta. 

Signoreggia in que' paesi una antica tradizione, per 
la quale raccontasi dall' avo al nipote o dal padre al 
figlio, che i loro antenati, congiurata la perdita dei 
francesi, abbiano ivi una notte trucidate quante schiere 
di quella nazione erano in quelle contrade accampate; 
e che per questo non avendo concesso quelle regioni 
lunga stazione ai francesi, siensi poscia denominate 
Francia corta. Ma poiché né le analogie dei fatti né 



(i) Rodulph. pag. ti: Ismondo compre hende re feci t (homo 
pessimus et sceleslus ) Potonem nihit me tu ente ni cum quìnqua- 
ginta nobili bus Brissianis, et pevcutere gladio, die 5 iiUianle. 
mense oc toh re % 



LIBRO NONO 87 

Je memorie di cronista alcuno porgono pur ombra ^ H MmamBUU 
di sospettare, che in quelle parti sia mai succeduto D y °\ ì{ ? 
un vespro siciliano, ovvero, une niiiL de Saint Bar- a ,'„ I0 
thélerny, mi credo in debito di trasmettere quella 77+- 
tradizione al lazzaretto. 

11 sig. Ottavio Rossi all'opposto ha scritto (1) che 
que' paesi del piedimonte orientale di Brescia furono 
detti Francia corta, cioè Corte franca, perchè per 
decreto del Senato veneto non assoggettati ai dazii £e- 
nerali, ai quali erano comunemente soggetti tutti gii 
altri. Ma poiché il privilegio più antico, pel quale ri- 
cordisi essersi donata franchigia a gran parte di quei 
paesi, è quello accordato alla quadra di uovato dal 
generale dell'armi venete Bartolomeo Gatta da Boveguo, 
da Cristoforo Dona, da Francesco Barbaro capitauio di 
Brescia, e dal provveditor Federico Contariui; privilegio 
confermato il dì 17 luglio i44° dal doge Francesco 
Foscari (2). Ed il secondo documento in tale proposito 
è il privilegio accordato il di 28 luglio dello stesso 
anno dal sopra lodato serenissimo doge alla quadra di 
Gussago ed al restante di que paesi (3), ed osservando 
che quella regione era detta Franciacorta lunghi secoli 
innanzi che si emanassero quelle ducali di franchigia, 
eredo di non operare sconsigliatamente^ se trasmetto 
ancora 1' opinione del sig. Rossi al lazzaretto. 

Il dottor fisico Jacopo Malvezzi finalmente, il quale 
di età molto provetta colto da apoplessia morì Tan- 
no i44°> De racconta che que' paesi, nei quali in- 



(1) Rossi, Memorie firesc. /*. 208. 

(2) Ducale tratta dall'autografo, e pubblicata da Lodovico 
Malauza nella sua Raccolta de Privilegi ecc. JoL i. 

(3) Altra Ducale pubbl, dallo stesso, ibi. 5, 



88 LIBRO NONO 

uanzi di entrare in Brescia accampò I' esercito del re 

Dopo d e * Franchi comandato dal generale Ismondo, sono stali 
anno' detti Franeiacorta. perchè i Franchi vi stanziarono corta 
Ili* stagione; ed aggiugne che erano indicati con tal nome 
ancora a' tempi suoi (i). Per questo avendo Malvezzi 
prodotta una derivazione etimologica del nome Fran- 
ciacorta, non appoggiata a tradizioni immaginarie, non 
a documenti posteriori al pubblico uso del nome me- 
desimo, ma ad un tratto istorico raccontato ancora da 
altro scrittore accreditato ed antichissimo, qual era il 
notaio Rodolfo (2), io credo essere 1' opinione di Mal- 
vezzi la meglio documentata. 

§ 11. Intanto Cacone, fratello del morto duca Po- 
tone, accompagnato da un lungo seguito di armati, che 
aveva egli raccolti nelle valli tri um pi lina, sabina e nella 
riviera benacense, discendeva frettoloso onde condurre 
al duca fratello i raccomandati soccorsi: ma avvisato, 
lungo la strada, dei tragico fine di Potone e degli al- 
tri cinquanta nobili, fer mossi nella valle Ateniese (delta 
ora corrottamente Val Tenese ) nelle vicinanze di Por- 
tese (3); dove scielti i più valorosi ed intrepidi di 
quanti lo seguitavano, e fatta abbondante raccolta di 
provvigioni, e condottele in quella rocca antica di Ma- 
nerba, che si è fatta demolire dal veneto provveditore 
Soranzo (4), in quella con gli eletti suoi prodi si chiuse, 
fermo anzi di mofire che di cedere all' inimico (5). 

(1) Malvetius, Disi. 4 cap. 96. 

(1) Quanto al tempo in cui visse Rodolfo, vengasi Bictmm 
dwertimento premesso al tom. 2 delie sin; Storie Bre&c, 

(3) Ottavio Rossi, Memor. Blese j\ 2o5. 

(4) Lo slesso, al Juogo indicato. 

(5) Paratis ad multum tempus victuaìibus, potius mori, quatn 
in manus lsmondi venire statuii, Rodulpli. pag. il. 



LIBRO NONO 89 

Il capitano de' Franchi Is mondo, raccolto 1! esercito, 2555*2*5 

mosse a Manerba, dove conosciute le difficoltà di espu- Dopo 

ce 
gnare coST armi quella rocca, perchè fortissima e per anno 

la ripidezza del luogo dov' era eretta, e pei molti ba- 77^ 
sticoi e rivellini, e perchè difesa da genti esperte e 
disperate, pensò essere meglio tentare i mezzi dell'arte 
che non quelli della forza: dietro ai quali principii 
studiossi di sedurre Cacone per mezzo di larghe pro- 
messe; ma non avendo potuto avere con quelle riuscita 
alcuna, dopo di avere lasciato Corvolo suo tenente con 
milizie bastanti a bloccare strettamente quella rocca, 
sperando di ottenere per mezzo della fame quanto non 
gli era stato concesso dalla forza e dagli artifizi!, di- 
grignando e fremendo tornò a Brescia. 

§ 12. Carlo Magno, quantunque fosse principe di 
alto animo e di non volgare educazione per que' tempi, 
e quantunque non potesse ignorare lo spirito sangui- 
nario de! suo capitano Ismondo, pure, lo facesse forse 
per costringere i bresciani ad assoluta sommissione per 
mezzo del terrore, elesse Ismondo conte, cioè governa- 
tore di questa provincia. Fremette per quella elezione 
ogni bresciano, ma la paura serrò in petto a tutti T in- 
dignazione. 

Erano passati alcuni mesi dopo che il conte f smondo 
reggeva il governo di questa città, quando avvenne in 
Foutevi co un caso romorosissimo, che fu la causa dello 
sterminio di quegli abitanti e della desolazione di quel 
grosso paese. Due giovani signori, distintissimi fra i 
loro coetanei, uno detto Otterauno e l'altro Itlone, 
sospiravano scambievolmente iu isposa una giovaue di 
buon casato, loro conterranea, bella di forme e di lar- 
ghe fortune. Che quella forse, siccome avvien di so- 
vente, avesse date lusinghe o promesse ad ctUrambij 



9 o libro nono 

— " ""' que' due si presentarono a Giovanni, che era allora lo 

^°P° Sculdais (i), cioè il giudice di quel paese: a lui pro- 
anno dussero le scambievoli ragioni sopra di quella giovine, 
7>4- e gli promisero dolcissima sommissione alla sentenza. 
Dopo lungo esame lo Sculdais Giovanni diede una de- 
cisione favorevole ad Citeranno: ed è speciosissimo il 
motivo principale di quella sentenza. Fra le molte su- 
perstizioni di quel secolo, erano riprovati i matrimoni 
celebrati nel mese di maggio, perchè in quella stagione 
ragliano per amore ancora gli asini. Olteranuo denunziò 
Ittone perchè si ridesse di quel pensamento, riputato 
dal pubblico siccome sacro; e lo Sculdais Giovanni, 
appoggiato a quel principio, sentenziò a favore di Ot- 
teranno (2). 

Era il bel mezzo dell' estate, quando si celebrarono 
fra Otteranno e la contrastata giovine le sospirate nozze; 
e mentre una lunga fila di amici e di parenti, addob- 
bati a festa, accompagnavano gli sposi dalla chiesa 
maggiore alla casa del uovizzo, passando per mala ven- 
tura e seuza alcun sospetto sotto alle finestre di Ittone: 
quegli che per le tradite speranze ardeva di quell'ira 
che spinge agli eccessi ogni amante deluso, e che, stu- 
diata la vendetta, avevasi tratta in casa una frotta di 
aderenti armati, colta l'occasione, gettò e fece gettare 
dalle finestre sopra gli sposi ed alla più parte di 
quelli che gli seguitavano sordidissime immondizie. In- 
citati a furore Otteranno ed i suoi compagni a tanta 



(1) Nella raccolta delle leggi di LiulpranJo re de'Longobardi, 
tit* ao § 1 è scritto: si quìs causarti habuerit, et Scaldai suo 
causarli suam non dixerit, eie. 

K) Rodulphus, pag. 12: Rpjecto Untone quia mense Maio 
ti uh e re non impro peti uni siòi deputabat. 



LIBRO NONO 91 

ingiuria, dopo di avere chiamati a soccorso quanti pò- — 
terono, diedero all' armi, e tentarono incendiare la casa Jv , Pf 
di Ittone con entro lui, le sue ciurme e tutte le sup- at.no 
pellettili. Ma uscitone egli co'suoi, si azzuffò con furore; 774- 
ìielT ardor della mischia caddero molti estinti, e molte 
dui* furono le case incendiate dell'una e dell'altra fa- 
zione; dopo lunghe ore fu alla fine Ittone col resto 
de 5 suoi cacciato dal paese. Ma datisi ed egli e quanti 
Io seguivano a scorrerne le campagne, ne devastarono 
i prodotti, ne diedero a fiamme i cassinaggi, e ne ta- 
gliarono ogni albero fruttifero (1). 

§ i3. Pervenuto appena ad Ismondo conte gover- 
natore di Brescia l'avviso di quegli eccessi, che rac- 
colte le schiere, come se avesse a spingersi contro di 
un esercito ostile, partissi dalia città, e giunto nelle 
vicinanze di Pontevico ebbe notizia che Ittone aveva 
raccolti i suoi in una posizione di potente difesa, e che 
trepidando ed egli e i suoi compagni di perdere sul 
patibolo la vita, tutti insieme avevano giurato di re- 
spingere chiunque tentasse attaccarli siuo all' ultimo 



(1) Non debbono essere considerate siccome piante fruttifere 
a que' tempi i gelsi, perchè non era introdotta ancora ia col- 
tivazione dei vermi da seta; ma furono allora tagliate da quei 
facinorosi le vigne, le quali allora erano anche negli uberto- 
sissirni paesi della pianura australe di questa provincia fre- 
quentissime; delia qual cosa ne rendono irrevocabile testimo- 
nianza le pesantissime pietre da torchio, le quali ancora sì 
veggono sparse per ogni dove in que' fertilissimi paesi , nei 
quali comunemente ora non si coltivano, che granaglie, trilògli, 
lini ed altri prodotti di nuova introduzione. Se per que' campi 
allora non fossero state coltivale le vigne, non si vedrebbono aiw 
cora diffusi per que' paesi gì' indelebili utensili necessari al 
pigiainenlo deli' uve. 



92 LIBRO NONO 

■ anelito. Conobbe hmoud.o non essere prudenza il rom- 
Dopo p ere CO atro genti valorose e disperate, quantunque 
»nuo fosse seguitato da forze più numerose: per questo fece 
TP* per mezzo di un araldo significare ad Ittoue, di essere 
egli disceso a Pontevico solamente, onde interpolasi per 
rendere a paca i contendenti, non per esaminare le 
scambievoli ragioni de' medesimi, ed emettere sentenza; 
soggiunse di essergli pervenuto uno scritto del re Carlo, 
pel quale eragli ordinato di trattare ogni bresciano 
con ogni possibile clemenza: ed aggiunte a quelle fin- 
zioni quante al Ire credette opportune, a forza di al- 
lettamenti e di lusinghe adescò Ittone ed i suoi, e gli 
addusse a deporre spontaneamente le armi, e pieni di 

confidenza a darsi in sua mano. Tanta dabbenaggine 

• oc 

venne troppo barbaramente punita: appena Ismondo 
ebbe quegli sciagurati senz'armi in fra le mani, gli 
fece morir tutti a fil di spada (i). 

Entrato poscia con le sue schiere quel sanguinolento 
governatore in Pontevico, ordinò eccidio universale di 
tutta quella miserabile popolazione, non salvando dalla 
strage i decrepiti, le donne, i pargoletti medesimi. Non 
pochi erano scampati da quello sterminio, e palpitanti 
pel terrore, e mandando grida altissime, supplicando 
soccorso dagli uomini, dai celesti, da Dio, si erano rac- 
colti in un campo prossimo all' Ollio. Spinse Ismondo 
iti quello i suoi armati, fece sommergere gran parte 
di que' miseri nei gorghi del fiume, ed usando forse 



(1) Ismondus .... per nuncìorum suggestionem placar* cepil, 
et nilùl metaenles, repente aggressus, stragem omnium edidiL 
fiodulph. pag. i r 2. 



LIBRO NONO g3 

eon lo restante una crudeltà peggiore, fece loro cavare — ' " ' S 
gli occhi (,). £g 

Dopo così nefanda tragedia il crudele governatore anno 
Ismondo si trattenne più giorni in Pontevico, e lo fece 77^* 
forse, affinchè le sue milizie avessero tempo di spogliare 
in quel desolato castello le case,, che fortunatameute 
erano state preservate dall' incendio. Era giunta a no- 
tizia deVittadini quella tremenda catastrofe, e non ave- 
vano potuto rattenere le esclamazioni di compianto per 
quegli infelici , e di indignazione contro d' Ismondo , 
esclamazioni che erano porte loro sulle labbra dalla 
stessa natura: alcune spie si affrettarono di rapportare 
ad Ismondo, e forse ancora di alterare le parole pro- 
nunziate da molti in quella occasione. Udito egli ap- 
pena quell'avviso, e lo fu il mattino de'sette agosto 775, 
che parti rapidissimo da Pontevico, e somigliante a 
fiera bramosa di altro sangue, giunto a Brescia mandò 
alle carceri Liginolfo che era un discendente della re- 
gina Teodelinda, e dietro a lui altri trenta nobili dei 
più distinti. Commise il mattino seguente ai tribunali 
il processo di quegli infelici: gii accusò siccome rei di 
tentata rivoluzione, perchè avevano sclamato contro al 
governatore, rappresentante il sovrano, e dietro giudiziale 
sentenza furono tutti sulla pubblica piazza decapitati (2). 



(1) Inde Pontisvicttm ingressus eamdem (strage) cujuscum» 
que generis patravit , et qui vivi remans crani , himinibus pri» 
vari, aut in fluminc submergi jussit. Rodulph. pag. 12. 

(1) Regressus Brissiam .... cepit Leginuljum .... et triginta 
nobile s Brissie, et ligatis manibus in carcere mlsit, ut rebtlles 
extarent ex eo quod male de ejus honore lojuebantur: qui 
omnes post tre $ rfics in Platea crude l'iter percussi sunt gladio» 
Ro.iulph. ibidem. 



g4 LIBRO NONO 

mmmtm § i£. Una continuazione non interrotta di simili fé* 

Dopo roc ; e aveva alterato di troppo l'animo dei Bresciani, e 

G. C. . . . -, . T , 

anno quasi necessariamente indotti gli aveva a tramare di 

>7 J - quel crudelissimo governatore la perdita. Si raccolsero 
per questo secretamente in una casa molti fra i più 
potenti cittadini, ed insieme con quelli erano ancora 
parecchi sacerdoti: dove fatta congiura studiarono i 
mezzi, nou di ribellarsi al re franco, ma di liberarsi 
solamente del ferocissimo duca, al quale aveva egli rac- 
comandato il governo di questa provincia. 11 cronista 
^Rodolfo ne ha conservato solamente il nome degli ec- 
clesiastiei che appartenevano a quella congiura; e fu-» 
rono Guido prete della parrocchia di s. Giorgio, Ghe- 
rardo di quella di s. Agata, Ottone prete sagrestano (i) 
della basilica de ? santi martiri Faustino e Giovita, Uboldo 
prete della chiesa di s. Eufemia, Arduino prete della 
chiesa di santa Maria di Carpenedolo e Gualderico prete 
custode, ovvero sagrestano dell'oratorio di san Martino, 
poche miglia ad oriente di Verona, il qual sacerdote 
aveva iu compagnia ancora la moglie , cioè la sua 
presbiteressa Gilberga (2). 



(ì) Orio Cu sto s Basì lìce Scmclorum Faustini et lovìte Ro- 
tini pi», pag* i5. Vergatisi nel Glossar, di Du Cange quali fos- 
sero gli uffici del prete custode di una qualche chiesa alle 
voci Gusto $ Presbì ter. 

(2) Rudolph, ibìd. Gualdericus . . . . cum Gilberga sua Vre» 
sbiteria. Nou è quel solo cronista che ne ricordi a que ? tempi 
iì nome della moglie di un prete. Muratori, AntiquiL Italie» 
trrm. 6 col- 4°3, rapporta un documento dell' anuo 7*i5, per 
mezzo del quale Traspcriano vescovo dt Luca concede un pie- 
colo monastero in beneficio al prete Romualdo, perchè avesse 
ad abitarvi insieme cum sua uxore Presbiterio.. 



LIBRO NONO gS 

Era Gilberga una donna di animo fermo e di forze !L5!5!™j 
virili; e secondo aveano concertato i congiurati, mentre *?opo 
il giorno del santo Natale, Ismondo, accompagnato se- anno 
concio la consuetudine da un breve seguito, sarebbe 77** 
uscito dalla curia, onde passare alla basilica di s. Pier 
maggiore per ivi assistere alle sacre funzioni, la pre- 
sbiteressa Gilberga dovevasi presentare a lui sull'ingresso 
di quel tempio, ed ululando come punta da altissima 
ingiuria, gittarsi a lui dinanzi fingendo supplicare soc- 
corso, ed in quell'atto stringergli ambe le ginocchia, 
levarlo di terra, scuoterlo, e gettarlo strammazzone; nei 
quaLpunto sarebbonsi spinti i complici sopra di lui, e 
Ao avrebbero morto a pugnalate (i). Concertato di tale 
maniera un cosi ardito disegno, tacevano secretissimi i 
congiurati, aspettando ansiosamente 1' ora del giorno 
prefisso; ma Gilberga che finalmente era donna ed ar- 
dentissima, ansiosa di crescere le fila all'attentato, 
ruppe sconsigliatamente la tela già ordita. 

Era Gilberga amica del giudice Falperto e dell'av- 
vocato Gariperto. Confabulando quella famigliarmente 
un giorno con essi due, volse artificiosamente il di- 
scorso sopra d' Ismondo e de' suoi atti sanguinolenti; 
ed uditi quelli ancora lamentarsi altamente delle cru- 
deltà di quel governatore, credendoli nemici di lui, 
palesò loro, che Dio, colmo il sacco dell'ira contro di 
Ismondo, era per vibrare sopra di lui i suoi fulmiui ; 
soggiunse che molti e potenti avevano giurata la sua 



(i) lsta muìier cordis virili*, dum Tsmundus portam Ecclesie 
majnris s. Vetri in die Nativi tali f Domini ingrederetur hahibal 
facere proclamationem suo corpori vini illatam fuisse, et ad gc 
nua ejus accedentem prosternere eum super tcrram: tum omnes 
«ceuvreve debebant super eum, et trajiccre gladìis. Roduìph.p.i3. 



9 6 LIBRO SONO 

g perdita, e che eglino due avrebbero acquistato gran 

Dopo merito presso alla patria, se si fossero aggiunti ai cospi- 
aniio ranti per liberarla da quel carnefice («), dei quali 
taS*' tenne però a quelli prudentemente ascoso il nome. 
Quell'avvocato e quei giudice finsero di acconsentire agli 
incitamenti della presbiteressa Gilberga , giurarono in- 
alterabile secreto, e fisa l'ora di rivedersi, dopo le con- 
venienze ospitasi, da lei si accomiatarono. Lasciatala 
appena, o fossero quelli secreti confidenti del gover- 
natore, o paventassero le vendette di lui, se avessero 
ad a££Ìuo;nersi ai congiurati, od anelassero forse vil- 
mente al premio dei denunzianti, si presentarono solleci- 
tamente ad Ismondo e lo avvisarono, che una congrega 
di potenti bresciani tramava la sua morte; e lo assicu- 
rarono che la presbiteressa Gilberga avrebbegli potuto 
rivelare e la cospirazione ed i complici della medesima. 
Udita Ismondo quella denunzia, fece tantosto arre- 
stare Gilberga, ed esaminatala egli stesso, né avendole 
potuto trarre di bocca parola alcuna adatta a scoprire 
quanto cercava, la consegnò ai ministri della tortura, 
perchè l'avessero a costringere coi tormenti a rivelare. 
Tutto fu inutile: sospesa quella donna per le braccia 
prostese alle terga in su la corda, non emise mai pa- 
rola, che per maledire il giudice e l'avvocato che la 
avevano tradita, e per rampognare se medesima, perchè 
si fosse di quelli fidata. Svergognati i carnefici, perchè 
non sapevano trarre di bocca ad una donna confessione 
alcuna, strazii aggiunsero a strazii, e tutti tormento- 
sissimi e lenti, e tutti ancora inutili, perchè quella 



(i) Ista ut adderei auxilium, quwn Consilia Falperto ludici, 
ti Gariperto Causidico manifestai set, tarntn relenti s nominibùs 
CvHSiharivmm, Cornili indiaum dclatum fuit. llorhilph.p. i3i 



LIBRO NONO 97 

presbiteressa contorta, dilaniata, convulsa, senza mai ^5^?5 
rivelare alcuno, seppe vincere con indomita fermezza Dopo 
le stesse torture (1). auno 

Deluso Ismoudo dalla irremovibile franchezza di quella 77°* 
donna, commise subito l'arresto del vedovo di lei con- 
sorte don Gualderico. Trapassarono nondimeno più giorni 
innanzi che la sbiraglia lo potesse scoprire, perchè 
tratto dalla paura erasi nascosto dentro un occultissimo 
sotterraneo. Fu scoperto alfine, arrestato, presentato alle 
torture; ed appena ebbe quel vile a mirare gli stru- 
menti di strazio, che erano stati vinti sì francamente 
dalla presbiteressa sua moglie, dato alle strida sma- 
niava, sclamava, ululava; e come in altra circostanza, 
usando le solite sue facezie, si è espresso il padre Pier 
Luigi Grossi : 

« il vis di quattro 

5» Dalla paura si cacava addosso, (i) 

prima di lasciarsi cingere fune alcuna, svelò ogni tra- 
ma, e tutto palesò il concertato ed il nome di tutti 
i congiurati. Per ordine del governatore Ismondo per- 
corsero gli sgherri rapidissimi per ogni parte, cercando 
i denunziati; ne ebbero molti, ma furono molti ancora 
quegli altri che ebbero la sorte di scamparne le griffe. 
I miseri in quella occasione detenuti, senza procedi- 



(i) Quum Consilia Flaperto Giudici, et Gariperto Causidico 
manifestassct, tamen retentis nomìnìbus Consiliariorum, Co- 
miti indici um delatum fuit, qui capi fecit Gilbergam, et orri* 
bilibus cruciatibus non poluit vincere, ut non denegaret, que 
tandem expiraviL Rodulph. pag. i3. 

(*ì) Grossi, Poern. Lombardo. 

Voi. li. 7 



9 8 LIBRO KONG 

mento di alcun atto giudiziale, furono immediatamente 
^°P° mandati a morte nella piazza vecchia di Brescia in 
sul patibolo per man del boia (i). A quelli ch'ebbero 
la sorte di potersi sottrarre dalle perquisizioni , dati 
vivi o morti, fu imposta una taglia di mille manocosi 
d'oro (2), e commessi gli averi al pubblico fisco (3). 
«a § *5. Così orridi avvenimenti furono succeduti da 

altri certamente più spaventosi. Era cominciato appena 
il gennaio dell'anno seguente, quando sviluppossi in Bre- 
scia una formidabile pestilenza: tale però che non si 
distese oltre gli spalti della città ne inferocì lungo tempo; 
ma ne' quindici giorni circa che ebbe ad imperversare, 
piti di quattro mila spirarono in Brescia miseramente 
la vita. Trepidavano allora gli attaccati dal morbo, 
perchè sentivansi strette dalla morte le canne: trepida- 
vano i sani, perchè paventavano ad ogni istante quei 
segni, pei quali era solito manifestarsi il tifo: deplora- 
vano le spose la perdita dei consorti, strappavansi i 
padri le chiome per quella dei figli; le carrette funeree 
avevano tolto il luogo ai feretri 

>• Singula quid refcram ? (4) 



(t) Gualcir deus qui in cavea latiterai detectus fuit, et sine 
vi tormento rum, omnia Consilia ìoquutus fuit. Omnes linde* 
ciimquc inventi fucrunt, morie miserabili necati sunl in Platea 
vele re Rodulph. pag. io. 

(2) Do manocoso d' oro corrispondeva ad un di presso al 
valore di uno zecchino. Du-Cange. 

(5) Eis qui fugam ceperant , bannum Ismundus mille Ma- 
nocosos auri misit in singubo capite, et omnium bona ad Curtem 
llegiam devolvere fecit. Rodulph. pag* ia. 

(O Ovidins, Amor um Éleg. V. 



LIBRO NONO 99 

Pareva che l'orrore si fosse allora vestilo di tremende BE — 

maniere, onde passeggiare le contrade di Brescia, e ?°E,° 
diffondere per ogni dove desolazione, spavento. anno 

Per buona veutura una tanta calamità non ebbe 77^* 
lunga durata; ma quando gl'infelici superstiti non 
avevano avuto ancora uno spazio sufficiente di rimet- 
tersi possibilmente in calma, furono all' improvviso per- 
cossi da un altro terribile infortunio. Era presso alla 
metà il febbraio, seguente il mese della enarrata pe- 
stilenza, quando si accese in Brescia un incendio de- 
vastatore. Gli incendii sono terribili ancor di presente, 
sebbene le contrade sieno per ordinario assai più spa- 
ziose che non allora, e sebbene le provvidenze delle 
arti e del governo sieno a'nostri giorni più propizie, più 
operose e più industri; ma dov'erano allora vie spa- 
ziose, trombe, pompieri? Per quelle fiamme furono mol- 
tissimi quelli che perdettero la vita, e dal principio 
della contrada detta allora Paravert sino alle macel- 
lerie, tutte le case e la più parte ancora delle suppel- 
lettili delle medesime furono incendiate tutte (i). 

§ i6. Carlo Magno, quantunque impegnato allora dalla 
guerra dei Sassoui, i quali superati e percossi un giorno, 



(i) Rodulph. pag. ìi: Sequente mense Februario ignis con- 
sumpsit magnani par te m civitatis, a loco qui dicitur Paravert, 
usque ad Carnarium, cum plurium morte. La contrada Para- 
vert che era allora in Brescia ( siccome rilevasi da un docu- 
mento dell'archivio del monastero di santa Giulia, pubbl. da 
Muratori, Dissert. Med. AEvi, tom. 5 coL 75g) distendevasi: 
intra muros civitatis Brìxianae pvope porlam mediolanensem 
(cioè porta bruciata), ubi curriculus per quem graditur aqua 
ad supradict. Monasteri um. Non ho documento alcuno per 
indicare dove fossero allora le macellerie della città; è però 
necessario ii pensare, che fossero ad oriente del luogo indicato. 



ioo LIBRO NONO 

* rimettevausi il dì seguente, e tornavano a imbaldanzire, 
/ P°P? pure ansiosissimo di conquistare tutta Y Italia, sui prin- 
anno eipii dell'anno 776, dopo di avere raccomandate a' suoi 
?7 capitani le sorti germaniche, seguitato da un grosso 
corpo di armati , disceso per la Svevia e per la Ba- 
viera, e valicate le alpi Gamiche, piombò in Friuli con- 
tro di Radgoso duca longobardo di quella provincia, 
il quale collegato di Stabulino duca di Trivigi teneva 
ancora alta la cresta, e francamente ridevasi della po- 
tenza de' Franchi (1); percosse Radgoso di primo tratto, 
ed avutolo fra le mani, maudollo a morte: fra non 
molto disperse ancora il duca Stabulino, sicché a' 28 
di marzo assistette quel monarca alle feste pasquali in 
Trivigi. Ma le turbolenze de' Sassoni andavano frattanto 
ogni giorno crescendo, sicché il re Carlo, dopo di aversi 
sottomessi que' due, tornò rapidamente in Germania. 

Nulla è più probabile che i Bresciani, colta l'occasione 
di avere in quelle circostanze il sovrano loro in Italia, 
abbiano a lui invitato alcuni delegati, perchè lo sup- 
plicassero di liberarli dalle sanguinarie procedure del 
conte Ismondo; è probabile ancora che avrassi quello 
saputo difendere, significando al re Carlo la congiura 
tramata contro di lui, rappresentandola siccome at- 
tentato di rivolta, e dimostrando la necessità del 
terrore. 

§ 17. Ma giunta era l'ora fissa dall'alto, nella quale il 
crudele governatore conte Ismondo doveva sommettere 
i gruppi della chioma al pettine: locchè avvenue per 
un suo attentato di vituperevole concupiscenza. Aveva 
egli adocchiata in Brescia una bella ed onestissima 



(1) Annales, {fcrtiniani, * — Hugo Flaviaccnsis, in C/ironico. 



LIMO NONO ioi 

gioviue, detta Scomburga, Gglia di Durdunno Scavino (i) -'■"" '"■'' S 
cioè assessore del tribunale: e preso ardentemente dalle JJ°P° 
forme di lei, uè acceccò di maniera, che dimenticata anno 
la riservatezza dovuta da tutti e singolarmente da 77^- 
quelli che, per essere elevati a cospicue dignità, deb- 
bono non solo invigilare la pubblica costumatezza, ma 
porgerne ancora esempio, addirizzò a Scomburga una 
ruffiana, perchè avesse artifìziosamente a trarla a' suoi 
piaceri. Seppe la mala femmina cogliere scaltramente 
il punto di presentarsi all' insidiata giovine, cioè men- 
tre l'assessore Durdunno di lei padre, ed ambi i suoi 
fratelli erano dopo il pranzo usciti di casa, onde tra- 
passare giovialmente alcuni quarti d'ora con gli amici. 
Mentre quella ruffiana accortamente introdottasi parlava 
a quattr'occhi a Scomburga, e dietro le commissioni 
avute da ser Ismondo , non mancava di prometterle 
splendidi addobbi, gioie preziose e larga copia d' oro, 
Imberga madre di Scomburga che era una vecchia af- 
filata a liscia cote, e che sapeva conoscere il pelo della 
volpe che aveva tratto sua figlia a secreto colloquio, 
tesi scaltramente ai pertugi di un uscio gli orecchi, e 
dalle voci che potè intendere assicurata degli infami 
attentati di quella mala femmina, preso un breve e 
pesante tronco di legno, piombolle addosso all'improv- 
viso, la conciò pel dì delle feste (2), e percossa e de* 
clamante cacciolla di casa. 



(1) Du-Cange, Glossar, dice essere gli Scavini judicumAs* 
sessores. Carlo Magno però nel Capitolare a dato l'anno 8i3 
al cap. i3 dà agii Scavini maggiore autorità. 

(a) Sed ab Imberga malve vjrgìnis , verberibus male hahita 
fuiL Rodulph. pag. 14. 



102 LIBRO NONO 

■ Tormentata quella ruffiana dalle percosse strascinossi 
Dopo zoppicando alla curia a ragguagliare il conte Ismondo 
anno delle male venture dell' ambasciata. Àrse egli in udirla 
77** di tutta quell'ira, che amore soppresso e vergogna pub- 
blicata possono mai accendere dentro un animo deli- 
rante e deluso 3 e raccomandata a quella donna altissima 
secretezza, diedesi tantosto a meditar le maniere di giu- 
gnere al sospirato intento. E fatti chiamare alcuni di 
que'tali, che egli già sapeva essere per vilissimo prezzo 
prontissimi a giurare il falso, loro commise di denunziare 
Imberga moglie dello Scavino Durdunno e Scomburga 
di lei figlia, perchè fossero a parte dei furti di alcuni 
ladri, ed in casa propria ricettassero le cose rubate. 
Avuta da que' falsari la ricercata denunzia, chiamò il 
mattino seguente il capo della sbiraglia, e gli ordinò 
di dare in tasca a quelli fra i suoi dipendenti, ch'egli 
credesse il meglio, alcuni involti di cose sospette, e Io 
prevenne che lo stesso giorno avrebb' egli intimato 
perquisizione in uua famiglia, e che egli doveva fin- 
gere di aver trovati in quella i preparati involti, e 
di arrestarne le donne. Tanto egli operava, onde avere 
Scomburga nelle carceri, e per conseguenza a libera 
disposizione (i). 

§ 18. Passato il meriggio, mentre Durdunno ed ambi 
i suoi figli erano dopo il pranzo usciti per sollazzarsi, 
Ismondo commise al capo degli sgherri un immediato 
scrutinio alla casa di quello Scavino. Volò quel fante 
accompagnato dal numeroso suo seguito, molti del 
quale avevano in tasca i preparati argomenti di falsa 

(i) Tum Ismundus per homines malos faìswn testimoni um 
dcponere fecit, quod casa Irnberge, et Scomburge reciperet 
furia; et misit qui eas in carcere abducerenU Rodulph. p. 14. 



LIBRO NONO io3 

colpa: ed entrato co' suoi seguaci nella casa ili Dar- a S3£EEE 
dunno, s' infinse perquisizione, e fraudevolmente sco- J; P? 
perti i motivi dell* infinto reato, diedero a ceppi Imberga anno 
e Scomburga, come fossero ree di furti celati. 77"- 

Era dopo il meriggio del dì 23 agosto 776, e la 
sbi raglia traeva quelle due infelici fuori della porta di 
casa loro, ed in quell'istante tornava appunto a casa 
Durdunuo. Egli che era già stato avvisato dalla moglie 
dell'i mbaccucamento del conte Ismondo, e dei laidi at- 
tentati della ruffiana, comprese ad un tratto quale fosse 
la causa di quella violenza; e vinto ed accecato dal- 
l'ira avventossi alla figlia, quantunque fosse in mano 
della pubblica forza, e persuaso che avesse quella a 
perdere innanzi la vita, che l'onore in fra le brac- 
cia d'Ismondo, piantolle un pugnale nel cuore. Sorpresi 
gli sgherri da quell'atto, lo trucidarono tantosto. Al 
rumore di un tanto spettacolo accorsero per ogni parte 
i cittadini, ed intese e dall'uno e dall'altro le cause 
di un tanto tumulto, diedero a minacciosissime declama- 
zioni, Giunti in quel punto i fratelli di Scomburga, e 
presi da alto orrore alla veduta dei cadaveri del pa- 
dre e della sorella, ed uditine i molivi e le maniere, 
strapparousi pel sussulto dell'animo le chiome, ulula- 
rono urla da forsennati, e levato di terra il corpo in- 
sanguinato e tepido ancora della sorella morta, versa 
la Curia il trasportarono, gridando frattanto al cit- 
tadini, cui la veduta di quell'orrido caso aveva già 
convulso per Tira ogni membro, di seguitarli e di ven- 
dicare la traboccante audacia. Tutto si fece, 

Ismondo, che non pensava essere i Bresciani Rapaci 
di un ardente risentimento, uscì imprudentemente dalla 
porta del palazzo curiale, e con artificiosa allocuzione 
studiossi di rimetterli in calma. Che giovano gli elet- 



io4 LIBRO NONO 

tromtirij quando già congelata è la tempesta! piom- 

Dopo bo^li addosso a tutta furia il popolo, e non con ferro 

^" i 1 ì • i • • ii 

anno alcuno, ma a solo ìmpeto di braccia straccioljo a pezzi, 

7;6« e non pago ancora, sminuzzollo coi denti ; e fu visto 

più d'uno arrostire sovra agli ardenti carboni le sue 

carni, e spinto da uno spirito di trascendente vendetta, 

mangiarsele (i). 

Tale fu il tragico fine del crudele ministro del re 
de' Franchi in Brescia, il conte Ismondo; di quello che 
innanzi di entrare vittorioso in questa città, aveva 
intorno alle fosse fatto appeudere alle forche mille one- 
stissimi villerecci; di quello che contro la data fede 
aveva fatto decapitare il duca Potane ed altri cin- 
quanta nobili; di quello che aveva trucidato la più 
parte degli abitanti di Pontevico, e mandato all'ultima 
desolazione quel grosso paese; di quello che aveva po- 
scia fatta troncare la testa ad un discendente della il- 
lustre regina Teodelinda, e dietro a lui a trenta altri 
nobili bresciani: quale visse, tale morì; il sangue chiama 
sangue: qui cultro ferit, cultro perit. 

§ 19. Il re Carlo, o che si fosse voluto servire di 
Ismondo solamente onde atterrire i Bresciani ne'prin- 
cipii del suo dominio, che foss' egli già fiacco delle 
ferocie di lui, non mostrò pur di sapere quale fosse 
Slata la morte del suo governatore. La fedele sommis- 
sione continuata poscia da que' di Brescia al suo alto 
dominio, avrà forse aggiunti motivi a tanta indulgenza. 

Morto il conte Ismondo, prese a governare questa 
provincia uno detto Macario, di alto grado tra i 



(1) Rodulph. pag. ig. Jlìum cccidcrunt, et denlibus etiam 
secuerunt minutatim , et fuerunt qui carnea ejus igne torme* 
ru ut, et manducaverunt. 



LIBRO NONO io5 

Franchi, e distinto col titolo di duca. Tutta la popo-^"^^ 
lazione prestossi a lui docilissima; ed in que'giorui Cacone JJ*P? 
fratello dell'ultimo duca de' Longobardi in Brescia, il anno 
decapitato Potone, il quale Cacone, come si è già raccon- 11^' 
tato, era da oltre un anno e mezzo guardato a blocco 
nella rocca di Manerba, udita la caduta del sanguinario 
duca Ismondo, ed il clementissimo interinale governo del 
duca Macario, e quel che è più, sospinto dai bisogni e 
dalla fame, addirizzò messaggeri al nuovo duca, perchè 
dovessero proporgli in suo nome la resa del castello di 
Manerba , ed a significargli che egli si rimetteva pie- 
namente alla sua clemenza. Macario non lo accolse so- 
lamente siccome amico , ma ouorollo ancora e pre- 
miollo di larghe beneficenze (i). 

§ 20. Folcorino duca di Valcamonica, ultimo rap- 
presentante i Longobardi nell'alta Italia, e residente in Anno 
Cividate , udita la perdita del duca del Friuli e di ' à * % 
quel da Trivigi; e couscio ancora della tragica fine 
del conte Ismondo, e del magistrato interinale del duca 
Macario, credette essere giunto il tempo di sommovere 
e Brescia e tutta insieme la provincia, e di aggiuguerle 
alla sua fazione. Per questo parlò all'ottimo Ermoaldo, 
primo abate de' Benedettini di Leno, e lo indusse a 
tradursi in città, e a persuadere ai Bresciani di ribel- 
larsi ai Franchi e di unirsi a lui , onde sostenere le 
sorti di que' Longobardi che avevano eretto il suo mo- 
nastero e dotato di immeuse dovizie. 

Il buon monaco incitato da quel duca, e punto 
fors' anco naturalmente da una debita gratitudine ai 



(i) Rodulph. i5. Caco .... misti ad recide nclum se cum suls 
Duci Macario, qui ilìum vcluti amicum collatione ben^ficioirum 
honoravit. 



io6 LIBRO NONO 

***—— ? Longobardi, mosse da Leno a Brescia, ed entrato in 
D°po città , sostenuto dall' alto suo decoro ebbe facili mezzi 
anno d' introdursi per ogni più distinta famiglia, dove non 
777- lasciò maniera inteutata, onde persuadere ai Bresciani 
di scuotersi dal dominio dei Franchi, e di unirsi al 
duca longobardo di Cividate da Yalcamonica. Era al- 
lora per avventura in Brescia un saggissimo giudice, 
nominato Corbinio, il quale, uditi gli strambi consigli che 
andava pubblicando quel piissimo, ma sedotto m esser 
abate, francamente a quello si oppose, e si adoperò di 
maniera, che seppe liberare i Bresciani da ogni seduzio- 
ne, e persuaderli a rattenersi alla debita fedeltà (i). 
§ ai, Carlo Magno allora inviò a Brescia Raimone, 
perchè nella dignità di suo novello governatore avesse 
a succedere al morto Ismondo ed all' interinale duca 
Macario. Era Raimone un personaggio di bellissimo 
cuore, prudentissimo e per ogni virtù assai commen- 
dabile (2). Bramoso quell'inclito di procurare l' affe- 
zione dei Bresciani al governo dei Franchi, prese a 
trattarli colla massima equità e clemenza. Seguitando 
poscia le istruzioni avute dallo stesso Carlo Magno, 
usò alla provincia un tratto di liberalità inaudita, e 
sciolse chiunque dal debito di pagare i tributi imposti 
all' estimo (3), 

Siami qui lecito di emettere una osservazione, che 
non posso rattenere fra i denti. Io suppongo che il re 

(1) I Bresciani, opere et studio Corbinii Judicis, viri multe 
sapientie, et auctoritatis , il sacramento fidehtatis permanse* 
rimi. Rodulph. pag. i5. 

(1) Raimo .... fuit vir bonus , et prudens , et in omni sua 
operatione commendabili s. Rodulph. pag. i5. 

(5) Rodulph. pag, i5. Tributarti terrflticum remisit, et prò» 
vidit in futuro nihil persofoere. 



LIBRO NONO 107 

Carlo, stomacato dalle ferocie usate contro i Bresciani '■ 
dal suo ministro, il conte Ismondo, e rattenuta dal- ^,°P° 
r amor proprio, che non gli permetteva di discendere anno 
a richiamare un suo ministro dal grado, al quale ave- 777* 
vaio egli stesso elevato, per non figurare di avere com- 
messo un errore, quando lo scelse; penetrato però l'ani- 
mo da un vero amore de' suoi sudditi, abbia commesso 
al suo governatore Raimoue di liberare i Bresciani dal 
tributo ordinario imposto sopra di quanto è immobile, 
onde compensarli di qualche maniera dalle sanguinarie 
ferocie usate contro i medesimi dal primo suo gover* 
natore Ismondo. 

Non reggeva Raimoue da lunghe settimane la prò* 
vincia di Brescia, quando dato egli pensiero agli esuli, 
perchè denunziati colpevoli della intentata cospirazione 
contro d' Ismondo; dato pensiero alle famiglie che ave* 
vano per quella mal auspicata congiura perduto per 
mano del carnefice i loro parenti; e dato pensiero an- 
cora alle possidenze sì degli uni che degli altri coni* 
messe al fisco, pubblicò un proclama di amplissimo 
perdono ai banditi, ed ordinò che tanto agli eredi dei 
giustiziati in quella circostanza, quanto agli esuli ri- 
chiamati dovessero essere restituite tutte le sostanze 
confiscate (i), 

Qui ancor mi fo lecito di lasciar correre il pensiero 
ad immaginare quanta sarà stata l'esultanza dei Bre- 
sciani all' udir pubblicarsi un cosi provvido, un cosi 
generoso decreto. Àvran eglino, io mi figuro, alzali gli 



(1) Gratìam eis qui hanno ab Ismondo positi fucrant, et 
bona reddidil. Rod ululi, ubi sup* 



108 LIBRO NONO 

— — occhi e le palme al cielo, e rese a Dio altissime gra- 
J? ^ zie; avranno non già cantata Y ode famosa 
anno 

777' » Non sempre il cielo irato 

h Nasconde il bel sereno, 
>» Ne il mar d'Adria turbalo 
»» Ognora alzando I* onde 
* Percuote V alte ed arenose sponde, 

perchè ode dettata da Chiabrera lunghi secoli in poi; 
ma fra le ardenze della gioia ed il trambusto de' mu- 
sici strumenti avranno salmeggiato ì cantici de' profeti 
e F ode ancora di Orazio 

n Non semper imbres nubibus ispiclos 
»• Manant in agrcs »» (i) 

avranno fra gli alti giubili sepolta la ricordanza delle 
passate traversie, benedetto il nuovo conte governatore 
della provincia, e l' augusto imperatore che lo aveva 
trascelto ed indiritto a tale ufficio. 

Consapevole il nuovo governatore di Brescia conte 
Raimone di quanto nome si fossero meritati in questa 
città i duchi longobardi Marquardo e Frodoardo, V uno 
perchè aveva incominciato, e V altro per avere ridotta 
a compimento l'illustre basilica della Rotonda, volle 
egli ancora imitarli, assumendo una eguale impresa; e 
nella contrada Paravert, la quale, come abbiamo ve-? 
duto, cominciava dalle vicinanze di porta Bruciata, e 
procedeva, non so ben dire, se ad oriente o ad ostro, 



(i) Horat, Carm. lib. 2. Od. jx. 



LIBRO NONO 109 

fece gettare le fondamenta di un magnifico tempio, il ' 
quale però, per essere egli premorto, non venne ri- *; P o 
dotto a termine (1). anno 

§ 22. Intanto il duca longobardo di Valcamonica 777* 
Folcorino, adunata quanta canaglia potè mai egli rac- 
cogliere per ogni parte, e dato a quelle sue masnade 
il permesso di scorrere a piacimento i paesi della pros- 
sima Valletrompia, e quelli delle vicine vallate di Ber- 
gamo, ergeva superba e facinorosa la testa contro la 
signoria de' Franchi. Il governatore di Brescia conte 
Raimone assunse Y impegno di combatterlo; ma in quel- 
T impresa sbagliò il buon uomo ne' suoi consigli. Fece 
egli raccolta di quanti armati gli fu dato di avere, ma 
accecato dai sentimenti di paterna tenerezza per Bet- 
tero gioviuotto ed ardentissimo suo figlio, quegli scielse 
condottiero delle milizie, che era egli per dirigere cou- 
tro di Folcorino. Bettero che sapeva tanto di tat- 
tica e di artificiosa prudenza militare, quanto sa Pu- 
ricinella di teologia casistica , nel mese di giugno 
dell'anno 778 condusse in Valcamonica l'armata affi- Anno 
datagli dall'incauto padre (2). 77^ 

Lo scaltro Folcorino fatto consapevole da' suoi con- 
fidenti di quante forze procedessero contro di lui, finse 
palpitar di paura; e raccolte le sue orde e le vitto- 
vaglie necessarie sopra la sommità di una ertissima 
rupe, vicina al paesetto chiamato Ànfuro, il quale dalla 
montagna occidentale pende altissimo sopra Piano di 
Arlogne; ivi aggiunte ai difficilissimi valichi della gio- 



(1) Cepit (Raimone) funuere similem Basilicam in loco qui 
dicitur Paravert, sed non complevit. Rodulph. ibid. 

(1) Iste vallcm ingressus est mense Junio, Indiclìone prima» 
Rodulph. ibid» 



ii© LIBRO NONO 

----- — ' gaia altre difese consigliate dall'arte, stette ad aspet* 
Dopo 4 are dìi osasse combatterlo. Giuuto appena Bettero alle 
anno" plaghe settentrionali del Sebino, cioè del lago d'Iseo* 
570. avvisato della roccia, alla quale si era Folcorino rac- 
comandato, credendo di abbattere e quel duca ed i 
suoi con la sola presenza, schierò le truppe intorno alle 
falde della montagna, sopra la quale il longobardo te- 
iievasi fortificato; e trasportato da un cieco furore di- 
seguò di spingere le sue genti su per quegli erti bur- 
roni, onde attaccare l'inimico di fronte. Il Maestro delle 
milizie (1) Bertarido, ufficiale saggissimo, cui il duca 
Kaimoue aveva prudentemente dato a' fianchi del figlio, 
perchè lo avesse a reggere co' suoi consigli, si adoperò 
di ogni maniera possibile, onde stogliere Bettero dal- 
l' audace impresa; ma quel saggio ufficiale non fece che 
mandare inutili parole. Ardeva quel giovane di un cieco 
furore, e sordo ad ogni consiglio commise a' suoi di 
ascendere la montagna per ogni lato per quanto diru- 
pata la fosse, e di attaccar Folcorino sul colmo della 
giogaia. Docili e franche le sue milizie eseguirono i te- 
merarii suoi ordini; e come avessero le gambe di ca- 
mozza, studiaronsi di arrampicarsi di ogni maniera pos- 
sibile per ogni valico dello scosceso dirupo. E Folco- 
rino intanto, continuando a fingere paura, rattenne i 
suoi, finche i nemici o ritti carponi si erano tutti 
distesi su pel ripido della montagna; quando, colto il 
punto, commise alie sue orde di spingere giù per lo 
dirupo quanti ciotloloni e piastre e massi loro porgeva 



(1) L'ufficio di maestro de' militi e ricordato da s. Ambro- 
gio, lìb. 1 epitt i5; e fra gli altri da Si don io, lib- 1 epist.o. 
Du-Fresne scrive di essere \\ Maglster Mililum, quello che 
copiis militaribus praeerat. 



LIBRO NONO in 

naturalmente il luogo. Cominciò a piombare iu quel ^"^ 
punto ed a rovinare rombando ed a saltellare al- ?; P o 
rissimo giù per lo pendìo di quella rupe un ammasso anno 
terribile di pesanti macigni, che salto per salto ere- 77°* 
sceva d'impeto, di fremito, e, per la ad ogni tratto 
crescente velocità, di possanza. Colti all' improvviso da 
tanto rovinamento i soldati di Bettero, qual morto, qual 
vivo, qual fiaccato a un qualche membro, qual percosso 
la testa od il petto, giù per quelle dirupate creste 
strammazzarono. Bettero fu uno tra i pochi che ebbe 
la sorte di scampare illeso da tanta rotta-, e lasciatosi 
con quelli addietro e Rogno e Volpino, precipitoso e 
trepidante a Lovere si ritirò (i). 

Giunto a Brescia Y avviso di un così sinistro avve- 
nimento, rara essendo e della città e della provincia 
quella famiglia, la quale non avesse un qualche con- 
giunto al campo in Valcamonica, tutti furono i Bre- 
sciani compresi da altissima costernazione. E fu raro 
allora il caso di una vedova di Brescia, la quale avendo 
un figlio all' armata, e paventando che foss' egli ancora 
con la più parte de' suoi compagni perduto, combat- 
tuta insieme e dalla speranza e dal timore, usciva so- 
spirando ogni giorno dalla città, ed avviandosi a passi 
interrotti ed a ciglia spalancate lungo la strada per 
Iseo, guardava ansiosissima, se la sorte le mandasse in- 
nanzi il figlio, o un qualcheduno che reduce dalla 
disfatta potesse darleue informazioni. Quando ad un 
tratto tra la folta dei passaggeri, il trambusto dei carri 
ed i nembi del polverìo, il sospirato figliuolo gettolle 



(i) Egre ìpse (cioè Beltero ) cum paucis semwivis pavorc 
Folcorini Lovcrium confugere potuiL RoduJph. pag. 16. 



ii2 LIBRO NONO 

all' improvviso al collo teneramente le braccia. Fu iu 

Dopo C j Ue j p UU to l' agitatissima donna sorpresa da tanta ai- 
anno legrezza, che cadde morta all' istante (i). Altri avve- 
77^. nimenti di simil fatta vengono raccontati dagli scrit- 
tori, e T industriosissimo penetratore del cuore umano 
r abate Pietro Metastasio ha scritto in tale proposito 

Oppresso il cuore 

Dal contento impensato 

Nega alla vita il ministero usato (2). 

§ 23. Vergognato il conte governatore Raimone della 
male riuscita impresa, e bramosissimo di liberare la 
Yallecamouica ed i paesi a quella contigui dalle vio- 
lenze de' masnadieri del duca di Cividate, fece raccolta 
di quauti abili all' armi potè sollecitamente avere da 
questa provincia, ed impetrati potenti soccorsi ancora 
dai conti governatori delle province vicine, verso il dì 
i5 di giugno dell'anno 779 condusse in persona 1' eser- 
Anno C! ^° * Q Val cani o nica - Approdate le sue milizie parte a 
779» Lovere e parte a Pisogne, avviandosi su per la valle 
ed occupando ambe le sponde dell'Olilo, procedettero 
circospette inuanzi senza scontrare opposizione alcuna. 
Non erano processe di molto quelle del corno destro, 
quando loro se ne aggiunsero altre, che pei valichi 
d' Izzoue e di Grignaghe erano venute dalle prossime 
valli bresciane in loro soccorso; come pur altre se ne 
unirono a quel corno, dove il torrente Desio sbocca 
nell'Ollio, cioè nelle vicinanze di Darfo, le quali pei 



(1) Quedam mulier, in porta c'wilatis,occurrens repente /ilio 
incolumi, moitua est. RoduJph. pag, 16. 
{/;) Metastasio, Demelr. alt. 3 scen. 8. 



LIBRO NONO n3 

sentieri di Janico e di Fraine avevano superate le gio- ?■—— 
gaie che separano la valle Camonica dalla Triumpilina» ^°P^ 

Rafforzato il conte Raimoue di tale maniera procedette anno 
l'impresa, sempre tenendo occupate ambe le sponde 779* 
dell' Ollio, e scrutinate le boscaglie delle laterali mon- 
tagne. Intanto un grosso numero di quelli che appar- 
tenevano alle masnade di Folcorino, geuti per la mag- 
gior parte scampate alle inquisizioni dei tribunali delle 
vicine province, spoglie di ogni principio di carattere > 
e divaganti per professione , udito appena avvicinarsi 
Raimone con un esercito regolato, abbandonate le ban- 
diere di Folcorino, disertarono. Non si perdette d'ani- 
mo a tale infortunio quell' intrepido, ma raccolti i più 
fidi tra i suoi entro le mura di Cividate, preparate le 
necessarie possibili vittovaglie, barricossi quanto meglio 
il potè, e stette francamente aspettando di Raimone 
1 ? assalto. 

E Cividate pressoché ad un terzo di ascesa su per 
la valle, onde l'Ollio discende, costrutta in mezzo alla 
più spaziosa campagna di tutta Camonica. Il conte Rai- 
mone, accampato in quella pianura il suo esercito, e 
disdegnoso di mettere ad attempamento le sorti, com- 
mise fra pochi giorni di assaltare la piazza. Difende- 
vasi Folcoriuo da disperato, e le genti sue e quanti 
erano in Cividate, fino le donne, operavano egual- 
mente (i); e furono molte le improvvise uscite degli 
assediati, per le quali ebbe a cantar Folcorino effimera 
vittoria. Quando risolto Raimone di mandare a termine 



(i) Folcorinus et Civitalenses, gitum nullam spem haberent 
salutis, et Je mi ne etiam pugnam inirent; tanto fortitudinis ro» 
bore resisterunty ut continuo essent victores. Rodulph. ibìd. 

Vol. IL 8 



i,/ f LIBRO NONO 

55™™! r impresa, date le scale a' suoi prodi, e presane una 
Dopo e g|j S [ ess0} H condusse ad assaltare quel forte. Gli arieti, 
^nno i mangaui, le bertesche, le catapulte ed ogni altra 
779- macchina militare di que' tempi, e dall' uua e dall'al- 
tra parte operavano incessanti; fischiavano per l'aria le 
frecce, rombavano i sassi; quando Raimone dopo non 
leggera perdita de' suoi, superati intrepido i bastioni, 
entrò vittorioso con le sue schiere in Cividate. Ivi si 
vide quel conte governatore di Brescia, dopo conse- 
guita la vittoria, esercitare due atti pienamente oppo- 
sti, l'uno di clemenza, l'altro di crudeltà. Avuto egli 
appena prigioniero il duca Folcorino, causa princi- 
pale di que' sanguinosi avvenimenti, trattatolo di ogni 
più gentile maniera, quasi a stento affidollo ad uno 
spazioso e politissimo carcere, dove però il rattenne 
finché spirò (i); e commise invece iuesorata strage di 
quanti alti i erano in Cividate, militari e privati, 
maschi e femmine, fanciulli e vecchi, e fin da ogni 
ultimo fondamento fece ancor demolire tutto quel con- 
quistato castello (2). 

§ 24. Non avevano per anco que' Valleriani lasciate 
pienamente le superstizioni pagane: molti anzi ne erano, 
e singolarmente ne' paesi settentrionali di quella valle, 
i quali adoravano alcune sorgenti d'acqua limpida, ed 
alcune piante o per la mole straordinaria distinte o 
per la qualità delle frutta che producevano per la 
rarità della figura, e pieni di stolta fiducia le supplì- 



(1) Folcormus ... . compre hensus fuit, et in honesto carcere 
si etti usque ad mortern. Roduiph. pag. 16. 

(9.) Strages crudelis facto est omnium virorum, mulierum, 
et usque infantium; et Civitatis edificio fluidità s demolita fue- 
runt. Rodisi ph. ibid. 



LIBRO NONO n5 

cavano, ed a quelle offerivano incensi ed olocausti. Già — ~~^ 
da circa ^5 anni innanzi aveva tentato il longobardo R ^ 
re Àriberto di sperdere quelle superstizioni, e scemate anno 
già le aveva di mollo; ma i pii suoi desiderii non eb- 119- 
bero la sorte di essere pienamente adempiti: perchè le 
genti e singolarmente le più rozze porgono anzi a sa- 
crificio la vita, che rinunziare ad idee, per false 
che sieno, le quali abbiano essi succhiate dalla poppa 
materna od apprese dall'esempio degli antenati. Il conte 
Raimone fece distruggere tutti quegli scarsi avauzi del 
gentilesimo; e poiché seppe che in Edolo adoravasi an- 
cora una statua di Saturno, spedì appositamente in 
quel paese un suo ufficiale, detto Ingelgardo, che se- 
guitalo da un forte accompagnamento di armati , ro- 
vinò per suo ordine e sperdette quel simulacro (i). 

Così il conte Raimondo governatore di Brescia, in 
nome dei re Franchi percosse in Valcamouica le auda- 
cie del duca Folcorino; ivi disperse le reliquie del culto 
pagano, congiunse quell' ampio tratto di paese alla 
.provincia bresciana; e lasciato Sichualdo suo Commis- 
sario in Breno, perchè avesse a dirigere in sua vece 
quelle popolazioni, coronato dai pubblici applausi tornò 
in Brescia (2). 

§ 25. Ebbe egli circa dieci anni a sopravvivere a 
que' trionfi, e procurò frattanto ogni miglior vantaggio 
dei popoli affidati al suo governo , la possibile osser- 



(1) Dux Brissìe misit armatorum manum que illam dispev 
deret in frammenti s. Rodulph. pag. 17. 

(1) Et relieto Sichualdo, loci servato ve ad juslitias fa* 
ciendas 9 qui in curte Breno (per errore dell'amanuense e 
scritto Rieno invece di Breno) resedit, gloriosus Brissiam re" 
gressus est. Rodulph. ibid. 



n6 LIBRO NONO 

IM "" ... vauza della cattolica religione ed il debito onore ed 
ft°p° il conveniente sostentamento de'suoi ministri. Per opera 
anno sua avrebbe sclamato l'enfatico autore dei sacri salmi: 
779- la giustizia e la pace si hanno dati baci scambievoli (i). 
Quando due suoi figli appassionatissimi per le cacce (no- 
tisi che a que' tempi non erano peranco inventate le armi 
da fuoco) mossero a perseguitare le salvaggine su per 
le boscaglie de'monti prossimi a Brescia , ed avvisati 
da alcuni, villici, che in una cava del colle di s. Fio- 
rauo erano alcuni orsatti, non pensando che i feroci 
padri di quelli sarebbono stati naturalmente appiattati 
in qualche macchia vicina onde guardarli, impruden- 
temente si spinsero ad aggredirli; ma appena ne ten- 
tarono l'assalto, che l'orso ammacchiato e l'orsa slan- 
ciaronsi sopra di loro e furentemente li dilauiaro- 
Anno no (2). Pervenuta al eonte governatore Rai mone la 
9 notizia di quel tristissimo avvenimento, seutinne tutta 
quella doglia che suol mandare natura ad un tenero 
padre, e sì profondamente sentilla, che la percossa 
morale ribattuta dal fisico la trasse a gravissima ma- 
lattia, per la quale fra pochi giorni morì (3). Afflittis- 
simi i Bresciani per la mancanza di quel saggio e 
virtuosissimo personaggio, onorarono di ingenue lagrime 
il suo feretro, e ne deposero le salme dentro una ma- 
gnifica tomba nella basilica estiva di s. Pietro in duomo(4). 



(1) David, in Psalmis: Justilia et Pax osculatele sunt. 

(9) Quum duo rjtts fiìii in studio genti litio venandi se exer~ 
cerent in monte Digno, a feri s ursorum devo rati /'werw/^. Ro- 
dulph. pag. 17. 

(5) Ipse (cioè il eonte Rai mone ) infirmatus pre tristitia , 
cum grandi dolore populi Brissiani mortuus est. Rodulph. ibid. 

(4) Honorabiìiter sepultus in Eccl. Majori s. Petti. Indi» 
ctinne XII, Rodulph. pag. ij. 



LIBRO NONO 117 

§ 26. Era il re Carlo a queir epoca contrastato 

pur tuttavia dagli attacchi dei Sassoni, ed essendo di q q 
là dall'Elba, avuto avviso della morte del suo gover- 
natore il conte Raimone di Brescia, inviò sollecitamente 
i\ suo ministro Sigifredo, perchè avesse a rimpiazzarlo. 
Era Sigifredo degnissimo dell' alta magistratura, alla 
quale destinato avevalo V imperatore, e giunse ad as- 
sumerne gli incarichi, mentre decorreva il giugno del- Amo 
1 J anno 790. 79 (> - 

Percorreva quel mese stesso, quando Odosino monaco 
del chiostro di Cremignano sobborgo d' Iseo (i), uomo 
frenetico, intraprendente e capaee di ogni più ardita 
ribalderìa, uscito, non so se spontaueamente od espulso 
pe' suoi disordini dai sacri claustri, passò tu Valeamo- 
fiica, e pieno l'animo di malizie e di rabbie contro i 
Cenobiti, facondissimo di lingua, cominciò a declamare 
contro le trasgressioni dei Monaci; e fingendosi profeta 
pubblicava di essere egli inspirato da Dio, assicurava 
essere prossima la fine del mondo in castigo della mala 
vita dei claustrali e dello stolido compatimento che 
davano a quelli le genti. Ridondante quel facinoroso 
monaco di concetti e di favella, non ebbe fatica a tro- 
varsi fra genti rozze un luugo seguito di fanatici e di 
ribaldi; e cresciutolo dall' uno all' altro giorno per 
mezzo di nuove predicazioni, trovossi fra non molto - m 

alla testa di circa dieci mila frenetici, che dir meglio 
potrebbonsi masnadieri. 



(1) Odosino era uscito dal monastero di Cremignano, con- 
trada d' Iseo, e non dall'immaginato di Cremezzano, paese del 
pian bresciano. Veggasi Rodolf. f. 17 e Zamboni, Memorie di 
Gottolengo f. i5 e Memorie di Carpenedolo, nota a f. 8. 



n8 LIBRO NONO 

- Odosino coudusse quelli iu sulle prime a devastare 
^°P° il territorio di Bergamo, dove dato alle fiamme il mo- 
anno nastero di s. Ambrogio $ ed abbruciati ia quello gli 
79 0, sgraziati monaci che l'abitavano (i), passò l'Ollio, sic- 
come sembra probabile, nelle vicinanze di Ludriano, ed 
entrato nella provincia di Brescia, siccome ansia va ia 
sperdita dei claustrali, e singolarmente dei più dovi- 
ziosi, conscio delle immense ricchezze del monastero di 
Leno, prese addirittura le vie contro di quello. 

Quel ribaldo di messer lo monaco aveva divise le 
sue torme in tante schiere, alle quali aveva dato il 
nome di compagnie angeliche; sicché aveva egli la 
schiera dei serafini, quella dei cherubini, dei troni, 
delle potestà, delle dominazioni ecc.; ed aveva dato ai 
capitani che le reggevano il nome di Rafaello, di Mi- 
chele o di qualch' altro arcangiolo. Quella imitazio- 
ne delle gerarchie celesti aveva colpito sì fattamente i 
fanatici che lo seguitavano, che pareva loro di essere 
proprio gli scelti dal cielo a disperdere le forze di un 
qualche nuovo Seuacheribbe (2). 

Era allora abate di Leno un certo Lamberto, uomo 
e per la purezza dei costumi e per lo accorto inge- 
gno e per la intrepida franchezza distintissimo. Avuta 
quegli contezza delle mosse di Odosino, prese tantosto 
m a schermirsi da' suoi attacchi con quanta maggiore in- 

dustria e possanza gli fu dato di usare. Fece egli ve- 
nire tantosto da Gottolen^o a Leno le schiere dell' ab- 



(t) Excursiones fecit in fw.es Bergomenses, et ibi Monaste» 
riunì s. Ambrogii, et monacos igne succendiL Rodulph. pag. 18. 

(1) Hos Odoslnus divisit in turmas, quos Angelos apellavit, 
et capila constituit l quibus dtdil numeri Ai'cangelontm* Ro- 
dul^l). pag, 18. 



LIBRO NONO 119 

bazia, le quali teneva usi a quartieri in quel castello , """' ' g ! 
ed avviò nel punto stesso alcuni messaggeri fidati al Dopu 
conte Sigifredo, nuovo governatore di Brescia, perchè anno 
lo avvisassero de' proprii pericoli, ed in suo nome ne 79 u - 
supplicassero i necessarii soccorsi. 

Seguitalo intanto na esser lo monaco Odosino da lun- 
ghe caterve di masnadieri, alle quali aveva dato il no- 
me di angeliche gerarchie, pervenne presso i confini 
di Leno, ed accortosi quanto fosse duro quell'osso 
che F abate Lamberto avevagli preparato a rodere, 
tornò addietro per andare con tutti i suoi ad ospizi are 
in Manerbio. Retrocedeva egli ancora per quella via 9 
quando ebbe avviso che il conte governalor Sigifredo 
discendeva da Brescia con le sue schiere per guerreg- 
giarlo. Odosino allora, siccome praticissimo delle si- 
tuazioni, inviò un suo arcangelo con le soggette coorti 
a nascondersi in una boscaglia, poche miglia a tra- 
montana di Manerbio, e gli ordinò d'ivi tenersi ag- 
guatato sino al concertato avviso. E non è fuor di 
proposito il supporre che rimanga ancor di presente 
un avanzo di quella boscaglia, nella quale fece Odosino 
appiattare una parte de' suoi, e che lo sia la foltaggine 
di querce cedue e di roveti detta il Bosco Tommasi. 

Discendeva il eonte Sigifredo con le sue schiere senza 
sospetti, cupidissimo di attaccare quel monaco e pieno 
di confidenza di averne vittoria. Giunto a Bagnolo, ebbe 
avviso di essersi quello ritirato a Manerbio, uè alcuno 
seppe avvertirlo degli appiattati nel bosco. Per que- 
sto egli seguitò francamente la via per quel paese, e 
senza saperlo lasciossi addietro i tesi agguati. Odosino 
teneva approntati i suoi lungo le sponde del Mella ap- 
pena sopra Manerbio. Ivi giunto Sigifredo cominciossi 
V attacco; ma nel punto stesso quelli che erano stati 



, 2 o LIBRO NONO 

— "" S appianati nel bosco si spinsero di tutto impeto sopra 

Dopo ] e retroguardie del conte, e percuotendo i Bresciani 

anno* a " a schiena, mentre Odosino li battagliava di fronte, 

79°* scompigliata ogni fila, ebbe il conte governatore a 

gran veutura di potersi salvare fuggendo, dopo di 

avere lasciato sul campo più migliaia di estinti, e 

quasi due mila prigioni in mano del monaco vincitore (i). 

Baldanzoso Odosino per tanta vittoria, rallegrò in Ma- 
nerbio cou lauti banchetti i suoi, indi traendosi dietro 
legati i circa due mila prigionieri, sospinto sempre 
dalla rabbia che nudriva contro i monaci, schivato 
Leno, perchè sapeva che l'abate Lamberto era gagliar- 
damente preparato a ribatterlo, andò a Bagnolo, indi 
trapassato Ghedi e Montechiaro, mosse verso Carpene- 
dolo, e lungo quella strada pervenuto al monastero di 
s. Giorgio, spinse i suoi masnadieri ad invaderlo, e 
dopo averlo fatto spogliare di ogui ultima suppellettile, 
introdotti in quello i circa due mila prigionieri avuti 
nel fatto di Manerbio, legati a quelli braccia e piedi, 
ed a quelli aggiunti egualmente ancora gli sgraziati 
monaci di quel convento, circondati di quante legne 
potè sollecitamente raccogliere, abbruciò ad un tratto 
ed i prigioni ed i monaci ed il monastero (2). 

Era intanto tornato il conte Sigifredo a Brescia ir- 
ritato piuttosto che avvilito per la avuta disfatta, e 



(1) Quiim insidias posuisset in silva , Ulam (cioè l'armala 
di Sigifredo) tanta in felicitate comprehendit , ut multa millia 
interfecta sint , et duo millia ferme fuerunt, quos vivos cepiU 
JAodulpIi. pag. 18. 

('i) Duo millia ferme fuerunt quos vivos cepit , et hos du- 
vcit ad Monasterium Monti se lari , quo incenso, omnes ligatis 
manibus et pedibus in igne torrere fecit. Rodulph. pag* 18. 



LIBRO NONO 1*1 

radunate frettolosamente quante forze potè, senza per- HHH5H 
dere tempo discese per la via di Castenedolo, e le con- P°T? 
dusse contro di Odosino. Lo giuuse nelle vicinanze di 8 nno 
Asola, mentre stava passando il Chiese, e datogli ad- 59°' 
dosso all' impensata, lo sbaragliò pienamente, e dispersi 
od uccisi i suoi, avutolo alla fine prigioniero, lo con- 
dusse a Brescia, dove sul pubblico patibolo, tanagliato 
e straziato dai carnefici, rnaudollo dopo luughi tor- 
menti a morte (1). 

g 27. Non sursero a que' tempi nella provincia Bre- 
sciana solamente degli uomini distinti per iseellerag- 
giui, ma altri ne furono ancora per alte virtù pregia- 
tissimi, fra i quali l'antico cronista Rodolfo ha lasciato 
cospicua ricordanza di due, cioè di Arderico e di 
Farolfo. 

Era Arderico figlio di un macellaio di Brescia, del 
quale il re Desiderio, innanzi di perdere il trono, aveva 
ben conosciute le alte doti dell'animo e della mente, 
e trascelto lo aveva ad esercitare gravissimi impegni. 
Caduto Desiderio, Carlo Magno chiamò Arderico alla 
sua corte, dove il tenne per illustri funzioni distinto. 
A lui commise il comando generale del suo esercito 
destinato a difendere la Sassonia (2), quando egli uscì 
dalla Germania e calò nelle Spagne a combattervi i 



(1) Sigifredus congregatis rursus exercitibus .... illum 
( cioè Odosino ) transeuntem Clesium prope Asulam aggressus 
est, et omnem ejus turbavi felici Victoria dissipavit : et illuni 
quum vivum comprehcndisset , in platea Brissie mori fecit , ut 
dignus erat in sevis cruciatibus. Rodulph. ibid. 

(1) Honorem dignitalis et Iribuit , ut caput esset horninum^ 
(juos rclinquebat Sasso nie* Rodulph, pag. 19. 



i 23 LIBRO NONO 

—— B Saraceni; la quale impresa fu male avventurata: per- 

Dopo ciocche, mentre nel ritorno valicava i Pirenei, attaccata 

G C . 

anno dai Guasconi la sua retroguardia, ebbe a sofferire la 

79^ famosa disfatta di Roucisvalle, tanto famosa per la ca- 
duta dei Paladini e tanto ripetuta dai romanzieri della 
meridionale Europa. Allora Wittichindo principe sas- 
sone, colto il punto che il re Carlo era lontano col 
nerbo maggiore de' suoi, mandò la Sassonia nuova- 
mente a rivolta. Muratori all' anno 778 de' suoi an- 
nali , appoggiato alla vita di Carlo Magno scritta 
da Egiuardo, non ha mancato di porgere un bar- 
lume di quell' avvenimento. Quel profondo erudito 
però non ha potuto produrne distesi ragguagli, per- 
chè non ebbe la sorte di leggere la cronaca dell'anti- 
chissimo notaio bresciano Rodolfo, essendo stata scoperta 
dopo eh' egli aveva pubblicata la sua opera. Questo 
cronista, il quale scrisse poco dopo il principio del- 
l'undecimo secolo, assicura, che Wittichindo, presa au- 
dacia per la lontananza del re Carlo, mandò a rivo Ita 
tutta la Sassonia, e che raccolti oltre quaranta mila 
armati gli spinse contro a! figlio del macellaio di Bre- 
scia, il generale Arderico, il quale sebbene seguitato 
da soli circa dieci mila uomini , sbaragliò il numeroso 
esercito del sassone rivoltoso (1). 

La virtù mette invidia, e singolarmente a quelli che 
hanno sortite grazie piuttosto dalla fortuna che non 
dalla natura, e cingere la veggono lauri a tempie, che 
essi non sanno riputar che vilissime. Il generale Arde- 



(1) Quum Witticfiindus Prìnccps Sassonum defwere feci s set 
suos populos, et congregala haberet ultra q uìtiq uaginta miìlia, 
ab Arderico cum solis io millibtris superatus fuit. Uodulph. ibid* 



LIBRO NONO i*3 

rico aveva trionfato sopra i Sassoni, ma non era qgU ^Bgg g 
pubblicamente conosciuto che pel figliuolo di un ma- |; P 
cellaio. Per la qual cosa molti grandi sentirono tanto anno 
dispetto de* suoi onori, che invidiavano le sue venture, 79°- 
ne anelavano la perdita, e fatta congiura deliberarono 
di mandarlo a morte. Ma siccome vedevano che Wit- 
tichindo andava raccogliendo frettolosamente le milizie 
sbandate, ed andava preparando sollecitamente un nuo- 
vo esercito, presero pensiero di dar tempo al tempo (i). 

Intanto un gentiluomo di bel cuore, detto Arvino, 
il quale era a parte della congiura, sentendosi ributtar 
l'animo ad una tanta nequizia, presentossi ad Arderico, 
e dopo di averlo obbligato a giuramento di secretezza, 
gli palesò la trama ordita contro di lui (2). Ad onta 
di tanto pericolo non osò Arderico di abbandonare il 
campo, mentre sapeva a che stesse Wittichindo a nuo- 
vamente disporsi; stette però in frattanto in guardia 
gelosa: quaudo attaccata nuova battaglia contro il prin- 
cipe sassone, e datagli uua seconda sconfitta, uscito ap- 
pena quel valoroso bresciano trionfante dalla battaglia, 
pauroso delle insidie dei congiurati, slanciossi a tutta 
briglia dinanzi al re Carlo, significogli le trame degli 
invidi; e da quello ottenue liete accoglienze, vivaci 
conforti, ed una delle più distinte dignità della corte. 

Ma gli invidi avevano giurata la sua morte; e la 
nuova promozione che aveva Arderico ottenuta dai re 
Carlo non aveva fatto che attizzare quell' ira che gor- 



(1) Plures Principes co ns pi r aver uni in ejus mortem, sed quia 
Wittichindus reparaverat suam moltiludinetn, et cornmitlere 
Tiirsum bcllumvidebatur, stalucrunt proiettare. Rodulph.pag, 19. 

(1) Fidi Atvinus Dux , qui ipsum secreie admonuit de suo 
pt riculo. Rodulpb. ibid. 



i24 LIBRO NONO 

— gogliava vivamente nei loro petti. Perlocchè fra non 



D°P° molto quel bresciano, illustre nou per compri od ere- 
anno* ditati onori, ma pei soli meriti proprii, fu sgrazia ta- 
79°- mente aggresso lungo una strada da alcuni loro sicarii, 
e mandato proditoriamente a morte (1). 

§ 28, L' altro cospicuo Bresciano di que' tempi fu 
un certo Farolfo, figlio di Manente da Travagliato. 
Ebbe quegli da giovinetto la sorte di essere accolto da 
Rachiprando prete di Ustiano, il quale, lo facesse 
per essere forse suo parente, o solo per essere inna- 
morato della bella indole del giovinetto, generosamente 
ospiziollo, e con lupgo amore ed accorto discernimento 
lo educò. Corrispose ampiamente Farolfo alle belle opere 
del buon prete di Ustiano, sicché fra non molto di- 
venne e per la rettitudine dei costumi e per Y acu- 
tezza del genio e per le molte cognizioni chiarissimo. 
Era quegli così altamente riputato, che i Bresciani ri- 
putavano i suoi consigli siccome oracoli, ed incessan- 
temente a lui ricorrevano onde interpellarlo. Adopera- 
vasi Farolfo a tutt' uomo per istruire la gioventù, e 
con la voce e con gli esempii studiavasi di giovarla 
quanto il più poteva (2). Ma è troppo raro che un 
virtuoso distinto possa essere ben veduto dagli empii. 



(1) Ardericus . . . statini ac tnumphator extitit de hostibus 
providit sue saluti, et occulte profectus est ad Carolum , qui 
magtium gavisus est gaudium, et elevavit eum in potestate 
principali Curie. Sed scellerati ac pessimi ho mi ne s , rursus 
ejus mortem moliri ceperunt, tandemque redeuntem ex quodam 
itinere insidiose occiderc fecerunt. RoHulph. pag. 19. 

(2) Farulphus . . . fuit vir mirabilis in sapientia et doctrU 
na, et Brissiani . . . sequebantut ejus Consilia . . . Il le sa 
dcdit ad rnonendos pie juvcncs, et instruebat eos* RoduJpb, 
pag. 20, 



LIBRO NONO 1^5 

Chi eccita il bene, combatte naturalmente il vizio; e "" " 
chi ha guasto il cuore, abborre chiunque si studia di J?°P° 
addirizzare le menti ed i costumi: e fu quello il mo- anno 
tivo della morte di Farolfo. Un certo Macheronto, figlio 1$°' 
del giudice Leutelmo, giovane di pessima vita, lo ab- 
boniva, e ne aveva giurata la perdita; tesegli quegli 
insidie in compagnia di alcuni altri scellerati suoi pari, 
lo aggredì una sera , mentre solingo dalla casa di un 
qualche amico tornava alla sua, ed a furia di basto- 
nate lo uccise (i). 

Così T uno per 1' invidia degli emuli, 1' altro per la 
stizza dei facinorosi, i due illustri bresciani Arderico 
e Farolfo, mentre era per tramontare l'ottavo secolo, 
perdettero ambedue per tradimento la vita. 

(i) Quum in tempore vespertino redirel domimi obviam ha* 
buit cum pluribus irnpiis Macerontum fiìium Teutelmi Judicis, 
qui illuni vihtpcrabilibus verbis aggressus est, et eum fuste 
pwcussus interemit* Rodulph. pag. 20. 



— ■ B+ ftME3€fé«i 



LIBRO DECIMO 



§ I. VJontinuava intanto il re Carlo a reggere fra 1 . ! E B 
le altre nazioni ancora Y Italia, della quale aveva già Dopo 
da lunghi anni nominato re suo figlio Pipino , ed ia anco 
nome di quell' illustre sovrano il saggio conte Sigifredo 79^ 
governava la provincia di Brescia. Quando gli Uuni, 
barbare genti che allora signoreggiavano le Pannonie, 
non puossi dire se per vendicare le percosse avute po- 
chi anni addietro dalle armi dei Franchi, o stimolati 
solamente dall' ansia di predare, deliberarono d' inva- 
dere gran parte d' Italia. E colto il punto che i Sassoni 
irrequieti trattenevano il re Carlo col nerbo maggiore 
delle sue forze nell'alta Germania, e che suo figlio il 
re Pipino era nell' Italia meridionale impegnato a com- 
battere Grimoaldo principe di Benevento, mentre pro- 
cedeva l'agosto dell'anno 797, superate le alpi Carni- Anno 
che e Giulie, ruppero nelle province del Friuli, del 
Trivigiauo, di Padova, di Vicenza; e dopo essersi al- 



128 LIBRO DECIMO 

-' ,f " largati per altre vicine, giunsero fra non molto ad in- 
Dopo vadere il Veronese (i). 

anno II. conte governatore di Brescia Sigifredo, spaurito 
Ì9ì m da tanta minaccia, fece frettolosamente raccolta di ogui 
possibile soldatesca, e la condusse ad affrontar gli in- 
vasori. Scontrò le ciurme degli Unni fra Desenzano e 
Rivoltella, dove le pendici e le vallette ridondanti al- 
lora di frequenti boscaglie dicevausi Selva Lugana, 
tratto di paese, al quale per le posteriori coltivazioni 
or più non dassi il nome di Selva, e famosissimo fino 
dall' anno 268 per la sconfitta ivi data dal romano im- 
perator Claudio II alle torme devastatrici degli Ale- 
manni (2). Attaccò Sigifredo in quelle situazioni le orde 
degli Unni, e scompigliatele, dopo di averne ucciso gran 
parte, spinse il resto a vergognosa fuga (3). 

Ma le numerose caterve di que' barbari, le quali 
passavano ogni giorno ed il Lisouzo ed il Tagliamento 
ed il Livenza ed il Piave, ed il firenta e l'Adige e 1 
Miucio, soffermati i compagui fugati da Sigifredo, raf- 
forzate incessantemente da continui soccorsi, e frementi 
d' ira per la vergognosa disfatta avuta dai compagui, 
piombando violentemente contro al governatore di Bre- 
scia, lo sforzarono a ritirar le milizie ed a tentar di 
salvarsi fra i bastioni di un qualche castello. 

Era a' que' tempi considerata siccome potentissima la 
rocca di Veuzago sul tener di Lonato. In quella Sigi- 



(1) Ciò e chiaro da un documento prodotto da TJghell'i,Ital. 
Sac. tom. 5 in E pi se. I^eroii. Col. 711. 

(2) Vengasi il § 5 del lib. 5 di queste Storie, e la nota 5 
del medesimo a carte 52. 

(3) Ipse. (cioè Sigifredo) eis (agli Unni) occurril in Silva 
Lucana, multo s oc cidi t, et rclirjuos fugavi U Rodulph. pag. 9.0. 



LIBRO DECIMO 129 

fredo si rifuggi: ma soperchiato fra non molto dalla ^S^? 
forza preponderante degli innumerevoli aggressori, fu- 5°E 
rouo ed egli ed i suoi e tutto Venzago insieme dati anno 
alle fiamme (1). 797* 

Per buona ventura dei cittadini non ebbero poscia 
quegli Unni la sorte di poter entrare in Brescia, tutta 
però ne desolarono la provincia. Ma per quanto è dato 
di scorgere di qualche maniera frammezzo al tenebrio 
di que' tempi, gli Unni, minacciati che fossero ad un 
lato dal re Carlo od all' altro dal re Pipino, o forse 
contemporaneamente da ambedue insieme, carichi di spo- 
glie tornarono fra non molto ai loro paesi* 

§ 2. Mancato per quella sciagura a Brescia il regio 
governatore Sigifredo, il re Carlo mandò sollecitamente 
. ad adempierne le veci il conte Obboldo. Pauroso quello 
di qualche nuova irruzione di barbari, ed incitato forse 
anco dall' esempio dei Veronesi, i quali dietro ordine g 
regio facevano allora riattare le mura intorno alla pro- 
pria città (2), credette opportuno di far ristaurare 
anch' egli le mura di Brescia ed erigere lungo le me- 
desime le torri ed i bastioni considerati uecessarii per 
ogni miglior difesa (3). Ottenne egli preventivamente 



(1) Secl postea moltitudine in bello temeritatis oppressiti fu* 
gam cepit in locum Venzago , quo ob Hunnis igne incenso, 
ipsc, et quanti sccum erant miserabili morte perierunt, Rodulph. 
pag. 20. 

(2) Ciò è chiaro dal citato documento rapportato da Ughelli 
Italie» Sac. tom. 5 coL 711. 

(5) Humboldus electus fuit Comes Brissie, iste timore Hun m 
no rum perterritus obtinuit prece pt um a Re gè Pipino, ut habe» 
ret communire muros Brissie, quantum neccesse esset. Rodulph. 
pag. 20. 

Yol. II. É 9 



i3o LIBRO DECIMO 

*— — per questo tm ordine dal re Pipino, pel quale gli ve- 
Dopo n ; va commessa un'opera così dispendiosa. 
anno Q u * P arm ' non essere fuor di proposito di osservare, 
598- che siccome 1' anno 77^ cioè soli 24 anni addietro, i 
Bresciani incitati dall' ultimo duca longobardo Potone 
si erano preparati a resistere all'assedio de' Franchi co- 
mandato dal conte Ismondo, che P anno 797, cioè solo 
l'anno addietro avevano potuto respingere gli assalti 
dati dagli Unni alla città, un segno evidentissimo è 
questo, che Brescia, anco innanzi le premure del conte 
governatore Obboldo, era validamente fortificata. Assunse 
però egli di ridurne le mura a migliore solidità, di 
aggiugnervi quei rivellini, bastioni od altri ripari, che 
per miglior sicurezza, forse per interesse, potevano 
essere immaginati da lui stesso o da' suoi ingegneri; 
ed è certo che profuse per quella fabbrica una somma 
enorme, la quale essendo tutta a carico di questa sola 
provincia, fu necessariamente aggravata d' insolite, pe- 
santissime contribuzioni. 

Gli infelici Bresciani, i paesi dei quali avevano l'anno 
innanzi sofferti saccheggi e devastamenti dagli Unni, 
trovandosi oppressi da insolite angarìe, mentre bisogna- 
vano di soccorsi, addirizzarono una deputazione al re 
Pipino , perchè ne implorasse in loro nome sollie- 
vo. Ma fosse forsi quel principe prevenuto per mala 
ventura dal governatore Obboldo , lasciò inesaudite 
le preghiere dei supplicanti (i) ; per lo che tornata 
quella deputazione a Brescia con le pive in sacca, molti 
cittadini presi da irritamento al vedersi sforzati a 



(1) Sed quwn populi dolerent se opprimi angariis nimxs 
graviter s et eorwn confo r tati ni , Rex Pippinus non preberet 
aure*. Rodulph. pag. ài. 



G.C. 



Anno 
799- 



LIBRO DECIMO i3r 

spendere ciò che nou potevano, diedero occultamente a 
sommossa, e congiurarono di liberarsi dall'indiscreto P°P° 
governatore. Siccome però Iddio protegge i suoi eletti, 
e rado è assai che le cospirazioni non sieuo rivelate, 
fu Obboldo avvertito a tempo di quelle trame, e di- 
rigendosi pur tuttavia di maniera clemente, nou man- 
donne a morte che alcuni pochi, che è da credersi fos- 
sero i capi di queir attentato (i). 

§ 3. Per quanto si può assicurare per mezzo delle 
migliori testimonianze di que' tempi, usavano allora i 
principi di trasmettere per le soggette province alcuni 
personaggi da essi medesimi delegati, ai quali era dato 
il nome di regii messi (2). Dovevano que' ministri scru- 
tinare dovunque erano diretti, se fosse la giustizia am- 
ministrata a seconda delle leggi od in frode delle me- 
desime, ed emetterne, secondo le convenienze, seutenza. 
E quel che è più, spettava a que' regii ministri a sol- 
levare i miseri che conoscessero oppressi dai potenti , 
a dispensar premi al merito, a gastigare i delinquenti 
di qualunque grado. Caso però solo che avesse ad es- 
sere loro presentata alcuna causa di altissimo rimarco 
e d'ossa dure, erano tenuti rimetterla al sovrano, ed 
a munirlo di ogni apposita informazione (3). 

Non erano delegate a tauto impegno se non genti 
cospicue per sapienza e probità, e ne erano trascelti 

(1) Multi conspiraverunt Humboldum perdere, sed conspi» 
ratio de teda fuit in tempore , et paucorum morte dissoluta, 
mense Febbruario, Indict. Vii. Rodulph. pag. 21. 

(2) Veggasi il Capitolare 5 di Lodovico Pio ai capi 3, zf e 5. 
Quelli di Carlo il Calvo tit. 11 cap. 1 — tit. 12 cap. 4 — 
tit. i3 cap. 1 — tit. 20 cap. 7, 8, 9 e molte altre gravi te- 
stimonianze. 

(5) Yeggasi Frodoardo al libro 2 HisLoriae Bemensis cap. 18. 



,32 LIBRO DECIMO 

? — — w per ordinano o prelati o ministri o cortigiani di al- 
P°I\° to grado (i). E l'anno 799 il re Pipino delegò a sde- 
auno bitare un tanto impeguo in Lombardia il vescovo di 
799- Brescia Anfrido. e gli destinò compagno Reginaldo ve- 
scovo di Pisa (2)', e per quella missione avendo dovuto 
il vescovo di Brescia emettere una sentenza, per la 
quale veniva a scapitare l'interesse ed il concetto del 
conte governatore Obboldo, tanto quegli ne indispettì, 
che dopo acerbi insulti diede di propria mano uno 
schiaffo in faccia al delegato regio Anfrido vescovo di 
Brescia (3). 

Non presentò quel prelato all' offensore la guancia 
sinistra, dietro i dettami del vangelo (4). Non era egli 
solamente un ecclesiastico, ma un delegato dal principe a 
sorvegliar le giustizie: quindi, siccome il re Pipino era 
a que' giorni in Verona, si trasse frettolosamente di- 
nanzi a lui e domandò riparo della ricevuta ingiuria. 
Pesò gravemente sali' animo di quel principe la sacri- 
lega insolenza operata dal conte Obboldo, e proprio in 
quel mese nel quale pigiavansi le uve saggiavausi 
i primi mosti dell'anno 799, quel sovrano richiamò 



(1) Chronicon Mohsiacense ad ann> 802. 

(2) Anfridus Episcopus (di Brescia) quum Missus Regis 
Pipi ni una cum Reghìnando E pi se. Pisane Ecclesie, e te* Ro« 
dulph. pag. ai. Ughelli, Italia Sac* non ha dato ricordanza 
alcuna di quel vescovo Pisano. 

(5) li vescovo di Brescia Anfrido ab ibpso ( cioè dn( conte 
Obboldo ) accepit turpem injuriam alaphae. Indignans An* 
frit/us profectus est Pero nani ad Re geni Pipinurn. Rodulph. 
pag. 9.1. 

(4) Si quis pere us se ri t te in de x ter ani maxillam tua n, praebe 
ilìi et alteram. Matth. in Evane. 



LIBRO DECIMO i33 

Obboldo dal governo di Brescia, ed inviò a reggerne le - ■ - : 
veci il conte Ilduino (i). D°P° 

§ 4- Q ue ^ giorno stesso, nel quale il conte Ilduino a uK<> 
assunse l' addossato ministero, appiccassi in Brescia il 79y* 
fuoco alla basilica estiva di s. Pietro in duomo, j>el 
quale, sebbene la fosse costrutta di marmi, nelle sup- 
pellettili, ciò nou pertanto, e negli adornamenti sofferà 
d'assai (2). Le popolazioni che in que' tempi inclina- 
vano moltissimo agli auspici^ ai presagi, alle supersti- 
zioni presero causa da quel!' incendio di pronosticare 

infauste cose; pronostici eh' io credo che ogni uomo di 

• . » 11 . 1 . i . Anno 

buon criterio vorrà trammettere alla considerazione dei 3 OGt 
cerretani. 

Siccome i patrii scrittori non hanno trasmesse che 
ricordanze confuse della illustre cattedrale di Brescia, 
cioè della basilica di s. Pietro in duomo, che andò 
allora soggetta ad uno strano incendio; la quale per 
le pie liberalità dei cittadini, venne sollecitameute di 
ogni maniera possibile riparata; onde non lasciar di* 
giuno il leggitore delle memorie di un tempio, che per 
circa mille anni ha avuto la distinzione di essere la 
cattedrale estiva di Brescia, dirò di quello quanto da 
recondite memorie ho potuto indagare. 

L'antica basilica di s. Pietro in duomo era dove ora 
torreggia il duomo nuovo; ma siccome era quella più 
breve e più angusta, non tutto occupava lo spazio della 



(1) Pipino jactavit Hurnholclum de honore ejus, et posuiù 
in loco ejus llduinum , mense Octob* Indici, fui. Rodulph, 
pag. 21. 

(2) In primo die quo llduinus ingressus est civitatem, Ba* 
silicei s. Petri, quam Anaslasius E pi se. . . . tdijicavit* . . . /g«e 
cumbusta fuiL Rodulpb. ibid. 



,34 LIBRO DECIMO 

" mm nuova edificata. Dove è di presente il coro del duomo 

Dopo nuovo eranvi allora alcune abitazioni di famiglie par- 
anno ticolari, le quali sono state demolite, mentre governava 
800. ]a diocesi il cardinale Quirini; dove ora è la cappella 
fra monte e sera del nuovo tempio, eravi la bottega 
di un venditor di offelle; e dove ora veggiamo in duo- 
ino nuovo l'altare di s. Antonio, eravi una chiesuola 
dedicata ai santi Crisanto e Daria (1), entro la quale 
vedevasi il tumulo del vescovo di Brescia Antonio (2). 
Quella antica cattedrale era stata fatta erigere poco 
dopo T anno 610 dal santo vescovo di Brescia Anastasio, 
in rendimento di grazie a Dio per i trionfi da lui ri- 
portati sopra quegli Ariani che infestavano a' suoi tempi 
la purezza della fede in questa provincia (3). 

Procedendo i tempi, costumavasi di celebrare in quella 
augusta basilica le funzioni episcopali nelle stagioni 
estive. Siccome però quella, più assai che non la Ro- 
tonda, rimetteva la voce dei sacri oratori, era in quella 
predicato ancora in que' tempi, nei quali i sacri ufficii 
celebransi nella cattedrale d'inverno; e succedevano 
per questo spessi disordini, perchè molti desiderosi di 
porgere orecchio all' oratore preparavansi anzi tempo 
nella basilica estiva, onde prendere posto; ed altri spinti 
dalla pietà a tenersi presenti ai santi sacrifìcii nella Ro- 
tonda non potevano aver luogo nella contigua catte- 

(1) Ho tratte queste memorie da un Mss. dell'abate Carlo 
Doneda, trascritto dall'arciprete Baldassar Zamboni, e da lui 
incluso nel volume A delle sue Miscellanee, esistente presso 
di me. 

(1) Episcopus A aloni us sepuìtus est in Ecclesia ss. Chry 
santi et Dariae, quae olim prope Cathedralem e rat» Fiorenti- 
ni us in Indice Chronol. Antist. Brìxianorwn. 

(5) Veggaòi la nota § di questo libro pag. i53. 



LIBRO DECIMO t35 

drale, onde ascoltare i sacri sermoni. Perlocchè il santo 

arcivescovo cardinale Borromeo, in occasione della sua D°p ( » 
visita apostolica fatta in Brescia l'anno 1 58 i, commise anr)0 
che si avesse ad uffiziare e sermoneggiare nella mede- ^ou. 
sima chiesa, e che la città dovesse procurare per ogni 
miglior riuscita i necessarii provvedimenti (1). 

Siccome però la basilica di s. Pietro iu duomo^ od 
il fosse per le naturali ingiurie del tempo, o pei dan- 
neggiamenti avuti dalle ripetute scosse di terremoto 
o fors' anco per difetto di solidezza di costruzione, mi- 
nacciava da lungo tempo rovine, i rappresentanti della 
città avevano fino dall' anno 1 564? con decreto 24 feb- 
braio ordinato di demolirla; la quale determinazione 
rimasta giacente per oltre 35 anni, riprodotta e con- 
fermata il giorno 2 aprile i5gg, ebbe sollecita ese- 
cuzione. 

Erano in quella chiesa molte colonne, non però tutte 
di marmo uguale: due di quelle, per consenso degli 
appositi delegati, furono trasportate al pubblico palazzo 
di Broletto, dove si veggono ancor di presente sostener 
r architrave della porta occidentale; due altre vennero 
destinate ad adornare la porta della chiesa della Ca- 
rità; alcune poche si vedevano ancora, pochi anni sono, 
distese per terra lungo il lato esteriore verso tramon- 
tana del coro del nuovo duomo, e la più parte di 
quelle colonne fu comperata dai couti Mazzuchelli, i 
quali facevano allora erigere il magnifico loro palazzo 
di villa in Ciliverghe (2). Così la basilica di s. Pietro 



(1) Ciò è assicurato dagli atli di quella visita apostolica de- 
positati nell'archivio episcopale. 

(1) Tutte queste memorie sono tratte dal Mss. ddV abate 
Carlo Doneda, citato nella nota 1 della pag. i54» 



i36 LIBRO DECIMO 

■' ''""" ìq duomo, dopo di essere stata per mille e più anni 

9°P° la cattedrale estiva di Brescia, demolita per saggio or- 
anno* dine pubblico, diede spazio per la costruzione del duo- 
800. m0 nuovo. Ma siemi lecito ripetere un motto di Var- 
chi e dire: torciamo a bomba (1). 

§ 5. L'anno 800 Carlo Maguo accompagnato da' suoi 
tre figli Carlo, Pipino e Lodovico, e seguitato ancou4 
da un gagliardo esercito discese in Italia, onde com- 
porre le turbolenze agitate fra molti grandi di Roma 
ed il sommo pontefice Leone III, e per affrenare ancora 
le audacie del principe di Benevento. Traversata l'alta 
Italia, giunse quel re a Ravenna, dove si trattenne 7 
giorni per coucedere a quanti lo seguitavano opportuno 
riposo (2), Preso iudi viaggio per Roma e trapassate 
le intermedie province, il dì 23 novembre arrivò a l'io- 
mento, antica città dei Sabini, ora semplice villaggio 
sul Tevere, detto Lomentana, discosto 12 miglia da 
Roma. Fu egli ivi incontrato ospitalmente dal santo 
padre, il quale dopo lietissime accoglienze tornò al- 
l'augusta sua sede la stessa sera. Il giorno dietro, as- 
sordato Carlo Magno da plausi, da cantici, da suoni, 
e da un romorosissimo trambusto di popolari letizie, 
venne tradotto in Roma (3); ed entrando in quella città, 
standogli il santo padre al fianco, fu da quello intro- 
dotto nella basilica del Vaticano, ed ivi il re Carlo, 
dopo di avere prestata assistenza ai sacri ufficii, prese 
con paterna clemenza a comporre le stranie dissenzioni 
vigoreggiauti fra il pontefice ed i grandi romani; delle 
quali cose ebb' egli felicissima riuscita. 



(1) Varchi, Ercolano, pag. 14. 

(9.) Eghiuardus, in Annalib. Franco rum» 

(5) AnasUsius Biblioth. in Leon* HI. 



f)U. 



LIBHO DECIMO i3 7 

Il giorno dopo, cioè quello del santo Natale, entrato 

quel sovrano ,uel tempio stesso Der assistere ai sacri J; P 
misteri, ivi frammezzo ad una folla immensa di popolo anno 
presentossi a lui il santo padre, e cintagli alle tempie 
una preziosissima corona, lo acclamò imperatore, di- 
cendo: A Carlo Piissimo, Augusto, coronato da Dio 
Grande e Pacifico Imperatore, Vita e Vittoria (i). 
Acclamossi tre volte quel motto, iodi il pontefice unse 
il re Carlo e suo figlio Pipino coi sacri crismi; e di 
quella maniera tornarono le nazioni d' occidente a ria- 
vere gì: imperatori. Eginardo nella vita che ha egli la- 
sciata scritta di quel sovrano racconta , che se quel 
sovrano avesse potuto immaginarsi che il santo padre, 
nel giorno in cui la chiesa ricorda il fausto nascimento 
del Redentore, aveva disegnato di coronarlo Augusto, 
si sarebbe per umiltà astenuto di pur entrare nel tem- 
pio (2). Giovanni diacono all'opposto, il quale scrisse 
a que' tempi, assicura che fra Leone e Carlo erane già 
innanzi fissata sopra di un tale operamento intelli- 
genza (3). La pensi però chicchessia a pieno piacimene 
to. E certo che l'occidente allora ricuperò quella corona, 
che aveva perduto Augustolo; e che la corte di Co- 
stantinopoli sentì gravissima dispiacenza di quel sue- 



(1) Baroni lìs, in Ànnalih. EccL ad ann. 800. 

(1) Imperatori* et Augusti nomen accepit : quo primo in tan* 
tum adversatus est, ut af firmare}, se eo die, quamvis praecipua 
festivitns esset, Ecclesiam non iniraturum fuisse, si consilium 
Pontifici s praescire potuisset. Eghinard. in vita Caroli M. 

(3) Leo frigie ns ad Regem Carolum spopondit ei^ si de suis 
ilìum defenderet inimìcis, Ah gustali eum Diudemate coronareU 
Joanp. Diac. in vita Episc. Neopolitanensium, apud Muratorini!^ 
toni. 1 parL 1. Rerum- Italie. Di ciò parlano ancora gli An? 
Iia li del Lambeccio ed i Moissiacensi. 



j38 LIBRO DECIMO 

— — 1 cesso: dirigendosi quella tuttavia con isforzata pru- 
Dopo deuza, e soffocata ogni indignazione, credette opportuno 
anno ^i mostrarsi magnanima, e di indirizzare al nuovo Au- 
800. gusto lettere di congratulazione (1). 

§ 6. Il conte Ilduino intanto reggeva il governo di 
Brescia, quando una asprissima carestia tormentò que- 
sta e le vicine province, e più fieramente che altrove 
incrudelì nelle vallate di Trento; cosicché circa dieci 
mila Trentini magri emunti e costretti , il si può 
dire, da quella fame che ha dipinto Ovidio nelle sue 
trasformazioui , fecero pensiero di entrare nella Yalle- 
trompia, di depredare la ricchissima chiesa di s. ApoU 
Ionio a Lumezzaue, onde giovarsi in tanto loro biso- 
gno di quelle spoglie (2). Quella era una chiesa ric- 
chissima, ed oltre le generose elargizioni che le per- 
venivano ogni giorno dalle liberalità dei divoti, il duca 
Longobardo di Brescia Marcoaldo la aveva con suo 
testamento lasciata erede di tutte le doviziosissime sue 
facoltà (3). I miseri famelici Tirolesi, che tentarono quel 
sacrilego aggredimento, furono sgraziatamente percossi 
da una rovinosissima grandine. Fosse poi quella una 
vera tempesta mandata dal cielo, come il lasciò scritto 
Rodolfo (4)> o fosse invece una tempesta di sassi roto- 



(1) Egli i n a rd us, ubi sup. 

(q) Fuit in hoc anno fames valida in partibus Tridentini s , 
ex quibus exierunt supra deccm millia hominum collecta, et 
perrexerunt in V alleni Trompianam, ut expoliarent muneribus 
Basilicam s. Apollonia Rodulph. pag. 21. 

(3) Idem, ibid, 

(4) Quum latrones loco sacro appropinquar ent f tempestas 
horribilis de celo illos repente invasit , ita ut cclum irruere 
i'ìderctur. Rodulph, png, 22. 



LIBRO DECIMO i3 9 

lati dai Triumpilini giù per l'erta dei monti, siccome 825E5H 
l'abate Biemmi lo opinò (i), io uè posso uè oso deci- ^ P° 
derlo: dico solo che quella ricchissima chiesa non più fcn ,, 
esiste da tempo immemorabile, e che i famelici aggres- ^ uu - 
sori non le recarouo iu quell'occasione danneggiamento 
alcuno. 

§ 7. E fama che allora il vescovo di Brescia Au- 
frido, che da alcuni per errore è nominato Autigio (2), 
abbia trasportato dal cimitero di s. Latiuo, cioè dalla 
chiesa detta poscia de'santi Faustino e Giovita ad san* 
guinem, ed ora di s. Afra, che era allora suburbana, 
a quella di s. Maria in Sylva i corpi de'santi martiri 
Faustino e Giovita. La chiesa di s. Maria in Sylva, 
detta ora di s. Faustino maggiore, era per le ultime 
costruzioni stata compresa dentro i recinti della città. 
11 pio sacerdote Bernardino Paini, scrittore benemerito 
della Patria, e che lo sarebbe assai più se fosse stato 
dotato dal cielo di migliore criterio; egli che buona- 
mente ha pubblicato le Vite dei santi Faustino e Gio- 
vila primi, e dei sauli Faustino e Giovita secondi, rac- 
contando il trasporto di quei santi martiri dall' uua 
all' altra delle nominate chiese, ha descritti i miracoli 
operati da quelle sante reliquie lungo la celeberrima 
processione. Sieno o uon sieno veri que' portenti, che 
non solo Faini, ma ancora Malvezzi ed altri raccontano 



(1) Biemmi, Stor. di Brescia tom. 2 f. i3g. 

(2) Nelle copie che esistono ancora Mss. della Cronaca di 
Malvezzi, e nella edizione della medesima ancora fatta da 
Muratori, il vescovo di Brescia Aufrido è detto Antigio. 
Ottavio Rossi però nella sua Storia di Brescia Mss. as- 
sicura di aver letto diversameute nell' autografo di quel 
cronista. 



,4o LIBRO DECIMO 

!"— 5g che fossero allora succeduti (1), noa sarò io mai l'ara* 
Dopo dace che osi tentarne scrutinio od emetterne dubbio, 
anno So che sempre ha costumato Iddio di diffondere per 
800. mezzo de' suoi santi delle venerande reliquie loro 
pregiatissime grazie: so che i martiri Faustino e Gio- 
vita sono veri santi , perchè hanno con franca in- 
trepidezza offerto a Gesù Cristo in testimonio della sua 
religione il sangue, e mi dichiaro pronto a credere 
qualunque operazione trascendente le forze ordinarie 
della natura, eseguita per mezzo loro delle sante 
loro reliquie. Così però non la pensavauo il pio e col* 
tissimo canonico Paolo Gagliardi (2), ne l'illustre scrit- 
tore della Brìxia Sacra Girolamo Gradenigo, il quale 
dal chiostro dei canonici regolari di questa città venne 
poscia destinato a reggere la chiesa arcivescovile di 
Udine (3). 

L'abate Biemmi all'opposto, appoggiato alla forza 
dell' argomento negativo, non contrasta alcun miracolo 
operato, mentre si trasportavano que' santi corpi ; ma 
è d J opinione che quella traslazione sia stata eseguita 
lunghi anni innanzi che abbia avuto Anfrido a reggere 



(1) Veggasi la vita di que 1 santi pubbl. in Brescia da Faini 
l'anno 1670, pei tipi di Giacomo Turlino alla pag. 86 e seg. 
Ed omettendo gli altri, veggasi ancora Malvezzi, Dist, 5 cap. 3. 

(2) Gagliardi, in Adnotalionibus Mss. ad Martyroìog. Brix, 
cap. io5, dice di quei miracoli : adeo mirabilia et incerta sunt y 
ut qui spiani fortas se rerum ac temporum cognilione aliquanto 
excultior, non facile queat assentiri* 

(3) Gradenigo, Bvixia Sacra pag. 109, scrive: Nobis non 
sat crìi animadvertisse ejus Translationis historìam a Faino 
in Italica ss, Faustini et Jovitae vita conscriptam, muìtis nar* 
ratiuncolis permixtam esse, ab historiae ventate abhorrenti* 
bus, atque a pcrturbatis fontibus derivatavi. 



LIBRO DECIMO i4f 

la diocesi di Brescia (i); e lo dice, perchè il cronista * ' 
Rodolfo, il quale scrisse le cose patrie dall'anno 774 5°?? 
all'anno 865, frammezzo alla qual epoca tenue il pa- anno 
storale di Brescia il vescovo Anfrido, non ha mossa pa- °°°' 
rola alcuna di quella straordinaria funzione, quantunque 
ne abbia ricordate altre di somiglievoli. 

Io non ardisco spingere il guardo dove affollate te- 
nebre me ne renderebbero inutili gli sforzi; dico però 
con certezza che quel sacro trasporto venne eseguito 
prima dell'anno 819, cioè prima che il beato Ram- 
perto fosse destinato ad occupare la cattedra vescovile 
di Brescia, perchè a'tempi suoi erano certamente quelle 
sacre reliquie in s. Faustino maggiore e non in s. Afra, 
come vedremo proseguendo. Aggiungo che presso Porta 
Bruciata , quelli che lungo la processione portavauo 
V arca de' santi martiri, come hanno scritto alcuni o 
come raccontano altri, la traevano a mano sopra un 
apposito carretto, riposarono; perchè ivi si è fatto eri- 
gere dai Bresciani un oratorio, il quale esiste ancora, 
onde ne fosse tramandata ai posteri la ricordanza; 
oratorio nel quale il Buonvicini aveva dipinta a fresco 
un' effigie rappresentante il miracolo ivi operato da 
quelle sante reliquie, la quale effigie venne fra non 
molto per alcune iunawertenze difformità; e fatta per 
questo cancellare per ordine della città, le venne so- 
stituita una tela del Bagnadore. Siccome però ambi 
que'pittori vissero troppo lontani da quell'epoca, credo 
io rendere miglior onore a quell' oratorio dicendo, es- 
sere quasi universale consenso fra i patrii cronisti, che 
sia quello stato consecrato dal vescovo Pietro, il quale 



(1) Biemmi, Storia di Brescia, tom. 2 f. i55. 



i|s UDRÒ DECIMO 

"'""" fu P immediato successore di Anfrido; ed aggiungo. 

Dopo essere indubitato che quella sacra funzione fu celeber- 
hdiio rima, perchè da tempo immemorabile ricordata dai 
^ 00 ' sacri dittici, e perchè dietro antichissima costumanza 
il ven. capitolo della cattedrale , in commemorazione 
di quel sacro trasporto, il giorno 9 maggio di ogni 
anno procede proce.ssionalmente dalla basilica del duomo 
a quella di s. Faustino maggiore. 

§ 8- Alcuni anni dopo. lo fosse perchè promosso 
il conte Ilduino ad altro impiego, perchè fosse egli 
passato ad.altra vita, fu destinato conte governatore 
di Brescia il ministro Suppone. Onde abbia ad esporre 
quanto possa il meglio che uomo fosse quel nuovo go- 
vernatore, credo giovarmi di un'idea saggiamente pro- 
dotta da un celeberrimo patrio ingegno (1). Altro è 
onore, altro è concetto. E l'onore un premio dato dal 
pubblico al vero merito; è il concetto una buona opi- 
nione che sogliono prendere ciecamente le genti di 
quelle persone, che le sanno più scaltramente deludere: 
cosicché l'uno è dato dalla ragione, l'altro dal pre~ 
giudizio. Posto ciò, il conte governatore Suppone era 
uomo di concetto, e non di onore. Pel concetto era egli 
slato promosso dal sovrano all' altissimo grado di conte 
di palazzo (2), ufficio eminentissimo; ed a chi l'occu- 
pava, fra gli altri impegni, spettava ancora di rivedere 
le sentenze dei giudici, di approvarle di commet- 
terne riforma (3); per lo concetto era stato Suppone 

(1) Antonio Brognoli, Poema il Pregiudizio, cant. 1 ott. 12 
e seg. 

(2) Chronac. Farfens. apud Murator. toni. 2 pari. 1 Ber. 
Italie, pag> ~/òi. 

(3) Comìtes Palalii inter coetera pene innume rahili a in hoc 
maxime solleciludo erat ut omn.es ìegales quae alibi ortae 



LIBRO DECIMO ||3 

trascelto al grado distintissimo di regio messo, della mmm% 
quale dignità si è già detto (i), e per lo concetto me- j?°P° 
desimo venne egli destinato a reggere il governo di anno 
Brescia; non passò però lungo tempo anzi che desse ° 00, 
egli a conoscere di non essere uomo d' onore. 

§ g. Le miniere bresciane a que' tempi e singolar- 
mente le triumpiliue appartenevano direttamente allo 
stato, e spettava al governatore di Brescia ad invigi- 
larne le cure ; e poiché ancora in queste nostre con- 
trade era allora abbondantissimo il numero degli schiavi, 
solevano i conti obbligarne gran parte, dietro un te- 
nue premio, a faticar nelle cave. Suppone, mosso da 
uua avidità vergognosa, ridusse quasi al nulla la gior- 
naliera pensione di quegli sciagurati (2); e perchè non 
avessero a mancar d'auimo, ed a superare invece ogni 
più aspra fatica, diede loro promessa di metterli ad 
un dato tempo in libertà. Lusingati que' miseri da un Anno 
tanto incitamento, quantunque fiacchi per le fatiche 
continue e per i mali e scarsi cibi, adoperavansi quanto 
il più lo potevano: la promessa di libertà non era una 
scutica che loro battesse la schiena, ma un pungolo al 
cuore; sicché numeravano frenetici i mesi, le ore, gli 
istanti che dovevano precedere il giorno della pro- 
messa liberazione, ed essi frattanto adoperavansi di 
quanta lena potevano. 

In quel frattempo il conte Suppone addirizzò un suo 
figlio fiero per natura, ed accompagnato da molti di 

propter equitatis judicium, Palatium aggrediebalur juste ac 
ratio nabiì iter determinar et, seti perverse judicata, ad aequi* 
tatis tramitem reducerel. Hicmarus, Opusc. de Officio, et or* 
dine Palatii, cap. 21. 

(1) Yeggasi il § 4 di questo libro. 

(a) Prope sine mercede opprimerci. Rodulph. ibid. 



||4 LiB R° DECIMO 

^ grrnrtM ? tempera eguale, perchè avesse a stimolare alF opera 
liopu q U e' sciagurati. Nou così inferocisce un calabrese contro 
anno un buffalo disdegnoso dei cinguli, non così un tartaro 
&'*• contro un cavai che ricalcitri, quanto per ordine di 
Suppone inferociva suo figlio ed i compagni suoi con- 
tro di quelli infelicissimi schiavi: flagellavano loro in- 
cessantemente il dorso, e spingevanli con le scutiche 
a quella fretta, alla quale leggesi nella cantica di 
Dante^ essere neli ? inferno sospinti dai demoni i ruffiani. 
G1 J infelici pazientarono taciti fino al giorno della li- 
berazione promessa : passato quello senza ottenere il 
sospirato intento, vinti dall'ira diedero a tumulto, e 
spintisi coutro al figlio di Suppone ed a'compagui suoi, 
li trucidarono tutti (i). 

Avvisato il conte governatore di una tanta tragedia 
mugghiò per lo furore un ululo somigliante a quello di 
un'orsa cui sieno stati rapiti i figli; e scompigliatosi 
il crine 4 e stracciatesi le vesti, giurò di vendicare la 
morte del figlio e de' compagni suoi, tagliando le vene 
ad ogni triumpilino. Giuramento tremendo! ma che 
non andò sperso dal vento. Perchè, fatta Suppone rac- 
colta di quante forze potè avere, le condusse furente 
in Valletrotnpia e le spinse indistintamente contro di 
quegli sciagurati abitanti, massacrando insieme e ma- 
schi e femmine e giovani e vecchi, e di quella ma- 
niera verso la metà dell'agosto 81 1 disertò quella 



(1) Nec ve! ìet litigare ( il verbo tìngare nel medio evo si- 
gnificava liberare da schiavitù ) setvos quos dia cavare fo- 
dinas eòe gè r ai , ut pollicitationem eis fé ce rat , omnes mo- 
vcrunt seditlo nem s et in ter/ 'e cerimi fili um Supponis, cum aliis 
qui eos saevis veiberìbus affici ebant. Rodulph. pag. 22. 



LIBRO DECIMO 1 45 

valle (1). Mi sembra però non essere fuor di proposito 

il credere, che molti di que' Valleriani, e singolarmente n°?? 
quelli che abitavano i paesi più rilevati, inorriditi anno 
dalla notizia della strage dei primi avranno scampato II * 
l'eccidio, nascondendosi nelle boscaglie, strascinandosi 
aulla vetta delle giogaie e cercando per altre parti 
asilo. 

§ io. L'imperatore Carlo Maguo perdette in quei 
frattempi per malattie i due maggiori suoi figli legit- 
timi. Pipino il re d'Italia era mancato di vita in Mi- 
lano il dì 8 luglio 8 io, e Carlo, altro figlio di quel- 
F eccelso Augusto, giovine che aveva già date non 
dubbie prove di altezza di genio e d'animo, morì egli 
ancora il dì 4 dicembre 8n. La morte di que' due 
punse così profondamente lo spirito di Carlo Magno, 
che visentiune il suo corpo ancora ; perlocchè paven- 
tando egli il termine della vita, e desideroso di la- 
sciare a Lodovico unico superstite de' suoi figli tran- . 

a Anno 

quillo lo stato, segnò trattati di amicizia con ogni 812. 
potenza vicina , nominò re d' Italia Bernardo suo ni- 
pote (2), e dopo di avere dispensati regali magnifici 
a' suoi baroni ed a tutte le chiese metropolitane del- 
l'impero, vecchio di oltre 70 anni morì in Aquisgrana 
il dì 28 gennaio 8i4> lasciando la corona imperiale a Anno 
Lodovico Pio suo figlio. "H- 

§ 11. Rimasto vedovo a que' giorni, per la morte 
della prima sua moglie, il conte governatore di Bre- 



(1) Suppo cum manu armatorum ingressus est vallem r et 
lantani cedcni belluino furore patravit, ut Ulani faceret deser* 
tam, et prope si ne abitatore. Hurhilph. pag. il. 

{'i) Anno 812 Pernhardus Rex Italiae factus est* Eccaàd. 
Ilcr. Frane, lib. 18. 

Yol. IL io 



i46 LIBRO DECIMO 

^seia, riparonne fra nou molto la perdita, sposandone 
Dopo uu 5 altra leggiadra e vezzosa. Lupolo di lui figlio, gio- 

G* Ce . .. '. , . . ... . 

anno vine di animo e di mauiere gentilissimo, stretto amico 
8i4» del nostro vescovo il venerabile Pietro, e di un carat- 
tere tutto differente da quello dell'altro suo fratello 
ucciso in Valletrompia, si innamorò perdutamente della 
matrigna (i). E amore una passione potentissima, che 
acceca le menti e sovverte gli animi ancora i più ben 
fatti. Il vescovo, siccome conversava di spesso fami- 
gliarmente con Lupolo, si accorse della piaga che aveva 
quegli nel cuore, e per mezzo di saggi consigli e di 
gravi ammonizioni tentò medicarla, ma tutto fu inutile; 
le forme e le maniere della matrigna avevano a Lu- 
polo trapassata l'anima, e parevagli sempre o di udirne 
la voce o di averla innanzi agli occhi anche dormen- 
do. Finalmente colto Lupolo il punto che la matrigna 
era sola ne' suoi appartamenti, le si presentò, ne si può 
dire se per violenze o per seduzioni o per l'un mezzo 
e per l'altro insieme la addusse a' suoi piaceri. Sfogati 
i primi impeti della libidine, il misero giovine si mortificò 
di se stesso, e si confuse di tale maniera, che per to- 
gliersi per sempre dagli occhi l'oggetto de' falli suoi, 
tratto un pugnale, lo piantò alla matrigna nel cuore (2). 
§ 12. L'augusto Lodovico, raccolta in Aquisgrana la 
dieta generale degli stati, a somiglianza di quanto aveva 
operato con esso lui Carlo suo padre, proclamò impe- 
ratore ed associossi al trono suo figlio Lotario. Quella 



(1) Lupuìus ejus filius juvenis bone ado lescentie, et dilectus 
Tetro Episcopo, captus fuit ardente r amore noverce. Rodulph. 
pag. 11, 

(1) Lupulus vìm ìnfamem ìntulit noverca: eiposlea pre con' 
fusione et pudore Ulani gladio intere mi l. Rodulph. pag- 11. 



LIBRO DECIMO i4 7 

promozione venne sentita di mal auimo dagli altri tuoi - — 
figli (i)> ma più d'ogni altro dispiacque a Bernardo q^q 
suo nipote, il re d'Italia: il quale incitato da Anselmo anno 
arcivescovo di Milano, da Wolìoldo vescovo di Cremona ?* 
e da molti suoi cortigiani^ raccolse numerosa armata , 
e meditando rivolta la condusse a guardare i passaggi 
dell' Alpi. Rataldo vescovo di Verona e Suppone go- 
vernatore di Brescia enunciarono sollecitamente que' tor- 
bidi all' imperatore Lodovico ; ne ebbe quegli appena 
1' avviso, che commise a' suoi eserciti accampati per le 
molte regioni del suo vasto impero di mettersi in viag- 
gio per 1' Italia (2). Il giovine re Bernardo fatto accorto 
di non avere forze sufficienti per resistere a taute armi, 
deposta ogni audacia, congedò le truppe e studiossi 
di supplicare la clemeuza dell' Augusto offeso: ottenuto 
per questo un salvacondotto, passò a Chàlons nella Bor- 
gogna, dove in compagnia di molti suoi complici si 
prostrò dinanzi allo zio imperatore ed invocò perdono* 
La sua colpa però aveva irritato di troppo 1' animo di 
Lodovico, e perciò quantunque fosse Bernardo munito 
della lettera di sicurezza, fu insieme co' suoi compagni 
tratto in carcere ed assoggettato ai tribunali per es- 
sere giudicato. I giudici li dannarono tutti a morte; 
il pio sovrano però ne temperò la sentenza, dichiarando 
che ai rei secolari dovessero essere solamente cavati 
ambedue gli occhi, e che i vescovi colpevoli fossero 
deposti dalla cattedra e raccomandati a monastica cu- 



(1) Oh hoc caeteri filii indignati sunt. Teganus, De Rebus 
gè tti s Ludov. Pii, num. 21. 

(9) Annaìes Francorum Eertiniani — Astronumus in vila 
Ludovici Più 



i48 LIBRO DECIMO 

■stodia fra i recinti di sacri chiostri (i). La tremenda 
^P° operazione degli occhi sopra de' primi fa eseguita di 
anno così inesperta maniera, che fra brevi giorni morirono 
^ , 7- quasi tutti, fra i quali mancò di vita lo stesso re d'Ita- 
lia Bernardo. 

§ i3. Il governatore di Brescia conte Suppone ve- 
deva assai di mal occhio il vescovo di questa diocesi, 
il venerabile Pietro, perchè non aveva a lui significato l'ac- 
cecamento di suo figlio Lupolo per la matrigna, ed o 
per dritto o per rovescio voleva vendicarsene. Qui mi 
piace di osservare, che quel saggio vescovo, dopo di 
essersi accorto dell' imbaecucamento di quel buon gio- 
vane, non aveva mancato di consigliarlo al bene, di 
ammonirlo, di gravemente rimproverarlo, e per questo, 
per quanto si lagnino di non averlo scoperto al padre 
alcuni tali, che petulanti e tumidi ardiscono porsi 

»■> a scranna 

* Per giudicar da lunge mille miglia 
« Con la veduta cor la di una spanna 

quel venerabile prelato aveva, a mio dire, operato ot- 
timamente, perchè condotto dai principii della prudenza 
ecclesiastica e dalla carità cristiana doveva sperar 
frutto dai gravi consigli e dai rimproveri dati a Lu- 
polo, non poteva prevedere il gravissimo incouveniente 
che ebbe a risultare dalla ardentissima di lui passione, 
e per ecclesiastica prudenza doveva osservar secretezza. 



(1) L'unico Italiano antico, il quale abbia scritto di (ali 
cose e Andrea Prete nella sua croniche! ta, prima scoperta e 
pubblicata da Menchenio lom. i, poscia prodotta da Muratori, 
Anllquital. Ilalic Disscrt. 2. 



LIBRO DECIMO Mg 

Quel silenzio però aveva indispettito Suppone, e ^=^" 
traevalo a meditare secretamele le maniere di averne J^°P? 
vendetta. Quaudo gli attentati di ribellione del re Ber- anno 
nardo gliene aprirono l'adito. Siccome era egli di mal ^ ! 7- 
carattere, cioè uora di concetto e non d'onore, de- 
nunziò all'imperatore l'innocente vescovo di Brescia, il 
venerabile Pietro, come fosse uno dei complici che ave- 
vano incitato Bernardo a rivolta, e produsse testimonii 
di quella imputazione Pietro abate dei Benedettini di 
Nouantola ed il conte Odone governatore di Mantova (i). 
Ferlocchè dietro ordine imperiale il nostro venerabile 
vescovo dovette tradursi in Francia per rispondere agli 
esami dei giudici destinati a processarlo. Ma siccome 

J Integcr vitcte, scelerisqite purus 
« Non egei Mauri j acuii s, neque ami (2) 

ivi i veri correi, e singolarmente Y arcivescovo di Mi- 
lano Auselmo, confessando schiettamente la propria 
reità, palesarono Y inuocenza del vescovo di Brescia, 
cosicché giustificato e libero venne rimandato onorata- 
mente alla pristina sua sede. 

L' imperatore Lodovico Pio, che era tenuto al gover- 
natore di Brescia Suppone della denunzia delle trame 
del re Bernardo e di molti veri suoi complici, gli per- 
donò P imputazione data per ire particolari ad un iu- 



(i) Suppo quum odio Imberci Petrum Episc. Mani accusa* 
vit . . . . et tesles protidit Petrum Ah. Nonantulanum, ed Qd» 
tlonem Com. Mantuc; sed quum adiisset Petrus ad preseti" 
liam Imp. testimonio maxime Anselmi Arehiep. MedioU innocens 
absolulus full, Indici. XI. Rodulph. pag. 23. 

(2) Horat. 



!5o LIBRO DECIMO 

"* " '" Docente prelato; prudentemente però non volle che 

P°P° avess' egli a continuare a dirigere il governo di una 
anno provincia, della quale Pietro ne era il vescovo; ma 
° 22, avendo a' que' giorni il vecchio Guinigiso abbandonato 
il governo del ducato di Spoleti per raccomandarsi ai 
placidi riposi, ed alle sacre benedizioni di. un mona- 
stero (i), il sovrano addirizzò Suppone a presiedere a 
quel ducato, e contemporaneamente spedì il conte Mau^ 
riugo ad assumere iu sua vece il governo della pro- 
vincia bresciana (2). 

§ i4- Aveva da pochi mesi il conte Mauringo as- 
sunto il governo di Brescia, che avute informazioni 
delle violenze usate dal nobile Macerouto sopra alla 
persona ed alla vita di queir illustre Farolfo da Tra- 
Tagliato, del quale se ne sono ricordate le gesta nel- 
1' ultimo paragrafo del libro antecedente, voglioso di 
riparare alla infingardaggine dei tribunali ed alla aiv 
tificiosa velleità degli ultimi governatori; sebbene fos* 
sero scorsi quasi trent'anni, dacché quel nobile scelle- 
rato aveva dato proditoriamente a morte quell' onesto 
uomo, mandò Maceronto alle carceri, dopo di essere 
trapassati quasi treni' anni, dacché aveva egli commessa 



(1) Virginius Dux Spoletanus )mn senio confectus, hahitu 
seculari deposito, monasticae se mancipavit conversationi; at 
non multo post tactus corpovis infirmitate decessa, in cujus 
locum Suppo Brixiae Comes substitutus est» Eghinardus, in 
Anna!. Franco r f ad ann. 822. Il che ha confermato ancora 
Rodolfo, pag* 23. 

(9.) Sebbene Gradenigo, Brix. Sacr. pag. no abbia trami** 
tato il nome di Mauringo in quello di Nottingo, che fosse 
però Mauringo e non Nottingo è assicurato dall'antico cronista 
Rodolfo, dall'annalista Eghinardo sopraccitati, ed ancora dagli 
annali di Bertino, tam> 2. Rer. Italie, pari* 1 pag. 5iG. 



LIBRO DECIMO iii 

quella scelleraggiue ; e dietro formale processo lo ca- "' — 
stigò, secondo imponevano le leggi di que' tempi. I Bre- J;°l\° 
sciani che da quasi sei lustri rabbrividivano allo scon- anno 
trar Maceronto, l'uccisore del virtuoso Farolfo, goufio, *> 22, 
baldante, impune, tanto si rallegrarono per le misure 
prese dal nuovo governatore Mauringo sopra di quel 
colpevole, che per usare le espressioni del cronista Ro- 
dolfo, gioirono di altissimo gaudio (i). 

§ i5. Lotarip^ cui l; imperatore Lodovico Pio suo 
padre avevasi associato al soglio, cui papa Pasquale 
aveva cinta V imperiale corona, e che dopo la man- 
canza di suo cugino, il re Bernardo, era stato proola-* 
mato re d' Italia, aveva allora trascorse queste pro- 
vince, onde procurare la giustizia ed il buon regola- 
mento de' popoli; e nel giugno dell' 823 tornò in Frau- àduo 
eia per rendere contezza all' augusto padre di quanto * 

aveva operato. Accortosi l'imperatore Lodovico che pel 
bene di queste province aveva suo figlio trascurate as- 
sai cose, commise ad Adelardo suo conte di palazzo 
di scendere in Italia, di chiamarsi a compagno, mu- 
nito di uguali facoltà, il governatore di Brescia Mau- 
ringo, di scorrere insieme queste province, e di ripa- 
rare unitamente a' que' disordini che erano stati tra- 
scurati dall' imperatore Lotario suo figlio (2). 

Per quella onoratissima missione del suo governatore 
ebbe Brescia a doverne desiderare per lunghi mesi il 



(1) Mauringo, comprehendere fccit Maccrunlum, qui interfe* 
cerat sanctum virum Farulfum , et religatum vinculis in c.ar* 
cere miltere, de qua re universa civilas magnimi gavisa est 
gaudium. Rocìulph. pag. q3. 

(1) Annales Fr ancor uni Metenses ad ami. 8-25* • — Astro- 
lumi tu, in vita Ludovici PiL 



i52 LIBRO DECIMO 

^ ritorno. Quantunque però queir ottimo personaggio fosse 

Dopo p er a |te cause lontano da* suoi governanti, li sorvegliava 
anuo indefesso pur tuttavia, e da quelli che erano stati scelti 
^ 2 ^ da lui a sdebita me i diversi ufficii cercava assidua- 
mente contezza de* suoi Bresciani, come lo fa un sol- 
lecito padre procurandosi dai superiori di un collegio 
le iuformazioui de' suoi figli a quello affidati. 

Sciolto gloriosamente Mauringo quel!' arduo ed eie- 
Tato impegno « tornò a confortare della sua presenza 
e delle sue sollecitudini i Bresciani: e mancato di vita 
in quei frattempi ii notissimo alla nostra provincia e 
pur troppo ai Triumpilini, il eoute Suppone già gover- 
natore di Brescia ed allora duca di Spoleto Y impe- 
ratore Lodovico, onde porgere a Mauringo un atto dì 
gratitudine per le alte funzioni onoratamente disimpe- 
gnate, dalla presidenza della contea di Brescia lo trasmise 
a quella del ducato di Spoleti, e mentre correva il 
8-25, maggio dell'anno 826, per ordine imperiale venne in 
Brescia ad assumere il governo della provincia il suc- 
cessore di Mauringo conte Villerado (1). 

§ e 6. Era Villerado un personaggio pio, clemente 
e facilissimo ad accogliere qualunque desiderasse di 
presentarsi a lui; ebbe quegli la sorte di reggere per 
oltre venticinque anni questa provincia, ed ebbero an- 
cora fausta ventura i Bresciaui di essere per egual 
tempo governati da lui. E quella provvidenza medesima, 
che aveva dato allora a Brescia un ottimo governatore, 



(1) Mauri ngus qnum ad majorem potestatem Vucatus Spoleti 
elevalus fuissrl, Viiìeradus suscepit regimen Comitatus Bris~ 
siani, mense majo, Indici. Ili* Iste fui t vir pius et reìigioms, 
benignus et mansuetus circa omnes personas, et tcnuit lume 
honorem per XXV annos* Rodulph, pag. q5. 



LIBRO DECIMO ìrl3 

]c aveva dato contemporaneamente ancora uu ottunO^KES 
vescovo, un santo padre, 11 beato Ramperto; e perciò ^°C? 
tanto T amministrazione civile che 1' ecclesiastica erano anno 
allora dirette da personaggi di retto accorgimento, di °* J ' 
saggia prudenza e di auimo vigilante, operoso, infati- 
cabile. Mentre que' due prestantissimi, secondo le di- 
stinte funzioni, vegliavano le cose di Brescia, scavato 
Don so per qual causa il pavimento nell'oratorio di 
san Martino di Rudiauo, scoprissi uel sotterraneo uu 
monumento, e sopra la pietra che lo copriva era 
scolpita questa iscrizione. 

D. M. 
AVR - VICTORIA • AVR ■ VICTORINO 

SECVNDO • CALISTO 

MARC. • AVRELIVS • FILEiNTIVS • LIB. 

FECIT. 

dalla quale si vede chiaramente, che il liberto Marco 
Filenzio, appartenente alla famiglia degli Aurelii, ave- 
va eretta queir arca ai sacri Mani di Aurelia Vittoria, 
e degli Aurelii Vittorino, Secondo e Callisto. 

Erano chiuse in quel monumento le ossa di quattro 
persone. Ma poiché allora le reliquie dei santi erano 
le gemme preziosissime della giornata, accorrevano a tor- 
me le genti, non solo dai paesi vicini, ma da tutta la 
provincia, dal vicino bergamasco e dal cremonese ad 
esaminar quel sarcofago. Il prete Marino da Calcinato, 
ed Adoaldo monaco benedettino di Leno, dopo di avere 
considerata diligentemente quella lapida, ambidue con 
franche parole tentarono stogliere i mal veggenti dalla 



i54 LIBRO DECIMO 

■■ ' iperduliaca atlorazioae di que'carcami (1); ma chi mal 
Dopo p U Q addirizzare la mente di chi per falsa pietà è- fa- 
ntino iiatico? Leggevano gV infatuati quella iscrizione, e pre- 
8a5> tendevano che le sigle D. M. non significassero Diis 
Manibus, ma Divìs Martyribus; e dietro tale spie- 
gazione giuravano che Aurelia Vittoria, Vittorino, Se- 
condo e Calisto avevano sostenuta la fede di Gesù Cristo 
sul palco del martirio. 

Il governatore di Brescia conte Villerado scosso a 
tanto rumore mosse a Rudiano, né osando quegli de- 
cidere se le sopraddette lettere significassero veramente 
ai sacri Mani, ovvero ai santi Martiri, rimise, secondo 
le costumanze dì que J tempi, quella decisione al Giu- 
dizio di Dio. Molte erano le maniere di quell' insano 
scrutinio; gli adleti destinati a sosteuere o Y uno o 
l'altro partito, alcune volte sfidavansi a chi sapesse più 
a lungo resistere a lunghi digiuni, altre volte a chi 
a piedi ignudi poteva più francamente passeggiare 
sopra ardenti carboni, altre a tentare gli ardori del- 
l' acqua bollente od il brivido di quella fredda; più 
di sovente però ricorrevasi alla monomachia, cioè al 
duello; e quella fu la prova trascelta in quell' occa- 
sione. Si destinarono i campioni degli iddii Mani e 
quelli dei santi martiri; preparata la palestra, e con- 
corsi per ogni parte inuumerevoli e cupidissimi spet- 
tatori, discesero nell' agone gli avversi adleti. Volle il 
caso che i prodi destinati a proteggere il sacro onore 



(i) Quum Marinus presbiter de Boptisterio S, Vincentii de 
Calcinano, et Àudualbus Monacus Leone.nsis firmiter gustine* 
reni e a esse corpo r a genti s paganorum, Villeradus voluti per 
pugtuim invenire veritatem. Rodulph. pag. 24. 



LIBRO DECIMO i55 

di quegli ossami riuscissero vincitori. Allora fra i bat-S2^— 
timaui della plebaglia e le finte esultanze de' farisei, JJppo 
schiatta perversa, avarissima, che ad outa delle male- anno 
dizioni di Gesù Cristo dura ancora perenne, inconsu- ° 2 ^* 
niabile; allora fra la schietta allegrezza di quelle anime 
pie, che accecate dalle costumanze del secolo riputa- 
vano il duello vero giudizio di Dio; e fra la secreta 
dispiacenza de* pochi dagli intelletti sani, raccolte eoa 
profonda riverenza quelle macerie, furono solennemente 
trasportate nella chiesa parrocchiale di Rudiano, dove 
adorate per circa due secoli, occuparono la base del* 
l'ara de ? sacri olocausti, finche il vescovo di Brescia. 
Odorico pose riparo a quel disordine, come vedrem 
proseguendo (i). Se Mabilloue avesse avuto contezza 
del culto, onde i bresciani adorarono le ceneri di que- 
gli Aurelii, non ne avrebbe sicuramente tralasciata ri- 
cordanza nella sua epistola Sanctorum ignotorum. 

§ 17. Mentre trascorrevano quegli anni, Andelberga 
badessa di s. Giulia di Brescia querelavasi di alcuni 
signori, perchè avessero usurpati alcuni diritti del suo 
monastero. Quella monaca affidata all' alto proteggi- 
mento che aveva dalla corte, non curati i tribunali 
della provincia, produsse le sue domande immediata* 
mente all'imperatore Lotario, il quale destinò gli abati 
Prandone e Gelseranno, perchè, alla presenza del fere* 
sciano vescovo Ramperto e di Aldegiso vescovo di No* 
vara dovessero assumere le informazioni della quistione f 



(1) Sedpugnatores ex ilici parte, que dicebat esse Marlyrurn 
Christi, superiores extiterunt : unde illa Corporei in aliare 
Plebis recondita fucrunt, que in isto tempore ( cioè mentre 
Rodolfo scriveva ) Uldericus Episcopus abstulil de loco s.affQ 
et aujecit in loco profano- Rodulph. pag. 24. 



i5G LIBRO DECIMO 

^* WI ! M Sdebita lo queglino l'impegno, trasmisero a sua maestà 

D°V° il commesso esame, e l'imperatore con suo diploma 

anno dato ai i5 dicembre 836, accordò alla badessa Andel- 

8j6. berga il domandato (i). 

Erano circa 45o anni, dacché le ceneri del vescovo 

di Brescia s. Filastro riposavano venerate dentro uu 

tumulo della chiesa suburbana dedicata all' apostolo 

s. Andrea, la quale era stata per lunghi anni addietro 

1' antichissima cattedrale di questa città, ed era eretta 

alle falde del colle Degno, quasi di faccia alla lapide 

del Roverotto. Il beato Ramperto credette non essere 

sicure così preziose reliquie in quella chiesa, perchè 

erano frequenti in quel secolo i casi nei quali vede- 

vansi derubate le ossa dei santi, e pensò di assicurarle 

dentro le mura della città. Fece per questo erigere 

una cappella sotterranea al lato d'oriente e d'ostro della 

basilica della Rotonda, e di pieno consentimento dei 

cittadini il dì 8 Aprile 838 solennemente in quella le 
Anno T . * . i i . 

858. trasporto, in queil occasione quei prelato recitò una 

orazione panegirica di san Filastro, la quale leggesi 
ancora (2), nella quale descrive molti miracoli operati 
allora da Dio per intercessione di quel santo: miracoli 
che meritano fede, perchè ricordati da s. Ramperto, il 
quale ne fu testimonio di vista; di quel Ramperto che 
si è altra volta adoperato per reprimere le frodi de- 
gli ecclesiastici in questo genere (3), e perchè leggen- 
doli si veggono tutti diretti, non a destare semplice- 



(1) Costituì. 58 apud Margarinium in Bullario Cass. tom.i. 
( r i) Sermo B. Ramperti in laude m s* Philastri, in Collec* 
Operum Anlistitum Brìxianorum, edit. a Paulo Gaieardo. 
(5) Vengasi il $ seguente. 



LIBRO DECIMO 107 

mente le meraviglie, ma a porgere giovamento all' al- "'"""'"' SI 
flitta umanità. ^°Pf 

§ 18. Era a que' tempi mancato di vita Ritaldo abate ^ nno 
dei Benedettini di Leno, il quale era cugino dello stesso $38. 
imperatore Lodovico I, ed era ancora per liberalità 
d' animo e per religiose virtù pregiatissimo. Remigio 
che fu T abate suo successore, e tutta 1' adunanza dei 
monaci superstiti, bramosi di procurare vautaggi al 
monastero, credettero opportuno di predicarlo santo, 
e di favoleggiare un bel numero di operazioni por- 
tentose, come fossero miracoli per lui operati; e per 
tali finzioni s' ingegnavano quei doviziosissimi cenobiti 
di procurare lucrose limosine al monastero. Que' pii 
credenti, che tratti da una cieca pietà affollavano in 
Leno, onde invocare le supposte sante reliquie dell'abate 
Ritaldo, lasciavano somme vistose a quel monastero 
e per conseguenza ancora in quel paese. Tali ribalde- 
rie spiacevano di troppo al beato vescovo Ramperto, e 
ripeteva pubblicamente che le operazioni portentose at- 
tribuite a Ritaldo non erano miracoli, ma scandali. 
Siccome però il monastero di Leno pei diplomi a 
quello concessi dagli imperatori e dai pontefici era 
pienamente sciolto da ogni sommissione alla curia ve- 
scovile di Brescia e dipendeva immediatamente dalla 
santa Sede, non poteva quel buon vescovo procedere 
autorevolmente contro a quei disordini. Quindi Ram- 
perto fece ricorso a papa Gregorio IV; lo avvisò di 
quelle sacre fellonìe, e fu da quello autorizzato ad op- 
porre a quello scandalo il riparo che avess' egli ripu- 
tato opportuno. Munito il vescovo Ramperto di quel 
rescritto, proibì severamente il culto di Ritaldo, fece 
levare dalla chiesa dell'abbazia di Leno le sue ossa; e 
perchè più non avessero ad essere causa di farisaiche 



t£8 LIBRO DECIMO 

^ ' ■g frodi e di folli superstizioni, commise che nascostamente 
9°^° si avessero a sotterrare in luogo ignoto (i). 
anno Vedevasi ancora a que J tempi ad Inzino, paese di 

&5S. Valletrompia, una statua eretta al Dio patrio Tillino. 
Era quella di ferro» ignuda, coronata di lauri: preme- 
va col piede destro un teschio, dal quale uscivano vir- 
gulti d'ulivo; pendevate disteso lungo al fianco il braccio 
destro, del quale tenevane aperta verso terra la mano; 
e stringeva colla sinistra un 3 asta, sopra alla quale era 
confitta una mano di bronzo attortigliata da un ser- 
pente, che sporgeva in alto la testa e stringeva colla 
bocca un uovo (25). Il signor Alfonso Zamboni, il quale 
da già oltre due secoli coltivava onoratamente in Bre- 
scia le patrie anticaglie, pensò che fosse in quella sta- 
tua figurato il Dio Marte; è facile però che abbia quel 
signore preso un abbaglio, perchè Marte , il Dio della 
guerra, non è mai stato rappresentato inerme e molto 
meno ignudo, se non quando fu colto nella insidiosa 
rete da Vulcano, siccome singolarmente è chiaro dalle 
opere di Ovidio e di Omero. L' archeologo signor Ot- 
tavio Rossi credette essere da quella statua rappresen- 
tato un altro idolo, del quale non ha però esposta con- 
tezza alcuna, quantunque abbia riversata a ribocco 
sopra di quello una saccoccia di vocaboli, e tutti im- 
pressi a lettere maiuscole (3). Io vorrei credere che 



(1) Rampe rtus ordì natio nem ohtinuit a Gregorio Papa, ut 
in loco ignoto transfer retur corpus Ritaldi Ab. Leone nsis, 
citj'us miraculis Monaci congrega? erunt magnarti the san ri co- 
piani. Sed Rampertus dicebat: Ma miracula esse scandala» 
Rodulph. pag. 1^. 

(2) Quella statua vedesi effigiata per islampa nelle Mcmor. 
Bresc. d'i Ottavio Rossi,/. 128. 

(5) Rossi, Mcmor. Bresc f. i3o e seg. 



LIBRO DECIMO i5g 

quella statua rappresentasse il Dio dei Fabbri, della?^^^ 
quale opinione ho prodotto in altra opera i motivi (i). Dopo 
Il vescovo Ramperto pauroso die la statua di Tillino anno 
potesse essere ancora soggetto di idolatrie, la fece ab- $°^- 
battere (2). Resta pur anco di quella la pietra che le 
era apposta per base, sopra alla quale a caratteri greci 
è scritto TTAÀINO 9 che di presente conservasi nel 
pubblico patrio museo. 

§ ig. Il monastero de' benedettini in Sylva e la 
chiesa a quello annessa, nella quale da già lunghi anni 
si erano trasportati i corpi de'santi Faustino e Giovita 
andarono in quefrattempi soggetti a gravissimi danneg- 
giamenti per un incendio (3); e quella sciagura aprì al 
vescovo Ramperto il campo per ispiegare nuovi argo- 
menti della sua munificenza e della sua pietà. Fece 
quegli riattare, o, come altri scrivono, rifabbricare di 
nuovo quel monastero e quella chiesa (4); e dall' urna 
del tempio incendiato, nella quale riposavano adorate le 
reliquie de' santi patrii protettori , le trasportò in un 
avello del nuovo rifabbricato. Traslazione che da alcuni 
cronisti viene inavvedutamente confusa con un' altra 
lunghi anni innauzi da altro vescovo celebrata ed ap- 
pieno da questa differente; perchè nella prima le ce- 
neri de'santi martiri furono trasportate dalla chiesa di 
s. Afra a quella di santa Maria in Sylva, e nella se- 
conda furono dal vescovo Ramperto trasferite dall'an- 
tica chiesa di sauta Maria in Sylva in quella di san 
Faustino maggiore, fatta da lui medesimo edificare. 

(1) Nota 5 al canto I del mio Poemetto la Caccia. 

(2) Rossi, ilici, f. 129. 

(5) 11 P. Onofrio Stella, Risposta alle Censure dell'Eschenio 
e del Papebrocchio,, f. 118. 

(4) Gradenigo, Br\x\ Sacr. pag. 1 1 4 • 



iGo LIBRO DECIMO 

! Moltissimi allora fuggivano dalla Francia spauriti 

Dopo ^elle incursioni dei Normanni, e que' fuggiaschi erano 
inno P er ordinario persone illustri, le quali calavano in Ita- 
B58. ]ia per raccomandarsi a sicurezza. Fra quelli era giunto 
in Brescia un cospicuo sacerdote, che aveva nome Aimone, 
detto INaimo da Malvezzi, e dalla piena dei favoleggia- 
tori di storie patrie nominato Namo, e distinto col titolo 
eli duca di Baviera, quantunque quegli non abbia mai 
avuta pertinenza alcuna a quel ducalo. Aimone fuggendo 
di Francia fra le altre dovizie portò le ossa di un 
santo, tesoro che in que' tempi cousideravasi preziosis- 
simo; erano quelle reliquie le salme di s. Àntigio ve- 
scovo di Langres, metropoli del Bassignì e suffragauea 
di Lion. Trovatosi per avventura in Brescia Aimone, 
mentre il beato Ramperto celebrava la seconda trasla- 
zione de' corpi de' santi Faustino e Giovita, e vinto al- 
J'airimo dall'alta divozione dei cittadini verso quelle 
sacre reliquie, e forse ancora da qualche portento per 
la intercessione di que' santi allora operato, prese le 
stanze nel monastero de' benedettini di santa Maria in 
Sylva, e nella chiesa a quello annessa depose il corpo 
dì s. Antigio, santo che da alcuni patrii cronisti è stato 
poscia inavvedutamente converso da vescovo di Langres 
in vescovo di Brescia, e dai quali è stata poscia scritta 
immaginariamente la vita; della maniera stessa che da 
alcuni storici ecclesiastici è stata scritta la vita e la 
morte dei santi pontefici Cleto ed Anacleto, quantunque 
quelli non [ossero che la persona medesima in numero 
singolare. 

§ 20. San Ramperto oltre all'avere riattato o, come 
altri scrivono, ricostrutto il monastero e la chiesa di 
san Faustino maggiore, e di avere in quel nuovo tem- 
pio trasportate le ceneri de' santi martiri protettori di 



■ 

LIMO DECIMO 16 1 

Brescia, spiegò gagliardamente ancora verso di quel2f5!!!!? , !^ 

cenobio l'ampiezza della sua munificenza e l'ardore del Dopo 

• u t .... . Gt C. 

suo zelo, ratto egli accorto che incominciavano quei anno 

monaci a declinare dall'esatto adempimento dei loro &4*- 
doveri (1), supplicò Angilberto II metropolitano di Mi- 
lano , perche gì' impetrasse da Aganone vescovo di 
Bergamo due saggi e probi monaci francesi, che scam- 
pati dalla patria per la paura dei Normanni, si erano 
a Bergamo rifuggiti, uno de' quali aveva nome Leut- 
gravio e l'altro Idelmaro. Ottenuto l'intento, destinò 
abate del ristaurato monastero il primo, e suo ministro 
il secondo. Ridotta per opera di que'due a buon or- 
dine T ecclesiastica disciplina di quei cenobiti , pensò 
il saggio vescovo ancora al conveniente mantenimento 
dei medesimi, e però alle prime possidenze di quel 
monastero molte altre ne aggiunse, ed a quello le as- 
sicurò per mezzo di un atto pubblico, dato il gior- 
no 19 maggio 84i > pubblicato dal Margarini^ e po- 
scia più correttamente da Muratori e da Gradenigo (2). 
E siccome a Leutgravio abate di quel monastero 
succedette nel grado Aimone, cioè quello che da alcuni 
per errore è stato nominato il duca Namo; e siccome 
molti scrittori asseriscono che quello abbia donate a 
Brescia le Santissime Croci sì altamente dalla pubblica 
pietà venerate: mi sembra di essere questo il luogo 
opportuno di scrutinare per quanto possa il meglio 
donde e quando sieno quelle in Brescia pervenute. 



(1) Cum animadverteret collapsam Divinorum officiorum di" 
sciplinam. Galeardus, in Pracfat. ad Rampe r ti Semi. 

{p) Margarin. Ballar. Cassia, toni. 2. — Murator. Antiquit. 
Italie, toni. 5 pag. 98D. — G radon ic. Brix. Sacr. pag* mG 
et scr/> 

Voi. II. II 



i6a LIBRO DECIMO 



d °p° APPENDICE 

G. e. 

anno 5o/?ra fc 55. Croci venerate in Brescia. 

84 1' 

Le Santissime Croci custodite gelosamente e profon- 
damente venerate dai Bresciani sono due: l'uua è detta 
del preziosissimo Legno, l'altra del Campo, ovvero del- 
rOro-fiamma. La prima è così nominata, perchè è com- 
posta di un pezzetto del tronco, sopra il quale spirò 
la vita il Redentore, e fu bagnata del suo preziosissimo 
sangue. Innanzi che quella fosse collocata nell'ostenso- 
rio, nel quale vedesi di presente, era occlusa in una 
cassetta di legno d'ulivo, poche dita più spaziosa della 
crocetta, cassetta coperta dentro e fuori da una lamina 
d'argento, trattone il fondo , che era vestito di un 
drappo (1). Sul coperchio di quella cassetta era effi- 
giata 1' immagine del Salvatore , e di quello era 
scritto il nome di questa maniera: IC • XC •, sopra i 
lati esteriori della medesima vedevansi rappresentati 
il sole, la luna, la Beata Yergine. l'apostolo san Gio- 
vanni ed alcuni gruppi di angioletti. Sul fondo di 
quella capsula era assicurato un incastro adatto a rat- 
tener la crocetta, e nelle cavità laterali della medesima 
vedevansi effigiati due angioletti e le immagini di 
s. Elena e dell' imperatore Costantino, i quali avevano 
intorno alla testa il proprio nome, scritto sgrammati- 
calmente in greco di questa maniera I ÀTIÀ EAENE — 
TO K0CTA1NTIN0; ho detto sgrammaticalmente, se non 
altro, per lo sbaglio degli articoli che precedono quei 



(1) Ottavio Rossi, Ilistor. delle Croci pubbl. in Brescia da 
B. Fontana, f. 40. 



LIBRO DECIMO i63 

due nomi proprii. Tutto poi era fatto eoa tale difetto 5 -—^ 
d'arte, che assicura essere quella opera del medio evo. |? P? 

L' altra croce detta del Campo o d' Oro-fiamma, nella a nuo 
quale aucora è racchiuso uu pezzetto del tronco pie- °+ l * 
zioso, è di legno, alta e larga quasi un cubito, co- 
perta di lamine d' argento fermate con ispesse ballet- 
tine dello stesso metallo. Dall' una parte di quella è 
rappresentato il SS. Redentore confitto con quattro chiodi, 
alla estremità di un braccio del quale è effigiato il 
busto di Maria Vergine, ed all' altro lato quello del- 
l' apostolo s. Giovanni. Sopra alla testa del Crocifisso 
si veggono due busticelli incogniti, Y uno di maschio 
cui raso è il crine, Y altro di femmina con le chiome 
sciolte, la testa de' quali è circondata di raggi, e sotto 
ai piedi del Crocifisso evvi un' altra effigie di uno che 
ha lunga la barba. Sono legate in questa croce venti- 
nove gioie: nel fondo ha un buco che la rende adatta 
ad essere conficcata sopra di un asta, ed ai lati infe- 
riori della parte traversale ha molti piccoli forami, ai 
quali si suppone che si arrampinassero le catenelle 
destinate a tenere orizzontalmente equilibrato il fusto, 
al quale era appeso lo stendardo dell' Oro-fiamma (i). 

L'Oro-fiamma era una bandiera di seta, che per es- 
sere di un colore somigliante a quello di una fiamma 
ardente, ricamata d' oro ed appesa ad un' asta dorata, 
dieevasi lo stendardo dell'Oro-fiamma. Quella non è da 
confondersi colle bandiere vermiglie dei greci, degli 
egizi, degli assiri; non con gli stendardi degli antichi 
romani, sopra ai quali sporgevano il rostro le aquile 
minacciose, siccome hanno fatto alcuni patrii scrittori; 



(1) Rossi, ubi sup. f. 5o. 



!6/ f LIBRO DECIMO 

- n0ll ( j a CO ufoudersi col Labaro usato' dall' imperatore 

^°1\° Costantino quando combatteva Massenzio; perchè, seb- 
àrnio bene sopra Y asta di quello fosse confitto un piccolo 
H*« traverso in forma di croce, non poteva però essere su 
quella confitta una croce occludente porzione del sacro 
legno, per essere stato quel preziosissimo tronco sco- 
perto da s. Elena lunghi anni di poi; e perchè sulla 
bandiera del Labaro, come assicura Eusebio Panfilo che 
T aveva veduta più volte, era scritto il nome di Cri- 
sto per mezzo delle sigle greche*^, sigle che non si 
vedevano sopra lo stendardo delFOro-fìamma (i). 

L' Oro-fiamma, come assicura M. Du-Fresne (2), era 
uno stendardo usato singolarmente dai monaci di san 
Dionisio di Parigi: solevano quelli benedirlo di una ma- 
niera liturgica particolare, e porgerlo al loro bande- 
raio, quando lo inviavano a guerreggiare pel monastero. 
I monaci di ogni provincia si servirono poscia di eguali 
bandiere benedette, e ne usarono gli stessi re di Fran- 
cia, quando ruppero in Oriente pel conquisto de' luoghi 
santi. L'alfiere che portava quello stendardo soleva 
precedere ogni altro banderaio; ed allora quel vessillo 
era nominato Flammulum Flammula, e più comu- 
nemente la bandiera di s. Dionigi (3), 



(1) Vexillum simplex, tendato simplice textum 
Splendoris rubri, Letania qualiter uii 
Ecclesiana solet, certi s ex more diebus, 
Quod cum fiamma habeat vulgariter aurea nomen 
Omnibus in bellis solet omnia signa praeire, 
Quod Regi praestare solet Dionysìcus Abbas. — 

Willelmus Brito, Ub. 2 Philipp, 

(1) Du-Fresne, DisscrtaL 18 ad Jonvillam» 

(3) Romanam urbcm ingressi sunt, et per muros civitatis 
cum flammula ascendebant. Anastasius, in Steph IV Ponti f\ pa- 



UBKO DECIMO i<>> 

Ambedue quelle croci custodivano anticamente nella ~ r-*™T " 
chiesa di s. Faustino maggiore; ed insieme con quelle ^°P n 
ivi couservavasi ancora un gran coufalonc di seta, tinto anni* 
in vermiglio, e dicevasi: lo stendardo dell'Oro-fiamma. °& u 
la alcune festività straordinarie solevasi esporre quel 
vessillo alla venerazione del popolo; costumanza però 
<me audò necessariamente a cessare verso la metà del 
secolo XIV, perchè quel drappo era ormai logorato di 
troppo dagli auni; la qual cosa è manifesta dagli alti 
di un processo pubblico, fatto appositamente, onde pren- 
dere cognizione di quanto poteva sapersi intorno alle 
SS. Croci ed all'Oro-fiamma, il giorno i3 maggio i44°( 1 )* 

Dal sin qui detto apparisce chiaramente che il nome 
di Croce del Campo non appartiene alla crocetta com- 
posta del preziosissimo legno, come, seguitando Topi- 
mone del canonico Paolo Aleni, hanno molti erronea- 
mente lasciato scritto; ma a quell'altra gioiellata in- 
vece, la quale ha un buco in, fondo, che dà a cono- 
scere di esservi stato appositamente preparato, perchè 
la potesse essere assicurata sopra di un fusto, il quale 
non poteva essere che l'asta della bandiera dell'Oro- 
fiamma, che portavasi innanzi ad ogni altra sui campi 
delle battaglie. 

Non è facile il dire quando e da ehi abbia Brescia 
avuto quel prezioso regalo. Prima dell'anno i44° *eu- 



pin. 92. — • Revocatur vexillum B. Diony.tii , quod omnes in 
bello praccedere debebat. Rigordus, ad ann. \i i5. 

(1) Croees . ... cum quoclam vexillo rubeo vaìde magno* 
et quod solebat in ecclesia praedicta mandavi popuìo ? quod 
prac senti ali ter viget, tamen aliqualiter propUr vetuslatem lae* 
sum, quod vexillum ferebatur in bellìs , cum Cruce Campi 
contra Pagano s, et infide les. Deposizione fatta Dell' esame del 
sopraccitato pubbl. Processo, da Leoncino Cercsoli, settuagenario* 



i66 LIBRO DECIMO 

ÌBBBgg tarono le autorità della provincia di rilevarlo per mezzo 
Do P° di un pubblico processo, al quale presiedette il podesià 
anno Marcello Aretino; ma lo fecero invanamente (i). Onde 
■»*• però non affaticare indarno il leggitore, tutte enarrando 
le varie e strane opinioni sopra di tale proposito, la 
qual cosa non servirebbe che a maggiormente confon- 
derlo, dironne solo quanto mi sembra il più probabile. 
Non è credibile che Brescia abbia avuta ambe le 
SS. Croci dalla stessa mano ne in egual tempo; e pare 
quasi indubitato che i nostri avi abbiano avuta quella 
del sacro legno assai tempo innanzi dell'altra del Campo: 
perchè quelle costrutte con un pezzetto del tronco sco- 
perto da s. Elena si regalavano per ordinario dagli im- 
peratori che succedettero a Costantino, e quelle dell' Oro- 
fiamma non ebbero voga che lunghi secoli dopo. 

L'iscrizione greca incisa internamente nella cassetta, 
»ella quale era un tempo racchiusa la crocetta del 
sacro legno, dice chiaramente: essere quella stato un 
dono di s. Elena a Costantino. Quell' epigramma però 
debb'essere stato scritto ad un'epoca posteriore a s. Elena; 
altrimenti nessuno avrebbe osato d' intitolarla Santa, 
mentre la era ancora vivente, né quella pia principessa 
per cristiana umiltà lo avrebbe permesso. Trapassati 
più secoli, l'imperatore Michele Curopolata mandò in 
dono a Carlo Magno per mezzo del metropolitano di 
Sinnade, oltre molti altri oggetti preziosi, un vaso ri- 
pieno di pezzetti della vera croce (2). Quell'Augusto, 
che singolarmente negli ultimi suoi anni era piissimo, 
non avrà probabilmente mancato di far connettere 



(1) Rossi, Storia delle Croci, f. 16. 

(2) Fleury, Stor. Eccl. lib. 45 § 55. 



L1B110 DECIMO 167 

quc* pezzetti in forma di vere eroci. Malvezzi, il N quale 25 - 

scriveva innanzi la metà del secolo XV, appoggiato Dopo 
ad autiche ma corrotte tradizioni, ha scritto che Carlo anno 
Magno donò al duca Naimo ambe le croci preziose che ^ i * 
ora sono venerate in Brescia (1), e quanti ebbero canne 
bastanti a bever grosso ? ciecamente si trangugiarono 
quauto quegli scrisse. Io non dico che si abbia a rifiu- 
tare pienamente ciò che, appoggiato ad un' antica tra- 
dizione, quel celebre patrio cronista ne ha tramandato; 
ma siccome è ben raro che le cognizioni, che ne ven- 
gono trasmesse verbalmente pel tratto di luughi secoli, 
trapassando dall' una all' altra generazione, non ab- 
biano un po' alla volta ad. essere alterate, io credo 
che a tale patimento sia andata soggetta ancora la tra- 
dizione, alla quale Giacomo Malvezzi si appoggiò; cosicché 
per alcuni tratti sembrami in quella conservato il bar- 
lume del vero, ed in altri mi sembra vederne chiara 
la falsità. 

Il dottor Malvezzi ha scritto, che Naimo era duca 
di Baviera, Bajoariorum Dux (2); ma siccome è chiaro 
dalle storie germaniche, che la Baviera non ha mai 
avuto alcun duca appellato con tal nome, dunque quel 
patrio cronista, appoggiato ad una tradizione adulte- 
rata, ha scritto di un duca di Baviera che mai non 
fu. Forse la volgar tradizione avrà preso errore con- 
fondendo Naimo con Noemo, il quale non è stato duca 
di Baviera, ma duce, cioè capitano dei bavaresi, che 
molti anni innanzi avevano combattuto nella famosa 



(1) liane denìque, et alteram crucem Duci Haimo instati» 
tìbus vite sue diebus uìtimis Cavolus Rex. Frane* ci Rom. 
Impcrator largì tus est. Malvet. VisL V cap. 7. 

(2) Malvet. Dislinct. v cap. 4» 



i68 LIBRO DECIMO 

■■ " ■ battaglia di Roncisvalle, dove esso duce Noemo con 

D°P° moltissimi altri suoi commilitoni cadde estinto (i). 

ce* 

anuo* Appoggiato in secondo luogo il dottor Giacomo Mal- 

84 *• vezzi a quella tradizione ha scritto, che Carlo Magno 
donò al duca Naimo ambe le croci che sono venerate 
in Brescia; ma se quella dell'Oro-fiamma, come erudi* 
tamente ha dimostrato Du-Fresne, non era per anco 
usata nemmeno dagli stessi monaci di s. Dionisio di 
Parigi (2), che ne sono stati i primi propagatori, come 
dunque poteva Carlo Magno donare al supposto Naimo 
ciò che non si era dato aucor alla luce? Posti tali 
principii, si tenti di separare il buon grano dalla ziz- 
zania e di trovare, se è possibile fra il buio di una 
tradizione adulterata, almeno una lucciola che ne guidi, 
Carlo Magno, come assicurano concordemente gli scrit- 
tori, donò molti oggetti sacri e preziosi ad un perso- 
naggio nominato da alcuni Naimo, da altri Aimone, 
Non emergono principii di opposizione ad un tale rac- 
conto: si tenga dunque per vero, e fino ad un tal punto 
si consideri non indegna di fede la tradizione prodotta 
dal dottor Malvezzi. Quel Naimo od Aimone è da quegli 
autori nominato duca di Baviera; ma per consenso degli 
scrittori germanici non ha mai avuto la Baviera un 
duca nominato Naimo od Aimone; dunque il perso- 
naggio regalato da Carlo Magno non era duca di Ba- 
viera, dunque la dignità di quel personaggio è imma- 
ginaria, dunque la è quella un tratto spurio aggiunto 
alla tradizione originale, — Negli ultimi anni di 
Carlo Magno viveva in Francia un monaco cospicuo detto 



(1) Du-Fresne, Dissertai 18 ad Joinvillam. 

(2) Idem, ubi sup. 



LIBRO DECIMO 1C9 

Naimo od Aimone; e Carlo Magno, come fra molti al- fBSÉSSS 
tri ne assicura Enghelberto (1), negli ultimi anni di Dopo 
sua vita amava di conversare con persone religiose e anno 
cospicue, e verso di quelle mostravasi sovente libera- Sa- 
lissimo. Il monaco Naimo od Aimone era persona re- 
ligiosa e cospicua; dunque nulla è più probabile che 
abbia quegli avuto a conversare eoa Carlo Magno, e 
che sia stalo regalato da lui. — Malvezzi fra gli og- 
getti preziosi donati da Carlo Magno a Naimo od Aimone 
annovera la croce del sacro legno e quella d'Oro-fiam- 
ma; ma la seconda, siccome ha dimostrato M. Du-Fresne, 
non era a'que' tempi per anco usata: dunque quell'im- 
peratore non può aver donato a quel monaco che 
quella del sacro legno, che facilmente poteva darla, 
perchè dall' imperatore Michele Curopolata aveva avuto 
in dono un vaso ripieno di piccoli pezzi di quel saero 
tronco. Dunque il dono della prima croce fatto da Carlo 
Maguo al monaco Naimo od Aimone è munito di plau- 
sibili motivi di credibilità; ed il dono del medesimo 
imperatore fatto della croce dell'Oro-fìamma allo stesso 
monaco non può essere che un dono immaginario, un 
tratto di tradizione adulterata succhiato ciecamente 
dal cronista Malvezzi. 

Ventisei anni circa dopo la morte di Carjo Magno, 
spaurito il monaco Aimone dalle incursioni dei Nor- 
manni che tanto a que' tempi perturbavano la Francia, 
in compagnia di molte altre persone distinte emigrò 
dalla patria, e portando seco molti oggetti preziosi 
discese in Italia. Giunto quegli in Brescia assistette alla 
traslazione dei corpi de' santi martiri Faustino e Gio» 



(1) Fghinhelberlus in Jnnalibus Francorum. 



i 7 o LIBRO DECIMO 

==== vita fatta dal beato Ramperto, come si è già raccon- 
D°P° tato; e preso quel monaco dal buon ordine del mona- 
anno* stero da quel vescovo riformato, e vinto forse ancor 
$4i- più dalla compiacenza di trovare in quello Leut- 
gravio ed Idelmaro monaci suoi connazionali, asso- 
ciossi ancor egli a quelli ed affigliossi a quel cenobio; 
donò alla chiesa di s. Faustino maggiore il corpo di 
s. Antigio e la croce del sacro legno, che aveva avuta 
in dono da Carlo Magno (i), ed in quel monastero 
condusse così regolarmente la vita, che dopo la morte 
di Leutgravio ne fu eletto abate, e siccome tale è anno- 
verato nel celebre martirologio di Adone, ed in un 
antichissimo catalogo degli abati di quel monastero, 
il quale, ducento e più anni fa, era presso il padre 
Arnoldo Yione monaco a Reggio, il quale ne ha as- 
sicurato con sua lettera il sig. Ottavio Rossi. 

Fra i sacri arredi antichi di s. Faustino maggiore 
da già due secoli vedevasi ancora un piviale di vel- 
luto cremesino , detto comunemente il piviale di Nai- 
mo, grave di argento e d'oro, e ne brillavano fra 
i ricami preziosissime gioie (2). Nel bel mezzo di quel 
piviale vedevansi due bei rami ricamati a filo d' oro 
incrocicchiati ed avvinti insieme con una fascia d' ar- 
gento, sopra la quale leggevasi il nome di Naimo de- 
corato del titolo di conte, COMES NAIMVS. Ora, se 
Naimo fosse stato duca di Baviera, siccome alcuni hanno 
scritto, su quel piviale non sarebbe stato nominato 
semplicemente conte. A ciò si aggiunga, che anco il 



(1) Tutto ciò si rileva dal Malvezzi, depurato però dalle 
teorie succhiale dalla tradizione adulterata. 

(2) Rossi, ubi sitp. pag. 70. 



LIBRO DECIMO 171 

titolo di conte pìiò essere stato ricamato su quel pi.fiHSSHB 
viale ad epoche posteriori a quella, onde fu quel pi- R°P? 
viale ricamato la prima volta; perchè, siccome per te- anno 
stimonianza di Ottavio Rossi attestavano a' suoi tempi ** 1 ' 
i registri di quel monastero , quel piviale è stato rac- 
comandato più volte ai ricamatori per essere restaurato, 
l'ultima delle quali fu l'anno 1 445; in quelle occasioni 
a proporzione dell' adulteramene della tradizione vi 
si possono essere fatte delle aggiunte a pien talento. 

Esposto quando e da chi abbiano probabilmente i 
Bresciani avuta la croce del sacro Legno, resta ad in- 
dagare quando e da chi abbiano avuta quella del- 
] 'Oro-fiamma. Dietro una bolla di Innocenzo III data da 
Viterbo, per la quale gridavasi la crociata contro i Sa- 
raceni l'anno 121 2 partirono genti armate da ogni na- 
zione cattolica per tentare il conquisto di Terra santa. 
Moltissimi prelati lasciate allora le affidate diocesi , 
brandirono il ferro, e mossero a guerreggiar in oriente. 
Erano fra quelli Enrico arcivescovo di Milano, Sicardo 
vescovo di Cremona compilatore di una cronaca dei 
suoi tempi (1), ed eravi ancora Alberto vescovo di 
Brescia; il quale portava lo stendardo dinanzi aìPeser- 
cito cristiano che assediava Damiata. Presa quella città 
per assalto dalle armi cattoliche il dì 5 novembre 1219, 
tornò Alberto a Brescia, e portato seco lo stendardo 
che aveva inalberato in campo contro i Saraceni , lo 
depose in luogo sacro in ricordanza ai posteri delle 
marziali sue imprese (2). Che cosa è mai di più probabile, 
siccome ha osservato ancora l' abate Biemmi (3), che 



(1) Cronaca, pubhl. da Muratori, Rer. Italie. Script tom. J* 

(2) Gradom'cus, Jìrir. Scic. pag. 264. 

(5) Biemmi, Storia di Brescia, tom. 1 f. 275. 



i 7 s LIBRO DECIMO 

^f^S quello stendardo non avesse ad essere un vessillo di 
Popò Oro-fiamma, che benedetto con una liturgia particolare, 
anno solevasi allora distribuire ad alcune persone distinte 
°b u dai monaci di s. Dionisio di Parigi? Che cosa di più 
probabile, che il drappo vermiglio, che lunghi secoli 
dopo custodivasi ancora nella chiesa di san Faustino 
maggiore (i), non fosse il drappo dello stendardo por- 
tato innanzi alle schiere crocesegnate dal vescovo di 
Brescia Alberto? Che cosa di più probabile, che la Croce 
detta del Campo non sia quella dell'Oro-fiamma, la quale 
alla base inferiore presenta ancora il buco, pel quale 
poteva essere confitta sopra ali' asta dello stendardo 
portato da quel prelato ? 

Ottavio Rossi appoggiato ai manoscritti del Ronchi 
e del Gaetani racconta (2) che un soldato dell'impera- 
tore Arrigo IV per commissione superiore tentò rapire 
ai Bresciani le Santissime Croci; che rotti i cancelli 
dell'arca, nella quale erano custodite, nel bel mezzo di 
buia notte le abbia rapite; che salito poscia a cavallo 
sia sopra di quello uscito dalla città, passando per 
l'alveo onde entra il Garza, dove i suoi correi ave- 
vano rotta anticipatamente la ferriata : ma che uscito 
appena dalle mura non potè mai il suo cavallo avan- 
zar di un passo, quantunque si sforzasse di galoppare 
a tutta lena; sicché veduto dai cittadini ed arrestato, 
fu poscia severamente punito. Tale racconto sa mol- 
tissimo di favola; cosa condonabile al secolo, nel quale 



(1) Deposizione di Leoncino Ceresoli, nel Processo fatto in Bre- 
scia sopra Je SS. Croci 1' anno i4oo alia presenza di Marcello 
Aretino podestà, di Antonio Trevi capitano, ecc. ecc. Rossi, 
Storia delle Croci di Brescia f. 26 ediz. di B. Fontana, 1622. 

(1) Rossi, Storia delle Croci f. 90. 



LIBRO DECIMO i 7 3 

Rossi scriveva; qualche cosa però debb' essere avvenuta SSgg " 
iu tale rapporto: perchè destatisi allora i cittadini a J?°P? 
sospetto sopra la custodia di que' preziosi oggetti, non anno 
lunghi anni dipoi, quelle croci furono per ordine ^ 4U 
pubblico trasportate nella basilica della rotonda per 
essere raccomandate a miglior sicurezza; e perchè l'an- 
no 1295 i magistrati della città decretarono, che le 
Croci dovessero essere collocate dentro un'arca assicu- 
rata da sette chiavi differenti , da essere gelosamente 
custodite, una per uno da sette eletti fra i più. cospi- 
cui cittadini (1). 

I Bresciani hanno sempre avuto altissima confidenza 
nelle Santissime Croci, confidenza che mercè della gra- 
zia del cielo continua ancor di presente, e noi gli ab- 
biamo veduti ergere a Dio per la interposizione di 
quelle un pubblico voto il dì 21 giugno i836, quando 



(1) Dall'antico Statuto Bresc. Mss. il quale conservasi nell'Arch, 
secreto della città a f. i5 si legge: Die Jovis 25 Maji. 19.95. 
Indici. 8. In Sacristia Canonicae Brix. Dominus Gasparus de 
Gambagnate Potesias Civit. Brix, de voi untate et conscientia 
Domi no rum Tommasi de Gisleris Capitanai populi, Juliani 
ZJgoniun, Fiorini de Pontecarali, Trailardi de Salodo, et Rondi 
Aneroidi Antianorum Partis; Gratiadei de Calvixano Judicis, 
Lanf ranchi Dom. Jacobi de Cazzago, Begordinì Guercii, Ogna- 
beni Bellasiae , Martini de Ochis , Alche rii de Quinzanello, 
Tadde.i Bonae , Baldovini de Cefalica, Framundini de Fin» 
miana, Gradi de Sette ntiis, Imherlini de Porta, et Gualegnini 
de Tlumeltatis Antianorum Populi Brix. ibi praesentium consi- 
gnavit, dedit, et dimisit infrascrìptis septem civibus ibi prae» 
senùbus claves etc. E le chiavi di quelle SS. Croci furono 
raccomandate, una a Graziadeo Calvisani, una ad Ugone Sa- 
lodio, una a Gherardo Quinzanelli , una ad Emmanuele Sala, 
una ad Ogni bene A-veroldi , una a Gherardo Gambara e la 
settima a Domenico Boccelti. 



i 7 4 LIBRO DECIMO 

" — u era questa provincia percossa dai colèra morbus, ed 

r ^ ^° adempirlo appena il concessero le circostanze i dì 8, 9 

anno' e jo maggio 1837. 

*4 ìm Daniele Cereto patrio poeta celeberrimo, il padre 

Lattanzio Stella e molti altri hanno scritto sopra di 
quelle panegirici cantici: mi è però dolce il ripetere 
sopra di tale materia un' apostrofe a Brescia del cele- 
bre Andrea Rabirio (1), nella quale dice egli a questa 
città 

» Cum Tu vel pluviam optatavi, vel tempora darà 
« Supplicibus votis expetis a Domino, 

» Quo fit ut arbitrium Codi videaris habere 
?» Et Sanctae meritis esse beatae Crucis? 



COROLLARIO 

i.° Per le quali cose è chiarissimo: che le Santis- 
sime Croci del sacro Legno e dell' Oro-fiamma che si 
custodiscono in Brescia, fino da rimoti secoli sono state 
considerate dai Bresciani siccome un sacro pegno; e 
che la confidenza di essi in Dio per la interposizione 
di quelle è antica, ed altissima, e profondamente an- 
cora si conserva. 



(1) Daniele Cereto, in Panegyric- C'wit. Brixiae. — Stella, 
priore de' Cassinensi, in Ode ad SS. Cruces. — Andreas Ra- 
birius, Parapkrasi E pi %r animati s Graeci, in Arc/ùv. Civit. Be- 
fcistr. M. f. 201. 



LIBRO DECIMO i 7 5 

2. Q Che la Croce del Campo non è la crocetta del 22= 
sacro Legno, siccome alcuui erroneamente hanno opi- J;°P° 
nato, ma quella dell' Oro-fiamma. anno 

3.° Essere quasi fuor di dubbio che quella del sa- °b lm 
ero tronco sia stata donata ai Bresciani dal francese 
monaco Aimone, che fu il secondo abate de' benedettini 
di san Faustino maggiore poco innanzi la metà del IX 
secolo; e che quella dell'Oro-fiamma, ovvero del Campo 
sia stata a quelli regalata verso l'anno 1223 dal ve- 
scovo Alberto reduce dalla crociata contro de'Saraceni. 



LIBRO UNDECIMO 



O 



§ i. Vigili secolo è comparso sopra alla gran — — — 
scena dell'universo a rappresentare Tua dopo l'altro uà Dopo 
personaggio di diverso carattere. Quale vestito l'usbergo 
e la corazza e brandito il ferro, avido di conquiste e 84.2. 
di sangue, fra il rimbombo degli strumenti marziali 
spingeva le genti a dilaniarsi a vicenda sul campo 
delle battaglie. Cinto l'altro il crine di pacifici ulivi 
spirava aure tranquille, ed univa le nazioni coi sacri 
vincoli dell'amicizia. Svegliava l'uno gli ingegni e le 
arti, apriva nuove strade al commercio, ed addestrava 
la mano degli uomini a gareggiare con quella della 
natura. L'altro coperto di sonniferi papaveri dormic- 
chiava sdraiato su di oziose piume, e lasciava ogni in- 
dagine ed ogni industria intorpidita. Quale ha riz- 
zato baldante la cresta al cielo, e con insano furore 
ha tentato strappare di mano all' Onnipotente le fol- 
gori, e balzarlo dal solio eterno od assoggettarlo al- 
Yol. IL 12 



i 7 8 LIBRO UNDECIMO 

"■""" *"' meno a 'suoi capricci; e quel secolo, di cui trascorrendo 
^°P° le patrie memorie, siamo per ricordare, ardeva di uo 
aimo * sauto zelo per l'onore del vero Iddio, e di uua smania 
^45. caldissima di erigere monasteri. 

Villerado, il quale col titolo di conte è stato gover- 
natore di Brescia dall'anno 825 fino all'anuo 85o, il 
che fu per i4 anni, siccome delegato dall'imperatore 
Lotario, e per altri undici a nome del suo successore 
T imperatore Lodovico H, e che sempre amministrò 
questa provincia con la massima saggezza, equità e 
prudenza (1}, seguitando le costumanze de'suoi tempi, 
diede a conoscere il fervore del suo zelo e l'ampiezza 
della sua munificenza; e fuori di porta Rebuffone, nel 
luogo che allora dicevasi 1' Acquario di Rieuffo, fece 
erigere un tempio, lo dedicò al santissimo Salvatore, 
e di fianco a quello fece fabbricare uno spazioso chio- 
stro per i canonici regolari, e diede a quello in dote 
dieci possessioni masserizie (2). Que' religiosi, de' quali 
il superiore aveva il titolo di prevosto, avevauo debito 
di ufficiare la chiesa di s. Salvatore, secondo le norme 
delle collegiate; per la qual cosa l'abate Biemmi con 
ragionevole congettura suppone, che la cattedrale di 
Brescia fosse prima di allora provveduta della mensa 
capitolare, altrimenti Yillerado avrebbe disposte le sue 



(1) Iste vir (cioè Villerado') fuit pius, et religiosus, beni* 
gnus et mansuetus versus omnes personas, et tenuit hunc hono» 
rem per XXV annos. Rodulph. pag. iS. 

(1) Iste Villeradus edificare fecìt Jbris muros civitatis , in 
loco qui dicitur Aquarium de Rieuffo Basilicam Domini Sai* 
vatoris, et Monasterium in quo conservai 'entur Clerici qui divina 
persolverent officia, et in eorum providentia donavit X masse* 
ritias. Rodulph. pag. 24. 



LIBRO UNDBC1MO 179 

elargizioni in tale proposito, onde procurare decoro g ^— * * 
alla basilica principale, inuauzi di ogni altra chiesa (1). j?°^° 

Al chiostro de' canonici di s. Salvatore di Rebuffone anno 
fu poscia aggiunto un altro di canonichesse, le quali *&• 
ufficiavano nella chiesa stessa; e tal cosa non fu sin- 
golare in provincia, perchè nella chiesa di san Pietro 
de-Costa, ora detta di s. De-Cristo, in quella de' santi 
Pietro e Marcellino, dove posteriormente è stata eretta 
quella dei Cappuccini di città, in quelle di s. Ales- 
sandro, di s. ta Eufemia, ed in altre celebravansi contem- 
poraneamente i divini uffici da religiosi di diverso sesso, 
i quali però abitavano separati monasteri, ed in alcuna 
di quelle chiese ha continuato tale costumanza sino 
verso la metà del secolo XIV. 

§ 2. Morto il vescovo Ramperto, gli fu destinato 
successore un certo Nottingo, personaggio istrutto di- Anno 
scretamente nelle dottrine ecclesiastiche, ma forsi meglio 
nelle raffinatezze della politica. Il pontefice Sergio II, 
desideroso di tenersi affezionato quel nuovo vescovo 
di Brescia, perchè ben sapeva quanto fosse egli caro 
agli imperatori Lotario e Lodovico II suo figlio, donò 
a lui (dono sempre prezioso, ma preziosissimo a quei 
tempi) il corpo del pontefice e martire s. Callisto. Not- 
tingo trasportò da Roma a Brescia quel sacro pegno, 
e riverentemente lo collocò dentro apposita arca nella 
basilica della Rotonda (2). Ma pareva che quelle sante 

I (1) Biemmi, toni, i f. i54« 

(1) Albericus, Trifontium. qui vixit sec. xin edit. a Pi sto- 
rio, toni. 3. Script. Germaniae, differens ab alio Alberico 
sec. XV edit. ab eodem, ad ann. 844 pag- 65 ait: — Ab hoc 
Sergio Ponti fice Nolingus Episc. Brixiae Corpus Ca listi Papae 
impetravit, ed ad suam Dìoccesim transferens in cella aurea 
ad tempus reposuiL 



iSo LIBRO UNDECIMO 

L? 1 ™ 1 .!!- reliquie fossero destinate a peregrinare per essere dal- 

Dopo |' U 0o all'altro regalate, dietro l'idea di procurarsi la 
G. C. , , . .... . i'i 

anno benevolenza dei carissimi ai sovrani; perchè il vescovo 

^44- di Brescia Nottiogo, conscio che Eberardo, ricchissimo 
signore fiamingo, che allora reggeva il ducato dei 
Friuli, non godeva solo altissima considerazioue presso 
all'imperatore Lotario, ma era ancora suo cognato; pas- 
sando Eberardo pochi anni dopo per Brescia, mentre 
viaggiava per Aquisgrana, quel vescovo a lui regalò 
il corpo di s. Calisto, che quegli lietamente accettò, e 
trasportatolo seco in Fiandra, lo depose nella basilica 
di Cison, luogo appartenente alla diocesi di Tournay, 
del quale era signore (i). 

Molti scrittori e di alto nome hanno diversamente 
opinato in decidere, quale diocesi sia stata governata 
dal vescovo Nottingo. Alcuni appoggiati ad un anti- 
chissimo documento dell' archivio capitolare di Verona, 
ed all' indirizzo delle opere di Rabano, date in luce 
da Sirmondi, asseriscono che Nottiugo fosse vescovo di 
Verona; altri affidati alle cronache del notaio Rodolfo, 
e di Alberico dai T re-fonti, lo dicono vescovo di Bre- 
scia; e quello che è più specioso, il marchese Maffei 
in un'epistola pubblicata nell 3 Italia Sacra di Ughelli (2), 
lo dice vescovo di Brescia; ed in altra sua opera po- 



(1) Idem, ad ann* 854 : Hoc anno Comes Ebcrardus, co- 
gnonìento Bodulphus , Dux Forojuìii a Lothario constitidus , 
Corpus Calisti Papae ab Epìsc. Btixiae Nottìngo impelravit , 
ed ad praelìum suum apud Coronium ( errore facilmente dei 
copisti , perchè doveva scriversi Cisonium ) Tornacensis Vioe- 
cesis attuiti. Veggasi Muratori, tom. 2. Vissert. Medìì JEvi 
coli ^35. 

(1) Ughelli, Ila!. Sac. tom> 5 pag. 679. 



LIBRO CNDECIMO t$i 

steriore (i) lo predica [raucamente vescovo di Verona. S55!! 

11 canonico e bibliotecario di Verona marchese Gian Dope 

C C 
Jacopo Dionigi ha con nitido raziocinio e con gen- 
tili maniere prodotto sentenza sopra tale diversità di 
pensieri, ed ha deciso che ambe le parti hanno soste- 
nuto il vero, avendo quegli dimostrato chiaramente. Anno 
. . 845. 

essere stato Nottingo vescovo di Verona per quattro 

anni, cioè dall'anno 84o all' 844? e cne uì &i cambiato 
pastorale ascese la cattedra episcopale di Brescia (2). 

§ 3. In que' tempi Gottescalco, di origine germanico, 
e che era passato a cingere la cocolla nel monastero 
ci' Orbais, diocesi di Soissons, uomo molto addottrinato 
nelle sacre lettere, speculator sottilissimo, guasto d'idee 
e facile di favella, tornava da un suo peregrinaggio a 
Roma, e traversando 1' Italia, ora per mezzo di privati 
colloqui!, ora con pubblici sermoni, spargeva sentenze 
contrarie ai sentimenti della chiesa, rapporto alla pre- 
destinazione (3); e perchè sapeva esporle di bella ma- 
niera, ed usare a pien talento i passi de' santi padri, 
trovava facilmente dovunque ospitale accesso. Giunse 
finalmente a Cividal del Friuli, dove fu gentilmente 
accolto dal duca Eberardo. Era ivi allora per avven- 
tura il vescovo di Brescia Kottingo, il quale scoperto 
il veleno delle proposizioni di Gottescalco, ne rabbri- 
vidì; ma non credette essere prudenza il combatterlo 
faccia a faccia. In tali scontri deve essere indubitata 
la vittoria, altrimenti potrebbe ridondare scandalo dal 
contrasto. 

(1) Maffei, Feron. Illustrata, part. 2 col. 55. 

(1) .Toatin. Jacobi March, de Dionysiis, Femnensis, De duo* 
hus E pi se. Alcione et Notti ago . . . Di s sertati o. 

(5) Fra gli altri 3 MahiJJon , in Sec. IV BeucdecL cap* '2 
pag. 55o, ediL Tridenti» 



i8s LIBRO URDECIMO 

- Partitosi poco di poi Nottiugo da Cividale, mosse 

Dopo verso Aquisgrana onde trattare alcuni affari col gio- 
anno viue re Lodovico, lo scontrò a Longau (i) borgo presso 
845. ] a Yeteravia, che conduceva alcune schiere normanne. 
Dopo di avere il vescovo di Brescia Nottingo favellato 
con quel principe; fra gli altri del suo corteggio, diede 
avventuratamente di cozzo nel famoso abate di Fulda 
Rabauo Mauro, colse Nottingo l'occasione di parlare a 
quel dottissimo mouaco degli errori, delle predicazioni 
e di quanto operava Gottescalco in Italia; e lo supplicò 
di scrivere contro i guasti suoi insegnamenti. Accettonne 
quel dotto monaco l' impegno, e lo adempì fedelmente. 
Tornato da pochi mesi il vescovo Nottingo da Longau 
a Brescia, ebbe un' epistola di Rabano, nella quale erano 
teologicamente confutati gli errori di Gottescalco; ed 
un' altra ne ebbe egli ancora sopra di eguale argo- 
mento indiritta dallo stesso monaco ad Eberardo (2); 



(1) Nottingo scontrò Lodovico imperatore a Longau, in pago 
Zoganae. Gradenigo, Brix. Sacr. pag. 117 not. 5; il Dionigi, 
Dissert. cit. ed altri hanno creduto, che il pagus Loganae sia 
Ja contrada di Lugana ad ostro del Benaco; e si sono martel- 
lati il cervello onde scoprire, come l'imperatore Lodovico possa 
essersi allora trovato in queste regioni. Un più acconcio vol- 
garizzamento gli avrebbe tratti d'impaccio; cosa che ha quasi 
saputo indovinare l'abate Biemmi , Storia di Brescia Tom. 2, 
f. 168; e che ha schiarita pienamente Fleury, Storia Ecclesia- 
stica, lib. 48 § 4*' 

(1) Ecco un tratto dell' epistola di Rabano ad Eberardo , 
dal quale si conosce quali fossero i suoi errori: » De coderò 
« quoque, quia divulgatimi in istis partibus constai, quemdam 
>♦ sciolum, nomine Gothescalcum, apud vos manere, qui dogma- 
»♦ tizat, quod praedestinatio Dei omnem hominem ita constrin» 
* gal, ut edam si quis velit sahus fieri, et prò hoc fide certa, 
» atqut bonis operibus certel , ut ad vitam aelernam per Dei 



Anno 
.85o. 



LIBRO tNDEClHO i83 

per mezzo della quale fatto accorto quel duca delle ■ - 

velenose massime di Gottescalco, lo scacciò dalla corte J?°P° 
e da suoi stati. Lasciata allora quel pericoloso monaco anno 
l'Italia, attraversò il Norico, la Svevia ed altri paesi, ^ 8 - 
finché audò ad essere condannato in un consiglio di 
Magonza verso la fine del settembre 848. E di tale 
maniera per le industrie del vescovo di Brescia Noi- 
tingo venne la chiesa liberata da un difensore di prin- 
cipii eterodossi. 

§ 4- Finalmente Tanno 85o il conte Yiìlerado go 
vernatore di Brescia cessò di vivere. Aveva quegli go 
vernata questa provincia per un intero quarto di se- 
colo, e le sue virtù gli avevano giustamente meritato 
alta considerazione ed ingenua benevolenza. Fu onorata 
la sua tomba dalle pubbliche lagrime, e l'alto suo 
nome ha traversato gloriosamente fin ora, e continua a 
trapassare indelebile V incessante successione de' secoli. 

Nel mese di novembre dell* anno seguente il conte * „„ 
Iselmondo venne per commissione del sovrano ad as- 85*. 
sumere il governo di questa provincia; ma non la tenne 
che brevissimo tempo, perchè avendo quegli un giorno 
quistione col vescovo Nottingo, eruttò villane ed acerbe 
ingiurie contro di quel prelato tanto benemerito della 
chiesa e tanto riputato dalla corte. Quindi informato 



« gradarti veniat, frustra et incassum laborct, sì non est prae» 
»♦ destinatus ad vitam, quasi Deus Piaedistinatione sua cogat 
* hominem interire, qui auctor salutis est uostrae, non perdi' 
»♦ tionis. Et jam bine multos in desperationem suimet haec seda 
»» perduxit; ita ut dicant : quid mihi necesse est prò salute 
•♦ mea, et vita aeterna /adorare? Quia si bonum fecero, et 
»' praedestinatus ad vitam non sum, nihil mi hi prodest, si au» 
»» tem mal uni egero , nihil mihi obest, quia prue destinaiio Dei 
n me faciet ad vitam acternam pervenire* » 



i84 LIBRO rNDECIJIO 

— .' "di tali cose l'imperatore, depose immediatamente Isel- 

Dopo mondo dallo scranno del governo, lo scacciò di que- 

anno sta provincia, e ne dichiarò conte e ne affidò l'am- 

Wi. ihinis trazione allo stesso vescovo Nottingo (i); e fu quel 

vescovo per avventura il primo, non solo fra tutti i 

prelati d'Italia, ma fors' anco di tutto 1' orbe cattolico, 

il quale abbia contemporaneamente amministrata in una 

provincia la podestà ecclesiastica e la civile. 

Allora il regio monastero di s. Giulia di Brescia go- 
deva F alto onore di avere fra i suoi claustri due mo- 
nache discendenti dalla famiglia imperiale; la prima 
era Gisella figlia di Lotario, la quale ne era badessa; 
V altra era Gisla di lei nipote figliuola di Lodovico IL 
Tali relazioni dei sovrani con quel monastero facilita- 
rono al medesimo que' distintissimi privilegi, e quegli 
aumenti di possidenze che si leggono ancora ne' suoi 
documenti (2). 

§ 5. L'imperatore Lotario, caduto oramai infermiccio, 
prevedeva che la fine de' giorni suoi andavasi a gran 
passi approssimando; perlocchè, convocata una dieta (3), 
dinanzi a quella dispose della seguente maniera l'ere- 
dità de' suoi stati. À Lodovico II suo primogenito, già 
dichiarato imperatore, confermò il regno d' Italia ed 
unitamente a quello Venezia, come hanno supposto er- 



(1) Quum vita defunctus esset Villeradus, Hiselmundus siw 
cessit ejus honori mense Novemhr. Indict. XV* Iste quum in" 
juriosam altercationem cum Notingo Episc. adire presumpsis* 

set, per preeeptum Imperatori s ejectus est de hoc honore , et 
Notingus factus est Comes in locum ejus* Roduiph. pag. 1^.» 

(2) Documenti dati in luce dal Mangarini, tom. 1 Bullar. 
Cassinense E poscia dalla monaca Baitelli tradotti in volgare 
e pubblicati. 

(5) Erchempertus, ìli si cap. 19. 



Anno 
5. 



LIBRO URDECIMO i85 

roneamente alcuni ingannati da una moneta pubblicata da HHSH5 
Le- Mane (i),* perchè Venezia allora, siccome è assicurato ^°1 1(> 
dall' antico Dandolo^ non apparteneva al regno d' Ita- anno 
]ia (2). A. Lotario suo secondogenito lasciò il paese che ° JU 
si estende fra il Reuo e la Mosa, che da lui prese il 
nome di Lotaringia, cioè Lorena, del quale però la re- 
gione detta presentemente Lorena non è che un bre- 
ve tratto. Ed a Carlo il terzogenito lasciò la Pro- 
venza. Fatte l'imperatore Lotario tali disposizioni, dato 
Jan addio al trono, passò a cingere la cocolla nel mo- 
nastero de' benedettini di Prumia presso Reims. Ivi 
non ebbe che sei giorni di vita, pure que' monaci lo $5 
proclamarono sauto; quantunque nou possano averlo 
avuto troppo caro, perchè è stato quegli il primo di 
tutti gli imperatori, che ha cominciato a dare in Co- 
menda le possidenze di alcuni monasteri; ma avranuo 
que' monaci saputo, che 

» Forse un sospir gli valse il Paradiso (3). 

La data di due diplomi (4), coi quali Lodovico II 
ha confermato al mouastero di s. Giulia di Brescia i 



(1) Le-Blanc, Des Monnoyes des Rois. Sul diritto di quella 
moneta è scritto ; Hlothari us Imp. Aug.; e perchè sul rovescio 
della medesima si legge Venecia, Ecardo fra gli altri ha cre- 
duto, che Venezia fosse allora soggetta al dominio dei Fran- 
chi; ma altro e Venecia, altro Venetiae. Venecia e il nome 
latino di Yannes città della piccola Bretagna, e suffragane» di 
Tours, della quale parlava la moneta ; e Venetiae è la £iltà 
D'Adria Reina» Cosa osservata ancora da Muratori. 

(a) Dandulus apud Murai, toni. 12. Rer. Italie. 

(3) Monti, Basvill. 

(4) Diplomi pubhl. dal Mangarini e dalla Bailelli, ubi sup. 



Ì86 LIBRO UNDEGIMO 

mggamm ^ v \ s i\ n \ privilegi e diritti, assicura che quell' impera- 
Dopò tore e ne | maggio e nell' ottobre dell' anno 856 ono- 
snno rava della sua presenza questa nostra città, nella quale 
$5t>. soleva egli venir di sovente: e la presenza di un so- 
vrano torna sempre a decoro e ad utile delle soggette 
popolazioni. 

Intanto il saggio ed accorto Nottingo reggeva otti- 
mamente in questa nostra provincia la somma delle 
cose ecclesiastiche e civili; lo benedicevano i popoli, e 
l' imperatore tanto lo considerava, che dovendo egli 
dirigere alcuni ambasciatori presso a Lodovico suo zio, 
re di Germania , delegò a tale oggetto il vescovo di 
Brescia Nottingo ed Eberardo duca del Friuli, perchè 
sopra que' due riposava la sua maggior confidenza. Mu- 
niti per questo delle convenevoli istruzioni, nel feb- 
Anno braio dell'anno 858 que' due s' avviarono ad Ulma (i), 
dove si presentarono al re Lodovico e disimpegnarono 
la commissione. Sono ignoti i motivi di quella amba- 
sceria: è però indubitato, che ed il vescovo Nottingo 
ed il conte Eberardo la sdebitarono onoratamente, per- 
chè si l'uno che l'altro continuarono poscia a godere 
la riputazione e la benevolenza dell'imperatore. 

(j 6. Mentre i Bresciani godevansi fausti giorni dietro la 
sacra e civile amministrazione del vescovo e conte Not- 
tingo, piacque al cielo di mescere a tanta loro felicità 
Anno l'amarezza; e tanto incrudelì l'inverno dell'anno 86o 
che, siccome ne assicura Andrea Prete (2), perirono nel 
decorso di quella stagione per la più parte i seminati, 
seccarono le viti e quasi tutti gli alberi fruttiferi, ed 



(1) Annalcs Francar, Berlini ani, ad ann* 858. 

(2) Andreas Presbiter, cdiU a Menchenio, tom. i.Rer. Gemi, 



LIBRO UNDHCIMO 187 

il Mella e 1* Olito ed il Vo quasi scorressero le foreste l— B j 
attraversate dal Wistola, dal Tanai, dal Nieper, gela- 5°P° 
rono; e la stessa marina si fattamente agghiacciò, che a(ino 
trasportavansi a Venezia le granaglie, le merci, i le- 860. 
gnami, usando bestie da soma carri che passavano si- 
curissimi sopra il ghiaccio (1). Sciagura che ne mandò 
per lunghi anni seguenti il ricordo; perchè ed alle vi- 
gne e ad ogni albero fruttifero fu naturalmente neces- 
sario un tempo acconcio a rimettersi in grado di ren- 
dere prodotto. 

Lodovico II, operando quanto prima di ogni altro 
aveva usato suo padre, diede egli ancora in commenda 
alcuni ricchissimi monasteri, e non sempre a' buoni, ma 
talvolta ancora a persone avidissime, le quali lasciavano Anno 
mancare il vitto quotidiano ai poveri monaci (2). Tal ™* u 
cosa sarebbe avvenuta ancora alle monache di s. Giu- 
lia di Brescia, se Gisla figlia di quel sovrano e da lui 
investita delle possidenze di quel monastero avesse nu- 
drito in petto anima avara; la si seppe però dirigere 
con tanta liberalità, che le monache a lei soggette non 
emisero mai querela alcuna contro di lei su tale rapporto. 

Le scarse cognizioni e le ruvide scienze di que' tempi 
si erano allora ricoverate ne' monasteri, entro ai quali 
conservaronsi possibilmente ancora le opere più illustri 
degli scrittori antichi. Per questo gli stessi imperatori 
avevano altissima riputazione de' monaci, ed a quelli 
raccomandavano i più gravi impegni. Fra gli altri rac- 



(1) Mare Jonium glaciali rigore ita constviclum est, ut nrer* 
catores qui nunquam ante a ni si vedi navigio, fune in cquis 
quoque, et carpe riti s mercimonio ferentes Fenetias frequenta* 
rent. Annales Francor. Fuldens, ad ann. 860. 

(>) Muratori, Annali, all'anno 861. 



iS8 LIBRO UNDECìfeO 

— — "» comandossi allora a Remigio abate de' benedettili! di 
P°P° Leno la dignità di arcicancelliere dell'imperatore Lo- 
anno dovico II; e perchè non potè quegli o per gravi impe- 
8Ò2. g n j p er salute sdebitarue gli uffici, di consenso dello 
stesso imperatore si fece rappresentare da un certo Adal- 
berto, al quale fu accordato il titolo di cancelliere (i), 
locchè è chiarissimo da un diploma di quell' Augusto 
accordato ai benedettini di Leno. 

§ 7. Declinava al tramonto 1' anno 864> quando es- 
sendo il vescovo e governatore di Brescia colto da 
grave infermità in Pavia compì i suoi giorni, nella quale 
città venne decorosamente sepolto. Fu promosso in sua 
vece a reggere il governo di questa provincia il conte 
Anno Bertario. L' imperatore Lodovico II ebbe allora ferventi 
8^4- e ripetute suppliche dagli abitanti l' Italia meridionale, 
e singolarmente da quelli di Benevento e di Gapua (2), 
per le quali era pregato di porgere loro sollecito e 
valido soccorso contro de' Saraceni, i quali per quelle 
miserabili contrade menavano incessantemente stragi e 
rovine. Quell'Augusto che era già fiacco delle insolenze di 
quell'araba genìa, deliberò di sterminarla, e segnò un 
editto che si legge ancora (3), pel quale, tranne i soli 
ecclesiastici, chiamava all' armi quanti erano abili a 
brandirle ; onde risultava che non lasciavansi alle fa- 
miglie che gli sciancati, gl'infermi, i fanciulli ed i 
Anno vecchi. Bertario conte e governatore di Brescia fece 



8òj. 



è" 



pubblicare a* suoi quel decreto, ed onde porgere al 



(1) Quel diploma è pubblicato dallo Zaccaria, Monumenti 
della Badìa di Leno, f. 65. 

(2) Erchempert. Hi sto r. cap. 3^. 

(3) Veggasi Camillo Pellegrini , Hislor. Princip. Langobard, 
presso Muratori toni, 2 pari. 1. Rer. Italie pag. :>64. 



LIBRO DRDEGIMO 189 

Sovrano una testimonianza del suo zelo, ne commise ■ 
rigorosissima esecuzione. La troppa inchiesta dell'editto Dopo 
e V inclemenza di Bertario esacerbarono oltre modo i ann ò 
cittadini, sicché Astolfo arcicappeilano di corte trova- $>65. 
tosi in que' giorni per avventura in Brescia, accortosi 
di quegli sdegni, e paventandone inconvenienti, si 
adoperò onde persuadere Bertario ad usare in quel 
rapporto maniere più dolci \ ma sordo quegli a' suoi 
consigli, mandò agli arresti quanti mettevano maggior 
rumore, eli dannò ad essere pubblicamente frustati (i). 
Dietro quella seutenza, gli sgherri condussero quegli 
infelici sulla pubblica piazza di Brescia, nudarono loro 
le schiene, avvinsero loro fra i ceppi le braccia, e già 
cominciavano a dimenare sopra que' miserabili le ver- 
ghe. Commosso il popolo a quello spettacolo diede a 
tumulto, e lanciatosi addosso alle sbiraglie, le massacrò 
e ne liberò i pazienti (2). Avvisato Bertario di quello 
sconcio ruppe in piazza accompaguato da molti armati; 
e mentre dagli occhi rubicondi e dai tratti minacciosi 
fulminava vendette . colpito da ferro ignoto cadde 
estinto (3). 

L' imperatore Lodovico II era allora sul milanese, da 
dove, inteso appena un tanto sinistro, bramoso di ven- 

(1) Querimoniis et mlnìs piena facto, e c .L civìtas. Astulpìais 
Arcicapellanus Sacri Falatii Limens scancl alimi hortabatur 
Bertarium ut mansuete ageret ; secl ille pre animi duritie no* 
luit acquiescere ejus Consilio , sed comprehendere fecit, qui 
precepto obbedire non videbantur, et in Platea verberibus la* 
cerare jussit. RoduJph. pag. q5. 

(1) Tum comma tus est populus universus, qui eripuit cives 
suos de suplicio, et carnifìces occidìL Rodulph. pag. ^5. 

(3) Bertarius volens comprehendere principales seditiosos 
cum marni armatorum irruit in Plaleam, ibique incerto vulnere 
percussus cecidit. Rodulph. pag. 1 5. 



igo LIBRO UNDECIMO 

-dicare la morte del suo rappreseutaute, seguitato da 
Dopo uume rose schiere prese le vie per Brescia. Avvisati i 
anno" Bresciani delle mosse di quell' imperatore, sbigottiti e 
***■ confusi trepidarono tutti (i). Fra la pubblica agitazione* 
altri gridarono d'approntarsi all'armi, di assicurare le 
porte della città e di non dare sangue che a prezzo 
di sangue; altri che non avevano avuta parte alcuna 
nel succeduto avvenimento, e che erano certi di es- 
serne innocentissimi, si opposero alla determinazione dei 
primi, e li persuasero ad invocare l'imperiale clemenza. 
Antonio era allora vescovo di Brescia succeduto ad 
una delle due dignità del morto Nottingo, e Gisla figlia 
dell' imperatore era badessa e commendatrice del mo- 
nastero di s. Giulia. Que'due assunsero l'interposizione 
in tanta minaccia: uscirono insieme frettolosamente da 
Brescia, e mossero ad incontrare lungo la strada l'adi- 
rato sovrano, onde supplicare da quello ai cittadini 
perdono (2). Lo scontrarono, gli favellarono, istante- 
mente lo pregarono, e lieti di belle speranze tornarono 
poscia ambedue in Brescia. Arrivò l' imperatore Lodo- 
vico con le sue schiere il giorno dopo, e sfoderata la 
spada, eutrò in città. 

Il vescovo Antonio accompagnato da Remigio abate 
di Leno, da Erperto abate di Nonantola, e seguitato 



(1) TJac re delata Imperatori, qui in finibus medio lanensi» 
bus aderat, commolus in iram movit gressus adversus Bris» 
siam. Non major terror fuil unquam in civitatc Brissiana : 
qui timebant iram Imperatori s , portas claudere proclamabant: 
sed plures obstabant ne aliene culpe ipsi similiter persolverent 
penas. Rodulph. pag. nS. 

(1) Episcopus Antonius, et Gisla Abaiissa Monast. s. Julie 
cum festinatione adierunt Ludovicum, et talia verba rcportave* 
rimi, que tuinultum mitigare fecerunt Rodulph. pag. 26. 



865. 



LIBRO UNDECIMO 191 

da numerosissimo popolo si lece a lui (T incontro, e 1 ? mmmmmmm -< 

meutre i cittadini prostrati umilmente al suolo versa- *? P° 

.... . *-*• ^ # 

vano copiosissime lagrime, quel saggio Prelato, cpjal anno 

altro Flavlano dinanzi a Teodosio, con breve, ma te- 
nera ed energica allocuzione supplicò nuovamente per- 
dono (i). Ristette quell'Augusto , ed ascoltata la fer- 
ventissima parlata del vescovo, ripose nel fodero la 
spada* ed accennato colla destra ai prostrati cittadini 
di rialzarsi, si avviò al palazzo la Curia; ed il giorno 
seguente fece pubblicare un avviso, nel quale diceva : 
che dietro le intercessioni di sua figlia la badessa Gisla 
e del vescovo Antonio perdonava ai delinquenti bre- 
sciani ogni reato (2). Se Tito Augusto avesse avuto a 
vivere dopo Lodovico II gli avrebbe, io credo, invi- 
diato quel tratto di clemenza, come il Macedone aveva 
invidiato ad Achille la cetra/ di Omero. 

§ 8. L'imperatore Lodovico, moderato poscia, per 
quanto può rilevarsi, l'editto di coscrizione, che pel 
troppo rigore aveva tanto perturbato i suoi popoli, 
raccolto ciò non pertauto un numeroso esercito, calò 
nella bassa Italia a combattere i Saraceni. Pugnò ivi 



(1) Ingres sus est Ludovicus porta* civitatis habens ensem 
nudum in manu, et obviam facti sunt Antonius Episc. Berni» 
gius Abbas Leonensis, Erperlus Abbas Nonantulanus cum 
frequenti multi t udì ne civium , qui ad conspectum Imperatoris 
se humi procubuissenL Antonius mitibus verbis hortatus est 
Imperatorem ad clementi am, Rodulph. pag. 26. 

(2) L' imperatore Lodovico nullum dixit verbum, sed solum 
postai gladium in vaginam, et manu indicavit turbis ut surge» 
rent de terra» Quum ad Curiam venisset, sequenti die, nomine 
Gisle Abatisse, et Antonii Episcopi edictum clementie et venie 
pubblicare fecit. lì notaio Rodolfo con queste parole dà fine 
alla sua pregiatissima cronaca. 



Mino 



19.2 LIBRO UNDECÌMO 

' egli più volte ia luoghi diversi e eoa diversa fortuna, 

] ! P,° sicché usciva dalle battaglie ora lieto e vincitore, ora 
dimesso e vinto; ed in quelle occasioni ebbe ancor la 
sciagura di essere tradito e carcerato da Aldeghisio 
principe di Benevento (1), per liberare gli stati del 
quale aveva quel principe pericolata in campo la vita, 
e diffuso largamente il saugue delle sue milizie. Fra 
tante agitazioni non potè però Lodovico lasciare in di- 
menticanza la moda del suo secolo (2) già descritta 
nel principio di questo libro; poiché non solo egli ac- 

o cordò ai benedettini di Leno un regale diploma per 

mezzo del quale confermava loro i primieri diritti di 
immunità, di giurisdizioni e di possidenze, purché ciò 
avesse ad essere impiegato pei loro alimenti e pel soc- 
corso de' miserabili (3); ma poscia uscito dalle carceri 
di Benevento fece erigere ancora un magnifico tempio 
ed un nuovo monastero a Casauria, isoletta del fiume 
Pescara nel distretto di Chieti, al quale monastero donò 
amplissime possidenze (4). 



(1) »» Audite fines terme horrore cum tri stilla 

« Quale scelus fuit factum Benevento Cwitas 

« Ludovicum comprehenderunt Sancto, Pio, Augusto 

Principio di un Ritmo pubblicato da Muratori, AntiquiL Ita» 

lic Dìssert. 40. 

(2) Quanto alia moda de' secoli, per non avere io veduto 
che gli ultimi anni del trascorso e quelli in cui viviamo del 
presente, dico che quello aveva una moda, questo un'altra. 
Apra chiunque gli occhi, gli esamini e li distingua: l'uno pro- 
tezioni ed armi, l'altro baffi e pippe; l'uno studii gravi, l'altro 
dizionari e romauzi ecc. ecc. 

(3) In eorum alimonia, et pauperum substentatione , Zacca* 
rias, Monument. 2 pag. 63. 

(4) Muratori, Aunaì. all'ann. 871. 



LIBRO UNOEClMO 19 3 

Mentre queir imperatore dalle cure diverse della £==^ 
guerra e della trasceudeute pietà era trattenuto nelle J?°J'° 
province napoletane, sua figlia Gisla, commendalrice anno 
e badessa di s. Giulia mancò di vita. Fu quella giù- °7** 
stameute compianta dai cittadini, ricordevoli del per- 
dono che unitamente al vescovo Antonio, aveva loro 
impetrato. Allora Ansilberga moglie di queir Augu- 
sto, donna avidissima e che, quantunque maritata, 
aveva scaltramente saputo farsi eleggere eouimeudatrice 
di più monasteri, si adoperò presso ai consorte eoa 
tanta destrezza che ottenne ancora quello di s. Giulia 
di Brescia (1); Nondimeno ad onta dell'ansia, onde era 
tratta quella imperatrice ad accumulare tesori, nou 
seppe dimenticare la moda del suo secolo; e fece eri- 
gere in Piacenza un monastero di vergini ed una chiesa 
dedicata alla risurrezione del Salvatore, e li dotò am- 
piamente (2). 

§ 9. Fu veramente strana una calamità di que'tem- 
pi e, si può dire, somigliante ad una di quelle^ 
onde piacque a Dio sperimentare V animo di Faraone, 
e dalla quale sopra di ogni altra provincia furono de- 
solate quelle di Brescia e di Cremona. Era l'anno 8^3, 
anno già funestato da una brina desolatrice, che quando 
cominciavano appena le messi ad emettere le spiche 
ruppero da oriente stormi immensi di locuste , che' 
nascondevano sul bel meriggio il sole. Il cronista ber- 
gamasco Andrea Prete (3) assicura , che i paesi mag* 

(1) Gradenigo, Brix. Sac. pag. 3 56 not. 2. 

(2) Muratori, Anliquit. Italie. Dissert. 7 pag> 567. 

(3) Multae locustae advenerunt de Vicentinis partibus in 
finibus brescianis , deinde in cì'emonensibus finibus, inde m 
mudenses partes. Andreas Presbite!', p. 99 edit. Menchenii 17^8 
t. 1 Rerum Germ. — et pag. 36 eail. Murai. L 1 Anliquit. Italie*-- 

Yol. II. i3 



i9 4 LIBRO UNDECIMO 

^—--^- giormente danneggiati furono il bresciano, il cremonese 

Dopo e successivamente il territorio di Lodi. E però certo 
ce 

che quella calamità, se non con asprezza eguale, fu 

però assai più largamente diffusa, perchè e le costiere 
del Sebeto, e quelle del Reno ne furono danneggia tis- 
Anno sime (i). Passavano quegli animaluzzi a stormi immensi, 
alle prime frotte altre ne succedevano e si incalzavano, 
come fanno le nuvole sospinte dai venti. L' autore 
degli annali di Fulda li descrive e dice: che erano 
lunghi e grossi quanto il pollice, che avevano quattro 
ale e sei piedi, armata la mascella di denti validi a 
rodere la corteccia di ogni albero il più duro, e che 
nel ventre di alcuni di quelli si ritrovarono spiche in- 
tere aggrovigliate (2). La cosa sembra grossa, mai poiché 
leggesi tramandata contemporaneamente da un berga- 
masco, da un napoletano e da un tedesco, sembra de- 
gna di fede. 

§ 10. Reduce l'imperatore Lodovico dalle costiere 
del Sannio e della Calabria , nell ? agosto dell' an- 
no 8y5 attraversava questa provincia; ed in non so 
qual paese del contado, colto da gravissima malattia, 



(1) "Hujus temporibus , (anta locustarurn densitas in Campa* 
niae partibus, et maxime in hoc Partenopeo territorio exorta 
est, ut non soìum segeies, sed et etiam arborum folta, et 
herbarum olerà viderentur esse consumpta ( Joan. Diac. in 
vita Episc. Neapolit. a pud Murai, tom. 1 pari. 1 Ber* Italie. 

(1) Vermcs quasi locustae, quatuor pennis volantes, et sex" 

pedes fiabcntes ab Oriente venerunt cunctaque in agris 

et pratis viridi a devastabant. Erant autem ore lato, et extenso 
intestino, duosque habebant dentes lapide duriores, quibus 
tenacissimas arborum cortices corrodere valebant; longitudo et 
crassittulo illarum quasi pollex viri, etc. Ànnales Fuldens. ad 
ann. 8^3. 



LIBRO tìNDEClMO i 9 5 

morì (1). Il vescovo di Brescia Antonio accorse ad assistere- ' ' ' " -* 
personalmente ai funerali di quell'Augusto, e copertoue P°P? 
il corpo di mirra e d'altri aromi, collocato in apposita anno 
bara, fece trasportarlo solennemente in Brescia, e lo ^7 3 * 
depose presso a quello di s. Pilastro iteli' oratorio sot- 
terraneo della Rotonda. L'arcivescovo di Milano Anspergo 
desideroso di avere la sua basilica onorata delle spoglie 
di quell' imperatore, spedì sollecitamente a Brescia il 
suo arcidiacono, perchè le avesse a trasportare alla me- 
tropoli; ma il vescovo Antonio si rifiutò di concederle, 
adducendo a motivo di non essere 1* accompagnamento 
di un semplice arcidiacono bastantemente decoroso pel 
trasporto del corpo di un Augusto. L' arcivescovo 
Àuspergo allora commise a Garibaldo vescovo di Ber- 
gamo ed a Benedetto véscovo di Cremona, ambi suoi 
suffraganei, di portarsi a Brescia con tutto il clero se* 
colare e regolare delle diocesi loro; ed egualmente fece 
egli ancora. Il vescovo di Brescia Antonio non potè 
allora rifiutarsi di concedere le spoglie domandate; anzi 
chiamato anch'egli tutto il clero della provincia, a quelli 
formalmente si uni per accompagnare solennemente il 
regio feretro. Mai più è stato veduto in Brescia un 
numero maggiore di chieriche e di cocolle. Dopo Anuo 
due giorni la bara imperiale olezzaute di balsami ' 
non venne già raccomandata ad un cocchio funereo, 
ma fra le lugubri salmodie ed i cantici supplicanti 
eterna requie fu portata da sacerdoti, i quali tratto 
tratto si tramutavano, da Brescia sino a Milano, ed 
ivi deposta nella basilica di s. Ambrogio; e lo stesso 



(i) Ricordo di aver letto, anni sono, in qualche vecchia per- 
gamena, che Y imperatore Lodovico II sia mancato di vita in 
Ghedi;ma non so ora come porre le mani su quel documento. 



i 9 6 LIBRO USDEC1MO 

• cronista bergamasco Àudrea Prete assicura di essere 
Dopo stato presente a quella funzioue, e di avere portato 
anno l' imperiale feretro per uà buon tratto fra Pontoglio e 
Svi» Gassano (1). 

§ 11. Non aveva avuto quell'imperatore alcun figlio 
maschio, e fu quello una sciagura per tutta l'Italia, 
perchè non ebbe per questo più alcun sovrano che la 
abitasse e la vegliasse personalmente. Carlo il Calvo 
re di Francia, intesa la morte dell' imperatore Lodo- 
vico, scese rapidamente in Italia seguitato da numerose 
milizie, ed entrato in Pavia raccolse a parlamento di- 
ciassette vescovi, dieci conti ed alcuni de' più distinti 
padri abati; e dai voli di quell'adunanza non venne 
già quegli proclamato re d' Italia, ma usata una espres- 
sione generale lo dissero il successore di Lodovico. Alla 
presenza di quelF assemblea il re Carlo il Calvo di- 
chiarò Bosone fratello di Richilde sua moglie, duca e 
suo commissario in Lombardia, Quell' adunanza è stata 



(1) » Seguenti auiem mense Augusto Huldovicu* Jmp. de firn* 
-•» ctus est pvidie idus August. in finibus brescianis. Antonius 
>•> vero brcscianus Episcopus tuliL corpus ejus, et posuit in se- 
9» pulcro in ecclesia s. Marine , ubi corpus s. Philastri re» 
5» quiescit. Ànspertus Mediai anensis Archiep. mandavit ci per 
9* Archidiaconum suum, ut reddat corpus illud, Me autem 
y* noìuiL Tunc mandavit Garibaìdo Bergom. Epipo, et Benedi' 
5» do Cremon. Epipo, ut cum suis sacerdotìbus et cuncto clero 
« Brissiam irent» sicut et ipse Archiep. faciebat. Episcopi vero 
» ita fecerunt, et illue pervencrunt, trahentes eum a terra, et 
y> mirifice condiente s 3 die V post transitimi in pheretrum pò- 
" suerunt, cum omni ho no re himnis Deo psallentes in Medio- 
" lanum perduxerunt Veritalem in X.to loquor, ibi fui, et 
» pattern aliquam portavi, et cum portantibus ambulavi a fin- 
* mine Oleo, usque ad fiumen Abdua. Andreas Fresbiler, m 
" Chronic. supra cit. » 



LIBRO UNDECIMO ig 7 

annoverata fra i consigli ecclesiastici (1), e sono già da ^5555! 

quella segnati i5 articoli riguardanti l'ecclesiastica j^°Pf 
,. . 1. G. C- 

diseiplina. 

Angilberga, vedova del morto imperatore Lodovico, 
dato allora un necessario addio alle splendidezze della 
corte, traendo però seco quanti tesori erasi con vera 
avidità femminile studiata di accumulare, ritirossi nel 
monastero di s. Giulia di Brescia, del quale già era g«r # 
commeudatrice, e vestì in quello l'abito monacale (2). 

Ma il re di Germania Lodovico aveva egli ancora 
delle pretese al solio del morto imperatore 3 e spedì 
per questo in Italia suo figlio Carlo il Grosso, segui- 
tato da molte schiere tedesche e protetto dall' armi di 
Berengario duca del Friuli. Traversate quegli le pro- 
vince di Brescia e di Bergamo, nelle quali le sue sol- 
datesche commisero scelleraggini d' ogni sorta (3), pe- 
netrò i confini del milanese, dove avvisato che Carlo i4 
Calvo aveva già avuti i suffragi degli italiani nel con- 
gresso di Pavia, e che era sostenuto da un esercito 
più potente del suo, diede addietro; e tornato a Bre- 
scia, spogliò il monastero di s. Giulia di ogni più pre- 
ziosa suppellettile, ed in quello rapì ancora il tesoro 
tradottovi dalla vedova imperatrice, V allora monaca 
Angilberga (4). Quel re Grosso era allora accompagnato 
da Liutprando vescovo di Vercelli, che lo serviva di 
arcicancelliere, prelato di pessimo carattere, e che aveva 
già rapite in Germania alcune fra le più illustri don- 
zelle, onde maritarle a' suoi nipoti. Ne rapì un'altra 



(1) Labbeus, toni. 9. Conciliar, pag. 285. 

(2) Joann, Ponlif. Vili. Epist. 43 apud Baronium ad ann. 8y5. 
(5) Andreas Presbiter, Chronac, ciL 

(^) Idem. Ponti/. Joann. Vili Epist. 4 2 àpud Baronium* 



, g 8 LIBRO URDECIMO 

1 allora per eguai fine ia Brescia, la quale era figlia dì 

Dopo Unroco già duca del Friuli, cioè la nipote di quello, che 

anno co n ' e proprie milizie sosteneva le parti di Carlo il Grosso 

^' suo padrone, giovinetta che era allora raccomandata 

alle monache di s. Giulia per essere educata (i). Quel 

ratto rincrebbe a quelle povere monache forse più as^ 

sai che non gì' involati tesori. E Berengario, non avendo 

potuto riavere la nipote, spedi un grosso distaccamento 

di cavalleria a Vercelli, dove fece saccheggiare il par 

lazzo del tristo vescovo. Quelle cose affliggevano d'assai 

l'animo del sommo pontefice, e non mancava di ri? 

prendere con ripetute lettere ed il re Carlo il Grosso 

ed il vescovo suo arci cancelliere, e di minacciar loro 

ecclesiastiche censure ed anatemi; ma quelli ebbero assai 

maggiore paura delle falangi di Carlo il Calvo, le quali 

li fugarono dall' Italia , e li seguitarono minacciose 

sino in Baviera (2). 

Allora il re di Germania Lodovico per costringere 
$nfj. Larlo il Lalvo a ritirarsi dall Italia, passò con una po- 
tente armata il Reno, penetrò in Francia, inoltrossi 
fino nella Sciampagna; e contemporaneamente con altro 
corpo di armati spedì per le vie del Friuli in Italia 
Carlomanno suo primogenito. 

Il re Carlo il Calvo non ebbe la franchezza di af- 
frontare coli' armi quel giovine principe, e credette 
essere miglior partito di rallentarne l' ire a prezzo 
d'oro. Avviatigli per questo alcuni messaggeri, e datasi 
scambievole sicurezza, vennero que'due ad un abboc- 



(\)Annales Francowm Lambecii, apud Murai, tovu 1 park 2 
toì. 97 Rer. Italie. 

(a) Pcrrexit in Bajoariam. Andreas Presbit. in Chronic. 
ubi sup.» 



libro utttieauo 199 

eauiento sulle rive del Brenta; dove fermarono una tre- — — 
gua di alcuni mesi. Mentre stavasi per quel conoertato * ji 
trascurante il giovine Carlomauno, Carlo il Calvo mosse anno 
rapidamente a Roma, dove papa Gio. Vili lo accolse 1 
con liete onoranze, e dopo avere da quello avute ge- 
nerose elargizioni, lo unse imperatore (1). Gioioso Carlo 
il Calvo, detto ancora Carlo II, degli avuti crismi, tornò 
a Pavia, dove da una dieta di molti grandi fu accla- 
mato re d' Italia. Stava egli in quella città trapassando 
spensieratamente i giorni fra le gozzoviglie e gli allegri 
trattenimenti; ma quando ebbe avviso che alcuni conti 
governatori delle soggette province avevano cambiate 
bandiere, e si erano dati alle parti di Carlomanno; e 
che quel principe minacciosamente a lui si approssi^- 
maya con numeroso esercito, diedesi sbigottito ad una 
rapida fuga, nella quale colto da gravissima malattia, 
mentre per trapassare in Francia valicava il monte o™ v0 
Cenivsio, cessò di vivere (2). 

§ 12. Carlomanno allora, raccolta una dieta generale 
in Pavia, si fece acclamare re d'Italia; ma come il re^ 
gio serto fosse per lui un veleno, non 1' ebbe cinto ap- 
pena che infermò di lunga e fastidiosissima malattia, 
per la quale, sperando aria migliore, si fece trasportare 
in Germania. Questa e le vicine province erano intanto 
governate dal regio commissario il duca Bosone, il quale 
era genero del già morto Lodovico II, personaggio, sic- 
come apparisce dal cronico di Regiuoue, dato piuttosto 
alle ambizioni che non ad altro (3). 

(1) Reginone, nel suo Cronaco. 

(2) Quod Me, cioè Cario il Grosso, viclens fugam iniit , et 
in Galliam repedavit , statimque in ipso itinere mortuus est, 
Andr. Presb. in Chr§nic. toni. 1. Rer. Germanie Menchcnii* 

(5) Reginone, nella sua Cronaca. 



5oo LIBRO UNDECIMO 

gB """"" ! Carlo il Grosso, accortosi di essere già disperata 1$ 
Dopo guarigione di Carlomanuo $110 fratello, studiavasi e ma^ 
anDo* neggiavasi presso papa Gio. VII! di esser egli dopo 
s 77- la morte del fratello elevato al trono d' Italia (1), Que- 
gli studi e que' maneggi recarono gravissime dispiacenze 
all' arcivescovo di Milano Ansperto (2); perchè nutrendo 
quegli idee cqutrarie ai pensamenti di Giovanni YHI 
papa, il quale inclinava moltissimo a favorire i principi 
fraucesi, queir arcivescovo donava invece la sua pro- 
tezione a Carlo il Grosso, discendente da un re tedesco. 
Scese però la morte a rompere quelle contese, rapi 
Carlomanno, e dietro la sua mancanza fu Carlo il Grossq 
acclamato re d' Italia (3). 
Anm> A quel principe non avevasi dato il soprannome di 
^79- Grosso solamente per la corpulenza fisica, ma perchè 
era grosso ancora d' intelletto; nulla di meno, siccome 
era protetto dal favore delle sorti, trovossi fra non 
■molto cinte le tempie delle regie corone di Francia e 
di Lamagna, e padrone di tutte quelle regioni, le quali 
con altro senno e con altra vigoria erano state imper 
rate dal suo atavo Carlo Magno. Era quegli solito di 
lasciarsi menare arbitrariamente pel naso dal suo ar? 
cicancelliere Liutprando, cioè da quel vescovo di Ver? 
celli che aveva fatte rapire molte illustri donzelle, onde 
maritarle a suoi congiunti. Ma frattanto i Normanni 
devastavano gran tratto della Francia e gran tratto 
ancora della Germania. Gli Ungheri discesi dalla re- 



(1) Ciò $i rileva dalle lettere di papa Giovanni Vili. n. i55 

- (1) Ciò vedesi dalle lettere dello stesso papa 221, 110. e 0.16. 
(3) Ciò è noto da un documento pubblicato da Sassi , in, 
ftotis ad Si goni arti. 



LI 15110 BMDECIMjD »•* 

ruota Tartari-i invadevano la Pannonia; gli Schiavoni HHHHH" 
signoreggiavano le province illiriche: ed i Saraceni de«p ^°P° 
solavano impunemente gran parte delle costiere meri- an!1(> 
dionali d' Italia e minacciavano Roma istessa. Fiacchi ^7- 
finalmente di quell'imbelle gli stessi suoi cortigiani > 
radunatisi a consiglio, lo deposero formalmente dal 
trono, e gli sostituirono Arnolfo, il quale era uno spu- 
rio del morto imperatore Cari omarino (i). 

GÌ' Italiani non s impacciarono punto in quelle bri? 
ghe, e senza promettere fedeltà ad Arnolfo e sciolti 
ancora dal giuramento dato a Carlo il Grosso, perchè 
<era quegli stato formalmente deposto, continuarono per 
molti mesi a dirigersi con una tranquilla indipenderir 
za. Il nuovo principe Arnolfo, operando di una gene- 
rosa e gentile maniera , assegnò al dimesso Carlo il 
Grosso alcune signorie, perchè avesse ad avere un de- 
coroso mantenimento; non sopravvisse però quegli al 
suo infortunio che pochi mesi. Ed in ciò è da rendersi 
ragione a quanto inseguano i medici: ove dietro Y afpr 
rismo di un antico asseriscono, che le facoltà intellet- 
tuali e le corporee operano sopra di se medesime cor* 
iscambievole consenso (2). Dietro a ciò, quantunque quel 
principe fosse detto il Grosso, perchè era tale e di corpo 
e d'animo, abbattuto gagliardamente ciò non pertanto 
lo spirito per la sofferta destituzione dal trono, T ab^ 
battimento del suo animo ne trammise le sensazioni 



(1) A urtale s Fuldenses, Frehen, ad ann. 887. 

(•2) Mens n'irnirum in corpus agit 9 et corpus vicisùm in 
pientem : certissimum hoc esse quotidiana evincunt experimenta, 
etinmsi actionis modus penitus ignoretur. L. M. A. Caldani li ^ 
Uì fnstilutionibus Physiologicis tom. 1 pag. 4^8 § 4^9* iHffi 
Comi ni an* 1775, 



302 LIBRO UNDECIMO 

g *""^ sulla corporea sua costituzione, per la qual cosa ebbe 

Dopo a soffrirne tanto gravame, che fra pochi mesi morì. Par 

anno impossibile che un uomo nato per essere monaco anzi 

8^7* che principe, quale era Carlo il Grosso, siccome ne lo 

lia dipinto il cronista Regiuone (i), abbia perduto la vita 

per una malattia cagionata da tristizie d'animo! 

Mancato quegli di vita, Berengario duca del Friuli 
e Guido duca di Spoleti si fecero sì Y uno che Y altro 
acclamare re d'Italia, e sì l'uno che 1' altro se ne in- 
signorirono di molte province. Berengario aveva fissata 
la sua sede in Verona e Guido ia Pavia, ed invidiau* 
dosi ed abbonandosi a vicenda, a vicenda ancora si 
battagliavano rabbiosamente (2). Ed intanto il saugue 
non solo degli abitanti di questa provincia, ma di tutt$ 
Italia insieme, gorgogliava sacrificato alle ambizioni ed 
all'ire di que' due potenti. 

Erchemperto storico di que' tempi, anzi il debbo dire 

scrittore quasi contemporaneo, ne ricorda una battaglia 

888. succeduta l'anno 888 fra i duchi Guido e Berengario 

nelle vicinanze di Brescia; ed aggiugne che la fu e 



(1) Così Reginone nel suo Cronaco parla di Carlo il Grosso; 
»» Futi hic christianissimus Princeps, Deum timens 3 et mandata 
« ejus ex toto corde custodiens, e'cclesiaslicis sanctionibus san» 
5» ctisslme parens 3 in eleemosinis largus , oraiioni, et psalmo- 
»♦ rum melodiis indesinenter deditus , laudibus Dei infaticabi- 
»» liler inlentus, omnem spem et consilium suum divinae disperi» 
»i sationi committenz, eie. etc, 

(2) Quelle battaglie sono confermate dal decreto di un par- 
lamento raccolto allora in Pavia, pel quale il duca di Spoleti 
Guido venne confermato re d' Italia, e sono dette, bella kor* 
ribilia, cladesque nefandi s si mas* E quel decreto e pubblicato 
da Muratori, Rer. Italie* tonu 2 part. 1. E dallo stesso, Dis m 
seri. 3. Antiquìt. Ualicarum* 



LIBKO UNDECIMO tol 

por r uua e per l'altra parte sanguinosissima; e che ! ?g 
lo spoletano il duca Guido fu costretto alla fine a ri- Dopo 
tirarsi 5 lasciando a Berengario lo spoglio del campo, Bnno 
quantunque quegli ancora avesse V esercito scompigliato ^88. 
sì fattamente, che fu per quei disordini costretto ad 
accordare ai rivale una tregua durabile fino all'Epi- 
fania dell' anno seguente (i). 

§ i3. Mentre que ? due tenevano per la tregua fis^ 
sala sospese le armi, ambr studiar ausi di rimettere le 
scompigliate squadre. Berengario, oltre alle nuove re- 
cinte italiane, assoldò armati m Germania e Guido in 
Francia. L'anonimo panegerista di Berengario (2) descrive 
le soldatesche di que'due contrastanti, ed assicura che 
molti squadroni di quelle erano capitanati da alcuni 
vescovi, i quali deposto il pastorale avevano impugnata, 
la spada, ma per un sacro rispetto ne ha taciuto il nome. 

Que' due competitori dopo di essersi preparati di tale 
maniera a nuovo azzuffamento, si spinsero a nuovo at- 
tacco. Alcuni raccontano che quelli rompessero nuova* 
mente all' armi entro i confini bresciani; altri dicono 
the lo facessero sul piacentino: e merita maggior fede 
$1 racconto de'secondi, perchè dopo il conflitto, il quale 
fu sanguinosissimo e disastroso per Berengario (3), Guido 



(i) In Italia , juxta civitatem brescianam cum Berengario^ 
et ipso Duce ( cioè Guido ) conflictus futi, in quo n'unir um 
con factum utriusque parli $ acies crude liter cae$a est. Spolia 
autem caesorum a Berengario recollecta sunt- Pacti sunt tan- 
tum ad invicem usque ad Epiphaniam* Erchemp. Ilist. cap. 81. 

{1) Anonimus Panegyrista Berengario apud Murai, toni. 2 
part. 1. Ber. Italie» 

(3) Quum maxima strages fieret, fuga se se Berengar'ms Ih 
h'ravil, Liutpraudusf Hislor. lib. 1 cap. 1. E Jp confenpg \% 
Cronaca di Reginonc all'anno 889. 



Anno 



aof LIBR0 UNDECIMO 

passò ad ospitare io Piacenza, cosa che è certissima 

Dopo dalla data di un diploma eh' egli ha pubblicato in 

anno quella città (i). 

889. p er q Ue ir infausta giornata non venne però Beren* 

gario costretto a ritirarsi di là dal Mincio, perchè Bre* 
scia e Cremona rimasero pur tuttavia soggette a lui, 
siccome è certo da un altro diploma conservatoci dai 
Manganili (2). 

Sebbene sì l'uno che l'altro di que'due ansiosi della 
sovranità d'Italia avessero ed abbattuti gli eserciti e 
desolate le provincie, alle quali imperavano (3); pure 
come le percosse sofferte e gli scambievoli danneggia- 
menti a nuove ire ed a nuovi combattimenti li sospin- 
gessero, dietro una zuffa lanciavansi all'altra, dall' una 
battaglia all' altra irrompevano: e non è dubbio che 
per le conseguenze di alcuno di que'cimenti fu Beren-r 

■Anno g ar ; costretto dal rivale a dare addietro, ed a riti- 
rarsi ancora da Brescia; la qual cosa è certissima, per^ 
che soccorso quel principe alcuni anni dopo dal re di 
Germania, ha ricuperata questa città. 

Lo scaltro Guido accortosi che le proprie sorti su- 
peravano quelle dell'inimico, dopo di avere fidato ai 
suoi capitani V esercito, si trasse rapidamente a Roma, 
dove si seppe procurare dal pontefice Stefano V la co- 
rona imperiale (4). Superbo quegli allora di un tanto 



(1) Diploma pubblicato da Muratori, Dissertata 34- AnlU 
quii Italie» 

(1) Diploma prodotto dal Manganai, in Ballar. Cassi- 
nensi. 

(3) Tanta strage s ex utraque parte postmodum fatta est t 
iantusque humanus sanguis effusus, etc. Beghino in Chronic. 

(4) Guido ebbe da Stefano V Ja corona imperiale il dì 90" 
febbraio 891 e ne reca testimonio un diploma pubblicato duo 



LIBRO UNDECIMO *o5 

Onore tornò pettoruto al campo; e quell'onore non av- ^ mmm ^ ^ 
vili, ma aggiunse per invidia nuovi irritamenti all'ani* p°jp° 
mo di Berengario. Accortosi Guido di quelle ire, punto 
dalla rivalità, le volle incitare più. vivamente, e lo fece 
mostrando un tratto di altissima boria; perchè, quasi 
gli stati suoi si distendessero dai lidi esperii a quelli Anno 
dell' aurora, ne solo potesse tutta reggerne la somma , 
si associò all' impero il giovinetto suo figlio Lam- 
berto (i), 

§ i4« Mancò in que' frattempi di vita il pontefice 
Stefano V favoreggiatore dichiarato di Guido; e dietro 
a lui, ottenuta non senza brighe la cattedra aposto- 
lica papa Formoso (2), le cose di quei due grandi con- 
trastanti presero differente aspetto. Il nuovo pontefice 
Formoso non sentiva per Guida i medesimi sentimenti 
del suo antecessore; anzi querelavasi gravemente di lui 
per le avanìe, con le quali spogliava gli stati suoi. 
Colta perciò l'occasione che Berengario era passato in 
Lamagna, onde promettere vassallaggio al re Arnolfo* 
ed impetrarne in compenso un valido soccorso ; papa 
Formoso addirizzò egli ancora una ambascieria a quel 
sovrano, perchè lo supplicasse di calare in Italia per 
ripararne i mali, e liberarla singolarmente dalle vio- 
lenze del principe Guido (3). Il re Arnolfo che era già 



volte da Muratori, la prima, Dissertai. 5, la seconda, Disser- 
tai* 5o, Anliquit. Italie, 

(1) La Cronaca Casauriense, pubblicata da Muratori, tom. 1 
-pari. 2. Rer. Italie* assicura, che Lamberto il figlio di Guido 
ebbe la corona imperiale ai primi mesi dell' 892. 

("2) Liutprand. Histor. lib* 1 cap. 9. 

(5) Missi autem Formosi Apostolici cum epistolis, et primo- 
rìbus Italici Regni ad Regem in Bajoaria advenerunt enixe 
deprecàntes, ut Italicum Regnimi 9 et res s. Petri ad suas 



2 oG LIBRO UM)ECIMO 

■' *"" — fiacchissimo delle superbie di quello spolelano e del* 

J?°P° l'imberbe suo figlio, e che ad essi invidiava fors' anco 
anno il serto augusto onci erano coronati, accolse cortesemente 
% 2, in Ratisbona que' messaggeri, gli ascoltò, li regalò am* 
piamente; e prima di congedarli promise loro di assi- 
curare il santo padre, che fra non molto sarebbe egli 
disceso con una potente armata a riparare ai danni 
della concussa Italia. 

Quel sovrano, operando da vero sovrano, osservò la 
parola e* raccolto l'esercito, giù pei valichi di Ponteba 
discese in Italia. Aveva egli già trapassato gran parte 
del Friuli; e tragittato il Livenza, procedeva verso il 
Trivigiano, quando prima di giungere al Piave scon- 
trò una deputazione indirittagli da Berengario, perchè 
gli presentasse in suo nome que 5 tratti ospitali, ch'egli 
non poteva porgergli in persona, per essere costretto 
a ribattere nuovi attacchi di Guido (i). Il re Arnolfo 
accolse gentilmente que' messaggeri, e seco loro, e se- 
guitato dall'esercito continuò il viaggio, ed al comin- 
8q5. Giare del novembre 893 giunse a Verona. Trapassò 
grati parte del verno in quella città, indi venne al 
Mincio; ed accompagnato da Berengario entrò sul di- 
stretto bresciano, e senza scontrare opposizione alcuna 
pervenne sino alle porte di Brescia, la quale negli ul- 



tnanus a malis christiahis criundum adventaret: quod tuta 
maxime a TVidone Ty ranno affeciatum est. Freherius, in An* 
nalibé Fuld. 

(1) En Wido agmen agens iterum renov are furore s 

Accelerai contra Ductor (cioè Berengario) depellere pestem. 

Instruit arma prius, tantosque recidere faslus. 

Ne e latet Arnuìphum etc. 
Anonimus Panegyrist. Berengario apud MuraU toni. 1 part* 1. 
Ker. Italie, 



LIBRO UNDECIMA 207 

timi contrasti fra Guido e Berengario era stata stipe- — 
rata dall' armi di Guido. I Bresciani o lo facessero J?°P° 
perchè amassero più Berengario che non Guido, o per- anno 
che paventassero le vendette di una temeraria resistenza, ^SP* 
spontaneamente a Berengario ed al suo difensore il re 
di Germania si sottomisero (i). 

§ i5. Berengario ed Arnolfo condussero poscia l'eser- 
cito presso Bergamo. Un certo conte Ambrogio gover- 
nava allora quella città in nome di Guido, ed era fisso 
di non volerla cedere vivo a chicchessia. Sono rari e 
desiderabili gli uomini di tanta fedeltà e fermezza, ma 
non possono essere sempre propizii ai loro soggetti. Am- 
brogio aveva raccolto in Bergamo le provvigioni neces- 
sarie per un lungo assedio; e quella città e per la 
ripida situazione e per le mura ed i bastioni e le 
spesse torri e per le forze del presidio poteva allora 
quasi dirsi inespugnabile (2). Le schiere condotte da 
Arnolfo e da Berengario la circondarono, la strinsero 
e la arietarono di maniera che, aperta una breccia, per g c u 
quella entrarono a furia, e non contente di massacrarne 
il presidio e gran parte degli abitanti, violarono le 
spose, stuprarono le vergini e le monache stesse, car- 
cerarono i sacerdoti ed Adalberto che n' era il vescovo, 
saccheggiarono le case, i monasteri, le chiese, ed ap- 
pesero per la gola ad un albero il conte governatore 
Ambrogio. 

Avvenne "a Bergamo tanto disastro il giorno 2 feb- 
braio 8943 e da quello istrutte le altre città di Lom- 



(1) Annales Fulcìenses, Freheri; e può ricavarsi ancora dal* 
le date di alcuni diplomi citati da Sigonio, Ve Regno Italie* 
Uh. 6. 

(2) Annales Lambecit, apud Murai* toni, ipart> 2. Rer. Italie, 



108 LIBRO UNDECIMO 

■ bardia e di Toscana, si affrettarono a volgere le spalle & 

5°?? Guido, ed a sommettersi ai due re vincitori. Guido, 
auno percosso all' animo da un tanto cambiamento di sorti, 
*&*• cadde infermo e fra pochi mesi naturalmente morì. 

§ 16. Il clima italico non era a que' tempi così sa- 
lubre come lo è di presente; i boschi che erano allora 
assai più frequenti e rigogliosi interrompevano il corso 
all'aure e le reudevano più gravi; per le non suo.-» 
cedute ancora innovazioni di agricoltura non erano al- 
lora necessarie tutte le irrigazioni che bisognano di 
presente, e per questo non era stata peranco sospinta 
l'industria agraria a scavare i moltissimi vasi, che di- 
ramati ora discorrono per le campagne; e per questo 
le acque sorgenti impaludavano più di spesso ed esa-* 
lavano guasti vapori. Per essere allora necessariamente 
ignota la corteccia peruviana, le febbri periodiche che 
ora si curano così facilmente, imperversavano più fre* 
queliti, più lunghe, ed il più delle volte erano ancora 
fatali. Attaccato da quelle malattie Arnolfo, e gran parte 
dei suo esercito, si trassero quanto meglio poterono 
nuovamente in Germania (i). 

Dopo che il re tedesco aveva lasciata l'Italia, susci- 
taronsi in questa nazione nuove contese, e singolarmente 
ira Berengario da una parte e Lamberto giovine im- 
berbe ancora, figlio del morto Guido, ed Adalberto il 
marchese di Toscana dall' altra. Ricuperata il re Ar* 
nolfo la salute, determinossi di giovarsi delle dissen- 
zioni di que'principi, di scendere nuovamente in Italia, 
di rendersene egli solo il padrone, e di farsi ancora 
- dal romano pontefice coronare imperatore; la qual cosa 

Byti, mandò ancora ad esecuzione V anno 8g6. Non soprav- 

(1) Liulpraud. Hìstor. lib- i cap. io. 



LIBRO UNDECIMO 209 

visse però che tre anni alla imperiale sua incoronazione, °*" ua B; 
perchè attaccato da uuova malattia cessò di vivere. 5°£° 

# (jr. C 

Finalmente dopo quasi quarantacinque anni di ec- an no 
clesiastico miuistero compì i suoi giorni il tanto °99- 
benemerito vescovo di Brescia Antonio, al quale suc- 
cedette Ardiugo, il quale fu insieme vescovo, conte 
governatore di questa città > ed arcicancelliere di Be- 
rengario. 



■ ^ ■ mmm Q$$ &$fàb mù m m^ . 



VOL. II. ^4 






LIBRO DUODECIMO 



i. (jrii Un 



gheri, genti discese dalla remota Tar- 



larla, già da oltre un decennio avevano espulsi gli Unni Dopo 

. t ^ io C C 

dalla Pauaonia, ed insignoritisi di tutta quella regione, 'r* 
ne tramutarono perfino il nome di Pannonia in quello di 900» 
Ungheria (1). Usavano quelle genti di radersi tutta af- 
fatto la chioma, vestivano pelli grezze, non coltivavano 
che assai di rado la terra, non abitavano luogo fisso, ma 
conducendo qua e là gli armenti dove scovrivano migliori 
pascoli, traevansi dietro le mogli, i figli, le famiglie so- 
pra carrette coperte di cuoio, e quelle carrette se -vi- 
vano loro di tetto ? quando le intemperie od i geli li 
Costringevano ad usarne; si cibavano per ordinario di 
latte o di carni crude; scoccavano i dardi eoa maestria 



(1) Dandolus, in Chronic. ap. Murai, toni. 12. Rer. Italie. 

racconta che gli Uugheri si sonimi sero la Paunouia l'anno 886, 

E Reminone nel suo Cronaco protrae quei successo sino ai* 
1' anno 889. 



si* LIBRO DUODECIMO 

impareggiabile, e non era alcuno che potesse ugua- 
Dopo gliarli nella destrezza di cavalcare (i). Quelle genti dopo 
anno di essersi insignorite della Pauuonia, fecero delle ir- 
0°°- ruzioni nella Moldavia e nella Bulgaria; indi volte le 
mosse calarono nella Carlnzia e nella Stiria, e la pri- 
mavera dell'anno 900, superati i valichi dell' alpi Car- 
ioche e Giulie, ruppero in Italia (2). 

Dopo di aver quelli traversato desolando il Friuli, 
il Trivigiano ed ogni altra italica provincia ad oriente 
del Miucio, non mai sazii di sangue e di spoglie, pas- 
sato quel fiume, eutrarouo nel distretto bresciano. Non 
resta memoria, se in quella prima loro invasione del- 
l' alta Italia abbiano o non abbiano potuto invadere 
Brescia; orrendamente però ne trattarono gli abitanti 
il contado e ne devastarono il territorio (3). Poi vol- 
sero sul pavese e sul milanese, e giunsero fino alla 
Sesia in Piemonte; e nelle vicinanze di quella città scon- 
trarono per accidente quel Liutardo vescovo di Ver- 
celli, che aveva fatto da alcuni anni rapire alle mo- 
nache di s. Giulia di Brescia la figlia del duca del 
Friuli Unroco, a quelle affidata dal Padre, perchè l'aves- 
sero ad educare: lo spogliarono dei molti tesori che 
traeva seco, indi lo massacrarono. Così per mezzo delle 
masnade ungariche Iddio castigò le male opere di quel 
preiato (4). 

Sbigottito il figurante re d'Italia Berengario dal- 
l' impeto devastatore di quelle orde tremende, raccolse 

(1) Reghin. in Chronìc. presso Menehenio « Muratori sopra 
indicali. 

(a) Freherìus, in Annal. F,uld. ad ann. 900. — Liutprando, 
ìli sto >r. !ib* 1 cap. 4» 

(7j) Reghin. in Chronìc. caedihus, incendiis, ne rapinis* etc* 

(4) Continua tor Regliinonis, in Chron. 



LIBRO DUODECIMO 21 3 

sollecitamente quanti annali polo avere; pregò soccorri ^—-^ — 
da' principi di quelle regioui italiche, sopra le quali *!°P ( * 
avevano essi dominio: e come bisognasse proprio lo a nno 
spavento per riunire i contrastanti che dominavano al- Sf- 
iora la miseranda Italia, non pregò indarno. Le masnade 
ungariche gli avevano tutti addotti ad altissimo trepi- 
da mento ed alla necessità di tentare ogni possibile di- 
fesa. Il re Berengario, radunato di quella maniera i 
soccorsi degli italiani, e fatto di quelli co" suoi un po- 
tente esercito, dinanzi a quello presentossi francamente 
agli Ungheri e li sfidò a battaglia. Trepidarono quelli 
un tanto cimento; e date le spalle, raccolsero alle sponde 
dell Adda le orde loro disperse e divaganti, ripassa- 
rono quel fiume, sempre raccolti, e massacrando e de- 
vastando sempre, traversarono nuovamente la provìncia 
bresciana, la veronese e quella di Yiceuza; e trapassato 
parte del padovano giunsero alle rive del Brenta^ 
dove si attendarono. Berengario seguitato dall' esercito 
suo e dalle schiere de' suoi alleati alle rive di quel 
fiume li giunse, e circondolli cosi che spauriti, quantun- 
que genti barbariche, gli fecero per alcuni messaggeri 
proporre di rendere ogni preda, di rimettere libero 
ogni prigione, rinunziando ad ogni prezzo di riscatto^ 
per quanto ragguardevole ei fosse, di uscire tantosto 
d'Italia, di giurare di nou più farvi alcun ritorno, e 
di lasciare a Berengario per sua sicurezza i proprii 
figli, siccome ostaggi del giuramento che prestavano. 
Ma il re Berengario, come avesse la vittoria, e quella 
ancora incruenta, in puguo ; ne considerando che la 
disperazione aggiugne forze a forze, e tragge le genti 
a stranie imprese, sdegnò sconsigliatamente ogni pro- 
posta esibizione, decise di battagliarli, ed onde farlo eoa 
maggior vigorìa, volle dare innanzi riposo all' esercì tu. 



Anno 
9 0! * 



21 4 LIBRO DUODECIMO 

— """'"*' Gli Ungheri concussi dalla paura e dalla disperazione 
Dopo aguzzarono la mente, e saputo cogliere il punto che le 
schiere di Berengario ben pasciute e cionche giacevano 
addormentate, si spinsero all' improvviso su di quelle 
coli' impeto del fulmine, ed innauzi che le si potessero 
disporre a difesa, ne massacrarono la più parte. Cad- 
dero allora trafitti insieme coi semplici soldati i capi- 
tani che li reggevano, e quelli erano per ordinario q 
conti governatori delle province italiche o vescovi delle 
niedesime (i). Salvossi avventuratamente il re Beren- 
gario da una tanta disfatta, mordendosi indarno le dita 
per non avere accettate le proposizioni che gli erano 
state proferte. Dopo quella sconfitta dell' esercito ita- 
liano, non era più alcuno adatto ad affrontare quelle 
devastatrici masnade, rese allora ancor più baldanti 
dall' avuta vittoria; perlocchè quelle volsero fronte, e 
senza che alcuno valesse a rattenerle, tornarono a scor- 
gere liberamente le sciagurate province di Lombardia, 
a saccheggiarle, a devastarle di nuovo; e quantun- 
que nessun cronista bresciano ce ne abbia tramandata 
memoria, è però non senza potente congettura da cre- 
dersi che il distretto di Brescia abbia avuto allora a 
^offerir nuovamente le devastazioni degli Ungheri. Quan- 
do, approssimatosi l'inverno, quelle masnade ripassarono 
l'alpi Carniche e tornarono in Ungheria. 

§ 2. I principetti delle molte tribù italiane, i quali 
avevano prestati soccorsi in que' frangenti a Berenga- 
rio, indispettiti della sconsigliata e danneggiatissima sua 
condotta in quanto si è raccontato, lo abbandonarono; 



(i) I nn urne r ahi! is multi ludo ictihus sagittarum periii; (inani' 
plurimi Episcopi, et Comites irucidantur. Contiuuator Regino». 
in Ckronic. 



LIBRO DUODECIMO aiS 

e volti?! a Lodovico re di Provenza, inviarono a quello ^-"^ 
deputazioni, perchè lo invitassero a scendere in Italia |?°P° 
e ad accettarne la corona. Solleticato Lodovico da a nn > 
quegli eccitamenti, piando ad obblìo la fede che aveva 9°'- 
altre volte giurata (i), e calò per la seconda volta 
dall' Alpi. Il re Berengario era allora angustiato da una 
lunga ed ostinata quartana, aveva l'esercito scompi- 
gliato per le sofferte vicende, ne poteva per alcun modo 
respingere quel re di Provenza, cui aveva altra volta 
costretto a giurare di non mai più scendere in Italia; 
raccom.and.ossi per questo alla fuga, ed andò a ritirarsi 
presso il re di Baviera. 

Intanto molti duchi, marchesi, vescovi e conti go* 
verualori delle regioni italiche raccoltisi a Pavia in 
generale congresso proclamarono il re di Provenza Lo- 
dovico, re ancora d'Italia (2). Dopo di avere quegli 
ottenuto un tanto onore, mosse a Roma, dove dal pon- 
tefice Benedetto IV ottenne ancora la corona imperiale. 
Orgogliava quel principe dei gradi altissimi, ai quali 
era slato elevato; dispensava a larga mano a' suoi vas- 
salli larghissimi tratti di paese italico in possidenza 
allodiale, violandone i diritti de* vecchi possessori, od 
almeno davane a quelli la signoria feudale. Per la qua! 
cosa s'ingelosirono di molto que' grandi stessi che gli 
avevano procurato un tanto innalzamento (3). Berengario 
frattanto aveva ricuperato la salute, era disceso in TU 
volo per essere più approntato a sogguardare le intera 



(1) Muratori, Antiquii. Italie Disserl. i4- 

(2) Yeggasi un diploma dato in Juce da Muratori, /itili quii. 
Italie. Disseti. 19 pag, $g. Ed un altro presso a FiuictHuii, 
friiinoiie di Matilde. 

(j) Liuipraud, Hi slot:. Uh. 2 cap. u. 



si6 LIBRO DUODECIMO 

- zioui degli italiani, ed oode non recare all' imperatore 

Dopo Lodovico sospetto alcuno di se medesimo, mentre co* 

anno vava aspettando buon vento, aveva fatto spargere una 

9 01 - falsa notizia di essere egli già morto. 

Né il buon vento tardò a spiegarsi. Ritornato Y im? 
peratore Lodovico da Roma, dopo di avere stanziato 
per alcuni giorni in Piacenza, in Pavia, in Milano (i) 
e per altri in Brescia, mosse a Verona, e come in 
quella città non potess' egli avere alcun sospetto, tra- 
scurata ogni circospezione, per lunghi giorni si soffermò. 
Berengario che dal vicino Tirolo adocchiava attenta^ 
mente l'Italia, e che aveva molti amici anche in Ve- 
rona e di alto grado, e fra gli altri Adelardo vescovo 
di quella città, avvisato delle maniere incaute ond'ivi 
trattenevasi l'imperatore Lodovico, la notte 19 luglio 

Anno del 906 accompagnato da valide schiere piombò im- 
provvisamente in quella città (2). Fu quegli ivi accolto 
con somma compiacenza dagli abitanti, e, quel che è 
più, ebbe ivi in mano l'altissimo suo rivale, V. imperato^ 
Lodovico: contro al quale procedette di una maniera 
che può dirsi severa insieme e dolce; volle punirlo, 
perchè aveva mancato di fede al giuramento datogli 
di non più tornar in Italia, e per questo gli fece trarre 
gli occhi; e volle d'altronde mostrarsi generoso verso 
di lui, e senza spogliarlo della imperiale corona, lo 
rimandò libero in Provenza al trono paterno. 

§ 3. Sbrigatosi così Berengario di quel potente na- 
vale, e ricuperato il trono d'Italia, diedesi a proteg- 
gere a tutt' uomo la giustizia e la religione, ed a prò- 



(1) Muratori, all'anno 905 dagli Annali cT Italia. 

(2) Galvaneus Fiamma; in Manìpulo florum, apud Muralo >\ 
tem* 11. Rer> Italie* 



LIBRO DUODECIMO ai 7 

curare una pubblica unione di sentimenti, perchè sa- — ■ — : - 
peva egli bene che nel T uuione è la forza, e che la *;£? 
forza è la garanzia la più potente della pubblica tran- anno 
quillità e del trono. Ma gli Ungheri continuarono fraU 9°"* 
tanto non solo a ripetere incursioni ne' paesi prossimi 
ai confini del regno italico, ma a minacciare ancora 
d'invaderlo tutto; uè avendo Berengario forze bastevole 
da attaccarli in campo, prudentemente comperonne 
1' amicizia a prezzo d' oro (1). La paura di que' barbari 
trasse gli italiani non solo a restaurare le fortificazioni 
antiche ed a gagliardamente munirle, ma ad erigerne 
ancora di nuove. Sorgevano allora castelli e rocche per 
ogni parte non solo del contado di Brescia, ma di tutta 
la Lombardia; e fino dentro le mura delia città face- 
vausi i grandi erigere torri fortissime, onde potervisi 
raccomandare a difesa all'occasione di qualunque siui- Ann# 
stro (2). Non era però lecito a chiunque di erigere 
luoghi forti a piacimento, ma era d'uopo ottenerne il 
permesso dal sovrano, cosa che rilevasi chiaramente dai 
diplomi di que'tempi: fra i quali mi piace citarne uno, 
per mezzo del quale il re Berengario concedette tale 
facoltà a Berta sua figlia badessa del monastero di 
santa Giulia di Brescia (3). 

I Saraceni continuavano frattanto a mandare a soq* 
quadro ed a sacco molte province dello ' stalo di Na- 
poli e di quello di Roma. Il pontefice Giovanui X 
commosso dalle sciagure di que'popoli imprese a pren? 
derne riparo : collegò per questo molti principi d'Ita? 



(1) Liutpraudus, Histor. Uh. 6 cap. 12, 

(2) Murator. AntiqniL Italie, toni, 2. DisserL 26 col. 4^4- 

(3) Diploma apud Maugariniuai , Buttar. Cassincns. tom. 3 
pai;. 40. 



912. 



31 8 LIBKO DUODÈCIMO 

aeggas ]; a ^ e gj; incitò a ripulsare quelle funeste masnade, 

®?PP Chiamò a quell'impresa Landolfo principe di Benevento 

anrjo ' e di Capua, Gregorio duca di Napoli, Giovanni da 

9 12 - Gaeta, Aiberico marchese di Camerino, e fra i moki altri 

il re d'Italia Berengario, al quale, perchè più di ogni 

altro lo interessava , siccome ne era di tutti il più 

potente, diede per incitarlo larghissimi doni., promise 

la porpora imperiale ed a lui minacciò l'inferno stesso, 

qualora non avesse ad aderire a' suoi eccitamenti (i). 

Solleticato dagli avuti doni e dalle prodotte esibizioni 
il re Berengario acconsentì volonteroso alle domande 
del sommo pontefice; e dietro a ciò ottenne solenne- 
mente in Roma la corona imperiale; indi congiunte le 
sue forze a quelle dei collegati, si spinse contro i Sa- 
Anno raceni, li battagliò, li percosse, e poscia senza frani- 
■ mettere ritardo tornò a Brescia ed alle altre province 

vicine, le quali erano per la paura delle orde ungariche 
agitatissime. E tanto trepidavano di quelle masnade, 
che siccome si è udito in altri tempi cantarsi dalie 
genti od inni alla vittoria o carmi amorosi o cantici 
di giubilo, non udivasi allora canticchiare da tutti, se 
non armoniche esclamazioni combinate in un ritmo, 
metro che allora accostumavasi, per le quali supplica- 
vano Dio, la santissima Vergine, il s. Tutelare e tutte 



(1) » Dona Duci (a Berengario) milfil sftcrh a 'verta ministrisi 
»» Quo memor extremi tribuni sua jura Dei, 
>« Romanis fovet Ausonia* quo numine terra$, 
* Imperli sumpluras eo prò munere sertum 
5? Solus et occiduo Cassar vocitandus in Orbe 
91 Talìbus evictus praecibus etc. — 

Ànonymus in Paneg. Berengarii> lib. 4* dpad Murai, lom. % 

nari, i, Rpr* Italie» 



LIBRO DUODECIMO 21 9 

le gerarchie celesti a proteggerli dalle incursioni degli ~ 
Ungheri (1). g^?; 

.§ 4- Vigoreggiava allora una pessima costumanza, e anno 
la era che i vescovi destinati dalla santa sede all'una 9 1 
od all'altra diocesi non potevano avere il consenso del 
sovrano di ascenderne la cattedra, se non lo marcavano 
a prezzo d* oro (2). Essendo mancato di vita a quei 
tempi Garimperto arcivescovo di Milano, ne venne eletto 
ci successore Lamberto; paventando quegli di commet- 
tere simonia, comperandosene dall'autorità secolare l'ap- 
provazione, tentò ogni maniera di schermirsene; ma non 
lo polendo, l'ansia del pastorale vinse gli stimoli dello 
scrupolo*, pagò ed ottenne. Come poi a quel nuovo 
arcivescovo pizzicassero l'animo solamente le colpe che 
danneggiano lo scrigno, e non quelle che offendono la 
fede giurata e minacciano la sicurezza dei troni; irri- 
talo del re Berengario cospirò contro di lui, e trasse 
alle sue trame Adalberto marchese d'Ivrea, Olderieo 
marchese e conte del sacro palazzo, Gilberto altro conte 
di alta potenza e molti altri signori, de' quali e per- 
duto il nome. Que'cpspiratori, de' quali era capo l'ar- 
civescovo metropolitano Garimperto, destinarono luogo 
delle adunanze loro e delle loro combriccole una casa 
poche miglia lunge da Brescia, la quale, secondo la- 
sciò scritto Ottavio Rossi, era a Cobiato (3), 



(1) Quel carme e rapportato da Muratori, Arili qui L Italie, 
Vissert. 1. 

(2) Liulpraud. Histor* Uh- a cap* i5. 

(3) Ottavio Rossi, Stor. Bresc. mss> all'ann. gii. — e Liut* 
prand. lib. i cap. ìG il quale però non iodica Còhiato. ma. din: 
Solamente,; in manie Brixiac. 



Anno 
9*2 1. 



*2o LIBRO DUODECIMO 

111 ■'■■— ■■ Radunatisi un giorno in quella casa e fatto consiglio, 

frop° dietro unanime deliberazione invitarono Rodolfo li re 

G C 

anno ^i Borgogna a reggere il trono d'Italia. Quel re do- 

9^i. minava a que'tempi ancora la Savoia, la Svizzera ed 
altri vicini paesi; e con quell'invito Io assicurarono 
che essi gli avrebbero procurato sicuramente il solio 
proposto. Il re Rodolfo sospinto dall'ansia di un altro 
e fioritissimo regno, ed incoraggito ancora dal pro- 
messo proteggimelo di Burcardo duca di Svevia, suo 
suocero, accettò assai volentieri quelle esibizioni. Ma il 
re d'Italia Berengario, che ospiziava allora in Yerona , 
ebbe secreto avviso di quelle occulte trame, e commosso 
^all'animo da quelle perfidie, raccomandossi a due ca- 
pitani Ungheri, i quali in quell'occasione seguitati da 
un forte distaccamento erauo casualmente presso di lui, 
e vi ci saranno stati, io credo, onde riscuotere la som?- 
ma annuale, per la quale avevasi Berengario mercata 
l'amicizia loro. 

Uno di que' capitani ungheri era detto Drusaeh, e 
l'altro Bugath; e dietro gli eccitamenti di quel prin* 
cipe que' due si addossarono l'impegno, purché fossero 
diretti da buona guida, di giugnere addosso e di ar- 
restare i cospiratori radunati a Cobiato. Indiritti da 
esperto indicatore giunsero quelli in breve e secreta- 
mente da Verona a Cobiato, circondarono la casa della 
combriccola, ma non vi poterono entrare ad un tratto, 
perchè quella era forte e chiusa; ed i radunati in 
quella, accortisi della minaccia, si erano per la più 
parte approntati a difendersi con l'armi. Successe ivi 
per questo un breve e vigoroso contrasto; e mentre 
continuavane il trambusto, lo scaltrissimo Adalberto 
marchese d'Ivrea colse il punto di tramutar vestimenti, 
?d iudqssò le divise di un servo. Sforzate finalmente 



)"2 I. 



LIBRO DUODECIMO ili 

ìe porte di quella casa, enlrarouvi furentemente gli' — 

Ungheri, massacrarono chiunque difend evasi armato, per- J"}°P? 
cossero, spogliarono e posero in ceppi quanti altri re- anno 
stavauo. Il conte del sacro palazzo marchese Olderico 9 2 
fu uno dei morti; il conte Gilberto ed il travestilo 
marchese d'Ivrea furono tra i prigionieri. Gli Ungheri 
dopo di avere pienamente depredata quella casa e 
fors' anco il paese presero le vie per Verona, onde 
presentare a Berengario i prigionieri, ed averne da quello 
uu prezzo relativo alla condizione de'medesimi. Percor- 
rendo la strada, l' accortissimo e trasfigurato marchese 
ci' Ivrea seppe dare si bene ad intendere ai due capi- 
tani ungheri Durach e Bugath , che il re Berengario 
non avrebbe dato che un miserabile premio per Y ar- 
resto di lui, perchè egli in fine non era che un misero 
servo, e che pel suo riscatto avrebbono potuto trarre 
una somma assai maggiore da un certo Leone di Cal- 
cinato, cui egli diceva essere suo parente. Adescati 
da tali speranze quegli avidi, si trassero un po'di via^ 
onde condurre quell'infinto servo a Leone da Calcinato* 
Non era già quegli parente del marchese, ma lo co- 
nosceva pienamente, perchè era stato per lunghi anni 
suo domestico. Leone che era uomo di finissimo accor- 
gimento, udite appeua le parole del marchese, che il 
salutò dicendo: caro cugino, son prigioniero, mi rac* 
comando a te, comprese pienamente il tutto, diede da 
bere agli Ungheri, trattò il marchese come fosse vera- 
mente suo cugino, e siccome era quegli in figura di 
servo, con tenue somma lo riscattò. 

Il conte Gilberto, altro de' cospiranti, fatto in quel- 
l'occasione prigione dagli Ungheri, fu da quelli inte- 
ramente spogliato delle doviziose sue vestimenta, e mal 
coperto le spalle e senza calzoni che lo coprissero, fu 



&*- 



LIBRO DUODECIMO 
11111 ^ da quelli presentato al re Berengario, il quale riscat- 
ti ';' tollo; e rimprocciatagli poscia la fellonia commessa, 
lo fece vestire di addobbi acconci al suo grado, poi 
senza pure obbligarlo ad alcun giuramento di fede, 
tornollo a libertà. Pagò ben presto il re Berengario la 
pena della soverchia sua indulgenza. Sciolto appena 
dai ceppi quel tristo conte, e per caritatevole liberalità 
decentemente ricoperto le membra, salutato con motti 
infinti il clementissimo principe che a lui era stato si 
largo di indulgenze e di provvigioni, si spinse rapida- 
mente ìq Borgogna, dove eccitò così vivamente e cosi 
accortemele il re Rodolfo a tentare il conquisto d' Ita- 
lia, che dietro i suoi consigli accettonne quel principe 
T impresa, la mosse, e nell'autunno dell'anno stesso 
aveva già espulso il re Berengario da circa due terzi 
di Lombardia (i). 

§ 5. Giunto quel re Borgognone a Pavia, Venne 
tantosto dagli ottimati acclamato re d'Italia (2). Be- 
rengario stanziava intanto in Verona, dove studiavasi 
di raccogliere armati, onde sostenere colla forza i suoi 
diritti e ribattere l'usurpatore del suo regno. Non tra- 
passarono lunghi mesi, che que' due il giorno 22 del 
luglio 923 fra borgo s. Donnino e Piacenza si azzuf* 
iarono rabbiosamente, ed ivi dopo lungo e sanguino^ 



(1) Danuolus, in C (ironie apud Murai, tom. 12. Rer. Italie. 
così lasciò seri ilo: Roduìphus Regnurn Ilaliae obtmuU ami. 
Doni. ()'2i qui invititus ah Itali cis in Lombardi' mi venit, et 
'Jlerengarium Regem bollando vicit. 

(1) Fiodoardus, in Chron. apùd Du-Cheshe toni. 1. Rerum 
F rancico rum; così si esprime: Berengario, Regno ab Optimatibut 
suis deturbato, Roduìphus Cisalpìnae Galuae Rene ab ipsis iti 
Ili., nttm admitlitur. 



Li MIO DUODECIMO I*J 

dissimo conflitto, Berengario rimasto soccombente fu ' ■- 

costretto a fuggire od a ritirarsi a Verona (i). P°P° 

Abbattuto quel principe dalla avversa fortuna , di- anno 
sadatto a difendersi più lungamente da se solo, e sdegnoso 9" J * 
ancora di cedere al contrastante il trono, sospinto dalla 
necessità e dall'ira, passò ad un eccesso, e chiamò a 
soccorso quegli Ungheri stessi, cui per lo innanzi aveva 
affaticato e speso gagliardamente per averli lontani. 
Q uè' tremendi avventurieri accettarono gioiosi l'invito 
del re Berengario; discesero a luughe ciurme in Italia, 
e per commissione di quel re mossero verso Pavia (2). 
Àddrizzandosi verso quella città attraversarono gran 
parte del contado di Brescia, e come quello fosse paese 
di conquista, ne maltrattarono gli abitanti ^ ed avida- 
mente ne spogliarono gli averi; e quantunque fosse 
questa una provincia con essi loro confederata, ne man- 
darono a fiamma moltissimi luoghi, e fra gli altri il 
monastero de' padri benedettini da Pedergnaga, il quale, 
secondo lasciò scritto Ottavio Rossi (3), era stato isti- 
tuito dal restauratore del claustro di Monte-Cassino, 
monastero, che dopo quella orrenda devastazione è an- 
dato un po' alla volta a perdere la memoria, non solo 
dell' altissima distinzione della quale godeva, ma per- 
iìno di essere mai stato e frequentato. 

Per essersi il re Berengario raccomandato alla pro- 
tezione di que'barbari, lo abbandonarono perfino i suoi 
più cari, sicché tutti lo abborninavano e bulicavano per 
ogui parte congiure contro di lui, e per una di quelle 

(1) Liutprand. Histor. lib. 1 cap. 17. 
(a) Frodoardus, in Chronic. ubi sup. 

(3) Olt. Rossi, Stor. Brcsc. mss. f. gì e <j4- Ex excerptis 
Zambonii, pag. 18 et i\) voL 1 Miscellanea rum. 



aa4 LIBR0 DUODECIMO 

venne massacrato proditoriamente a Verona da una 

Doyo fcriorata condotta da uno stesso suo compare. 
G.C. ° . . * ■ . « 

anno Per alcuni pressanti affari erasi allora il re Rodolfo 

92*. tradotto in Borgogna; e gli Ungheri frattanto giunsero 
sotto Pavia, ne desolarono barbaramente i dintorni, 
strinsero di assedio quella sciagurata città, la manga- 
narono, l'anelarono, ed aperte le breccia la ebbero 
d' assalto, e vi entrarono con tanta rabbia (1), che pri- 
ma massacrarono ed il presidio e la popolazione, indi 
depredarono tutto, e quella preda fu immensa, perchè 
immense erano allora le dovizie di quella metropoli, 
data poscia mano al fuoco, la incendiarono. Dopo uà 
tanto orrore non diedero quelle orde addietro per ri- 
tornare ne' loro paesi,* della qual cosa questa e le pros- 
sime province ringraziarono Dioj ma sempre massa- 
crando e depredando sempre, traversarono l'Insubria, 
indi lo stato del Piemonte, e valicate le Alpi, discesero 
in Francia per isfogare le perfidie loro ancora in quella 
nazione; ma siccome i Francesi non erano disgiunti per 
dissenzioui patriotiche, come lo erano gli italiani, per 
questo gli attaccarono con forze unite, li percossero ga* 
gìiardamente in varii attacchi, e finalmente presso Nar-» 
bona pienamente li dissiparono (2). 

§ 6. Liberate di tal maniera queste province dalle 
devastatrici orde ungariche, e tolto ancora di vita il 
e Berengario II, Rodolfo tornò dalla Borgogna in Ita- 
lia, e senza contrasti ne ebbe pacificamente quasi tutto 
il regno» Qui egli donava agli uni quanto rapiva agli 



(1) Usta est ìnfeli.r, olirti formosa Papia, Ann* D. Incar. gii 
4 tdus Mariti Indici. xn. Feria 6. hor* 5. Liutprand. Histvt\ 
ììb. 3 cap. I. 

{•2) Liutprand. ibid* 



LIBRO DUODECIMO «5 ^__ 

altri; regalava i suoi vassalli ed i più distinti suoi 
aderenti di ampie giurisdizioni e di larghissime possi- "r?? 
deuze non sue: fra i quali suoi tratti mi credo iu de- anno 
Dito di ricordare il seguente. V imperatore Carlo Magno 9 2 i* 
aveva donato al monastero di Leno la cospicua terra 
di Sabbiouetta, ed aveva garantita quella sua donazione 
con un diploma dato in luce dai raccoglitori degli atti 
di quel cenobio i padri Lucili e Zaccaria. I Benedet- 
tini di Leno da i3o e più anni godevano pacificamente 
la signoria feudale di quel grosso paese, quando il rè 
Rodolfo, nulla curando la donazione di Sabbionetta fatta 
loro formalmente, donò Sabbionetta ad Aicardo vescovo 
di Parma (i). Trascorrendo però gli anni, i monaci di 
Leno ricuperarono i loro diritti sopra di quel paese 5 
come ne lo assicurano alcuni diplomi imperiali di epoca 
posteriore (ia). 

Il carattere ineguale del re Rodolfo staccogli fra noti 
molto T animo degli italiani. Delle quali cose accortosi 
Ugone marchese di Provenza, siguore pieno di accor- 
gimento, di gentilezza e di cupidigie, deliberò di gio- 
varsene; e tratti al suo partito Guido duca di Toscaua^ 
Ermengarda vedova del marchese Adalberto d' Ivrea, che 
era considerata l'Amazzone del suo secolo, e dietro al- 
cuni stratagemmi, quasi tutti i grandi d'Italia, gli ad- 
dusse tutti, a dare le spalle a Rodolfo, ed a chiamar 
lui medesimo al trono italico. Sbigottissi Rodolfo di 
tali sinistri} e datosi alla fuga, rivalicò le Alpi e ri- 



(1) Ciò è garantito da un diploma pubbl. da Ughelli, ItaL 
Sacr. tom. i in Episc. Parmensibus vili. Id. Octob. dccccxxiv\ 
Papiae. 

('2) Que' diplomi sono stati pubblicati primo dal P. Luchi, 
indi dallo Zacciicria. 

Voi.. H. i5 



**6 LIBRO DUODECIMO 

~"" "" ^-'- fuggissi in Borgogna. Il marchese tigone frattanto par- 
^°P° titosi sopra un vascello dalle costiere di Francia venne 

(.7. 0. - , r ». . . 

anno ad approdare a risa; e quasi portasse a queste regioni 
9 Q 4» un secol d'oro, fu ospitalmente incontrato dagli am- 
basciatori del pontefice Giovanni X, e da quasi tutti 
i principi italiani. Passò quegli allora seguitato da 
splendidissimo corteggio da Pisa a Pavia, dove gli ot- 
timati raccoltisi a congresso, lo acclamarono re d' Ita- 
lia; e poco dopo nella basilica di s. Ambrogio di Mi- 
lano ne venne ancora dall' arcivescovo Lamberto coro- 
nato (i). Continuò per alcuni anni Rodolfo a regnare 
k da se solo in Italia: poi onde assicurarne a'suoi discen- 

§3i* denti la successione, destinò suo compagno al trono il 
figlio Lotario. 

§ 7. Ugone e Lotario suo figlio tennero allora per 
lunghi anni il regno italico, e paventosi frattanto gli 
abitanti le province lombarde e singolarmente i Bre- 
sciani, che gli Ungheri avessero a ripetere qualch' altra 
incursione, non perdettero tempo in riattare le vecchie 
castella e ad erigerne di nuove, onde potersi all'uopo 
raccomandare in quelle a difesa. Secondo ne ricorda 
Ottavio Rossi, si riattarono allora nel contado di Bre- 
scia la rocca Àgliana di Manerbio, della quale più non 
bimane vestigio, ma che ha dato il nome alla contrada 
campestre detta presentemente i Roccagnani; si riatta- 
rono i castelli di Gambara e di Maderno che appar- 
tenevano al monastero de' Benedettini di Leno, si riat- 
tarono quelli di Montechiaro, di Mezzane, di Bagnolo, 
di Volungo, detto allora Lavellungo, di Casalalto, di 
Moso, ehe appartenevano a que' tempi al contado di 



(1) Sigonius, Ve Regno Italie. Ub. 6. 



LIBRO DUODECIMO 227 

Brescia, quelli di Capriolo, d'Iseo, di Rogno, di Mon- ^~* fi 
tecchio, di Breno in Valcamonica, di Padenghe iu Ri- J-?°P° 
viera, e molt' altri uelle valli Trompia e Sabia, dei 
quali non hanno i cronisti conservato il nome (1). 

Le nuove fortificazioni poi che allora si costrinsero Anno 
furono il castello di Leno, del quale mi sono prestato 
anch' io a procurarne Y appiauameuto delle fosse, rese 
ornai inutili ed insalubri, e le trinciere e le paliz- 
zate intorno a Gottolengo; le quali due opere furono 
eseguite per commissione ed a spesa dell'abate Don- 
niuo di Leno (2). 

Era quell'abate di assai bell'animo, di meute ac- 
corta, e colto per quanto que' ferrei tempi lo conce- 
devano. Seppe quel monaco trovar la maniera, la quale 
fu profondendo oro a larga mano, di cattivarsi gli Un- 
gheri, e di potersi assicurare che non gli avrebbono 
recata alcuna molestia (3), Per esserne però quegli più 
validamente guardato, assoldò una schiera tedesca ca- 
pitanata da un nobile di Nordingen, città della Svevia, 
sedici leghe al nord-ovest di Augusta. Quel capitano 
era detto Àusilao (4), e pei servigi da lui prestati al- 

(1) Ottavio Rossi, Slor. Bresc. mss. ex exeerptis Zambonii* 
ubi siip- 

(2) His diebus Jbbas Basilicae Leonensis nomine Vominus, 
vir erudi tus, omnique bonllate circumspectus, ipsìus E ce lesine 
Monasterium ob mctum Ungarorum turribus , ac moenibus 
cinxit; GoUolcngum etiam forti vallo munivit. Malvelius, Di» 
stinct. VI cap. 6. 

(3) Veruntamen Ungaris tanta amicitia copulatus est, ut 
nulla prorsus ab eis detrimenta susciperet. Malvet. ibid. 

(4) Si incomincia a tradii r in Italia alcuni Capitani Tede* 
sebi. Nel Bresciano ci venne particolarmente Ànsilao dì Gam» 
baro, conte di Norlinga, chiamato da Donnino abate e conte 
di Leno. Ott. Rossi, Stor. ' tit. pag. 96. 



$»8 LIBRO DUODECIMO 

.." l'abate Donnino ebbe da quello in premio larghissima 

Dopo possidenze, fra le quali la giurisdizione- feudale del 

anno* P aese &* Gambara (i). Non che gli abati di Leno aves- 

9^ sero la facoltà di istituire nuovi feudatari^ dietro però 

il consenso imperiale potevano cedere ad altri i diritti 

de'quali essi erano- investiti. 

Continuavano frattanto gli Ungheri le incursioni fa 
Italia; ma o lo facessero perchè compri co! l'oro dai Go- 
vernatori di questi paesi} o perchè ben sapessero che 
qui si erano preparate forze valide a ribatterli, mos- 
sero per altra parte, e discesero a devastare le pro- 
vince napoletane (2). 

§ 8. Il re Ugone, che innanzi di avere il trono d* Ita- 
Inno ™* aveva saputo allettarne principalmente i grandi, 
f)i°< usando maniere gentili e liberali, non tenne egual ca- 
rattere dopo di averne conseguito il solio; cosicché 
que' grandi medesimi che gli avevano procurato il re- 
gno italico, indispettiti di lui, cominciarono a cospi- 
rarne secretamele la perdita. Quello scaltro ne sospettò 
e procedette severamente contro alcuni supposti com- 
plici di quelle trame. In quell'occasione decise di far 



(1) Iluic enim (cioè ai cap. Atisilao sop. indie.) ditti Coe* 
nobii Abbas Gambaram in feudurn contulit Porro ab isto gè* 
neroso milite, progenie* Nobilium de Gambara originem trax'tt. 
Malvet. Disi, vii cap. 7. — Domninus Leonensis Abbas, ut 
se et ab ht> stilliti inctirsionibus tue retar . ... coortem ex Qer* 
marna Gambaro in eorum Praefecto in auxilium vocat, cui in 
agro Brix, vicum, cum multis et lalis praedìis adjacentibus 
dono dedit. Hi e fami li ae Gambarae in urbe nostra nobili ae 
illustri nomea dediti et a suo nomine vicus ei donatus, Gam* 
bara vocitatus fuit. Così lasciò scritto Camillo Maggi, Stor. 
mss. ex excerptis Zambonii, voi. t.fk 23. 

(1) Leo Ostiensi*, in Chvonic. lìb. 1 cap. 55. 



LIBRO DUODECIMO 1*9 

trarre gli occhi a Berengario marchese d'Ivrea; quel =^=^5 
signore uè ebbe a tempo l'avviso, fuggì rapidamente, 5°8? 
e rifuggissi in Germania presso al re Ottone, al quale anno 
$i raccomandò fortemente. Quel re io accolse con una 9*° è 
ospitalità singolare (i). Le gentil issi me accoglienze usate 
dal re Ottone al marchese d' Ivrea Berengario, spauri- 
rono di molto il re d' Italia Ugoue, sicché stava quegli 
trepidando ad ogni istante che l'emigrato marchese 
scendesse d' Alemagua con un esercito di tedeschi a de- 
bellarlo. Ma poiché il re Ottone aveva in que' frangenti 
impegnate altrove le forze, fu costretto a ritardare per 
alcuni anni al marchese Berengario i domandati soccorsi. 
Il re Ugone frattanto angariava di ogni pessima ma- 
niera le province italiche, le opprimeva crudelissimo; 
e, di che più si stomacarono fra gl'Italiani i più 
distinti, quel re destinava ad occupare gli uffici so- 
lamente genti straniere (-2). Lentamente però si andò 
maturando la pera, ed il marchese Berengario pei sen- 
tieri del Tirolo calò dall'Alpi, seguitato da brevi ma 
valide squadre, e tali che bastavano ad espellere dal 
trono uu re, che pei mali atti erasi tratto addosso il 
pubblico abbonamento. Trento, Verona, Mantova, Mi- 
lano e quasi tutte le città di Lombardia si diedero 
sollecitamente al marchese Berengario volonterose. Rac- 
conta Liutprando (3) che in quell' occasione abbia scac- 
ciato Giuseppe dalla cattedra vescovile di Brescia , e 
che gli abbia surrogato Antonio- uon devesi però pieua 
fede ad un tale racconto, primo perchè Liutprando ne 
]ia spacciate anche molt' altre di grosse (4)> secondo 

(1) Liutprandus, Hìstor. lib> 5 cap, 4 et seq. 

{1) Muratori, AnnaL lom. 5 f. ùi^. Ediz* dì Lucca» 

(3) Liutprand. Histor. Uh. 5 cap. i3. 

14) Veggasi la Prefazione di Murat. al tom. 1 Rcr. Italia. 



Anno 
945. 



2 3o LIBRO DUODECIMO 

■"■■«"■'■ perchè il vescovo Giuseppe reggente la chiesa bresciana 
Dopo ;,j quell'epoca non è pur nominato in alcuno dei più 
auno accreditati cataloghi de* prelati bresciani (i). 
y45. § y # Mosse allora il marchese Berengario a Milano, 

dove giunto appena, gli Ottimati si raccolsero a par* 
lamento , e dietro comune suffragio deposero Ugone 
dal trono italico, ne confermarono la corona al giovi^ 
netto suo figlio Lotario, e di quello raccomandarono 
al marchese Berengario la tutela. Il deposto re Ugone 
avvilito, ma ridondante d'oro, tornò in Provenza, dove 
raccontasi che poscia egli siasi fatto monaco (2); suo 
figlio Lotario conservava il nome di re d'Italia; ed 
il tutore di lui il marchese Berengario ne reggeva a. 
pien talento la somma delle cose. Dispensava quegli a 
larga mano a' suoi aderenti abbazie, commende, giu- 
risdizioni, dignità e titoli di ogni sorta; e di quella 
maniera, senza donare il proprio, mercavasi con molto 
prezzo Y animo de' potenti. 

E ricordata ancora una tremenda epizoozia che mandò 
a morte in quegli anni la maggior parte de 5 buoi, e 
che non imperversò solamente per le stalle bresciane, 
Anno ma per quelle ancora di tutta Lombardia, d' Italia e 
P*' f di molt' altre regioni (3); e poiché le sciagure sogliono 
andar quasi sempre accompagnate, lunghe orde di Un- 
gheri condotte da un certo Tassi discesero allora daU 
l'alpi Carniche, le quali dopo di avere depredato e 
desolato molte province venivano approssimandosi ai 
confini bresciani. Al Fattodo del regno italico, cioè al 
regio tutore Berengario , non bastò l' animo , e lo fu 



\i) Gradenigo, Brix. Sac. pag. i45 et scq. 

(1) Leo Ostiensi s, lib. 1 cap. 61. 

(3) Lupus ProLospata, apud Marat' toni* 5 Rer. Italie. 



LIBRO DUODECIMO »3i 

probabilmente per deficienza di posse, di spingersi col- ^^^2! 
l'armi a ributtare quegli invasori; comperonue però il v< } po 
ritorno ne' loro paesi a prezzo d'oro. E fu allora che auua 
quegli impose e riscosse sollecitamente uu gravissimo 947* 
tributo, che spogliò i templi delle suppellettili più 
preziose ? e che a detta di Liutpraudo suo segretario, 
ii quale fu poscia eletto vescovo di Cremona, ne trasse 
un tanto peculio, che non bastò solo a rimandare ad- 
dietro paghi gii Ungheri, ma a riparare ancora alle 
deficienze dell' esausto suo scrigno, 

Agitato quel marchese da una violentissima ambizione 
non sapeva chiamarsi contento di essere semplicemente 
il dominatore del regno italico, non essendone citato 
delle reali insegue: e perciò mentre tutelava il giovi- 
netto re Lotario, ne invidiava ansiosissimo lo scet- 
tro. Quel sovrano pupillo aveva sposata di fresco 
la principessa Adelaide, saggissima ed avvenenlissima 
figlia di Rodolfo II di Borgogna; e mentre scrollo da 
ogni fastidio trapassava con la regia uovizza i giorni 
beati, il suo tutore Berengario lo fece avvelenare (i).. 
Raccoltasi poco di poi la dieta generale degli Ottimati 
in Pavia, non senza occulti maneggi il marchese Be- 
rengario ed Adalberto suo figlio furono acclamati re Ann» 
d' Italia, e nella basilica di s. Michele ivi ne ebbero J ^' 
la corona (2). 

§ io. Colpa adduce a colpa, e la frequenza di quelle 
adduce a delitti: e come si esprime Savioli 

« Schiera di lievi agevola 
»» A gran delitti il guado: 

(1) Liutprand. Hist. Uh* 5 cap» i5. 

(•i) Berengarius quidam Princeps Paline, vene/io, ut dicitur, 
ficcato Lotario Re gè Ugonis filio, Kcx italiae effkilm. Fiu- 
doardus in Chronic. 



*3 2 LIBRO DUODECIMO 

g "— -*!! 1 IJ nuovo re Berengario sospettoso che la vedovella 
D"po Adelaide, giovinetta di appena diciannove anni avesse 
inno a rimaritarsi ad un qualcheduno capace di veudicare 
S£ty le scelleratezze altissime, onde l'aveva percossa, ai quali 
sospetti lo incitava ancora Guilla sua moglie, che era 
la pessima di tutte le perfide, fece arrestare a Como 
la sgraziatissima principessa Adelaide, se la fece tra- 
durre a Pavia (i), dove ed egli e Guilla sua moglie 
}a trattarono così aspramente, che dopo averle levate 
di propria mano e le gioie ed ogni altro ornameuto, 
dopo di averle strappate crudelmente le chiome e(J 
usatole ogni insulto immaginabile (2), datale a compa- 
gna una fantesca, la fecero con quella tradurre e 
racchiudere nel castello di Garda, che pende alle 
sponde orientali del lago Benaco (3). 

Ivi era racchiusa quella misera, e da già quattro 
illesi pascevasi di lagrime dentro orrido carcere, quando 
un prete di Lonato che aveva nome Martino, conscio 
della tragedia, e spinto da una vera commiserazione, 
si trasse una notte con alcuni compagni a Garda, ruppe 3 
Dio sa come, i cancelli di quella torre, ne trasse la 
principessa Adelaide e la sua fantesca; e date ad am- 
bedue vestimenta virili, sollecitamente le condusse a 



(1) ? . XII • £AL • MAH 
-CAPTA ■ EST • ADELAIDIS • IMPERATRIX 

» CVM5S • A • BERENGARIO ■ REGE 
" Xlll • KAL • SEPTEMBR • etc. 
Marmo eretto nelle cattedrale di Treviri, rapportato dal Ero- 
wero, Annoi* Trevi r. Uh. 9. 

(2) Odilone, ab. di Clugny, in vita $, ddelhaidis, prodotta 
dal Canisio. 

(5) Donizone, in vita Mathiidis, Uh. 1 presso Murat. lom. 5i 
Eer. Italie. 



LIBflfl DUODECIMO *33 

nascondersi dentro una folta di canneti lungo le sponde 535W 
dei lago (i). Ivi Adelaide pregò don Martino di avvi- J?°PJ 
sare Adelardo vescovo di Reggio de' casi suoi; e quel anno 
buon prete dopo ayerla raccomandata ad un pesca? 9$°° 
tore suo amico, perchè la avesse a tenere secretarnente 
provveduta del necessario, mosse a piedi rapidamente 
a Reggio, riferì a quel vescovo le strane yicende della 
principessa Adelaide; e quel prelato Io munì di una 
lettera indiritta ad Azzo di Canossa, che fu il bisavolo 
della contessa Matilde, ed a quello lo addrizzò. Quel 
buon prete, come avesse le gambe di un cervo, volò 
ad Azzo, e quegli, uditi i suoi racconti, refìciollo in 
fretta, indi provvedutolo di un buon cavallo se lo prese 
per guida, e scortato da un valido drappello di ar- 
mati andp ad Adelaide, la trasse dal cannetajo, e 
di là condusse e lei e don Martino e la fantesca a luogo 
di salvamento. Menò tanto rumore per tutjta Italia e 
per le vicine nazioni la prigionia e la fuga di Ade? 
laide dalla torre eli Garda, che il Renaco fu poscia 
detto comunemente Lago di Garda, 

§ il. Infuriò Berengario per essergli Adelaide scam? 
pala di mano; ma nou sapeva scoprire traccia alcuna 
di lei. Ed Azzo da Canossa intanto ed il vescovo di 
Reggio avvisarono di tutto il re di Germania Ottone, 
ed è probabile che lo abbiano ancora eccitato a dir 
scendere in Italia. Quel re, al quale spiacevano alta» 
mente le crudeltà di Rerengario, e che sospirava forse 
ancora il dominio di queste province, raccolto un buon 
(esercito, calò di Germania per le vie di Trento, e senza 
scontrare opposizioni giunse a Pavia, Berengario, -sua 

(0 Veggasi l'operetta intitolata D$ Gestii Oddonis, dellsf 
monaca poetessa Rosvida. 



5 34 - LIBRO DUODECIMO 

. _ m gll^ ed i suoi figli fuggirono e si nascosero; ed Ot- 

^P toue da una dieta di Ottimati raccoltasi tantosto in 

c c 

«inno quella metropoli venne acclamato re d' Italia ; e fatta 
9^i. ivi chiamare la vedova giovinetta Adelaide , quan- 
tunque discretameute provetto, pure esseudo egli ve- 
dovo, la sposò. E chiaro da' suoi diplomi (i), che Ot- 
tone si fermò in Pavia circa due mesi; indi avvisato 
che suo figlio Landolfo era vivamente indispettito pel 
suo nuovo matrimonio, e che tentava di mettere a ri- 
volta gli stati germanici, lasciato suo genero Corrado 
duca di Lorena a fungere le sue veci in Italia, tornò 
con la novella sposa in Àlemagna. 

Non tutto il reguo italico erasi in queir occasione 
sommesso al re Ottone, ma solo Trento, Verona , Bre- 
scia, Pavia ed altre città, per le quali era egli passato 
nello scendere in Italia od in tornare in Lamagna, Ap- 
pena quegli seguitato dall'esercito allontanossi da que- 
ste regioni, Berengario usci dai nascondigli, ma tem- 
perate per la paura le ire, non osò raccomandarsi al- 
l'armi, onde ricuperare il perduto: procuratasi però 
scaltramente e compra fors' anco a largo prezzo, sic- 
come è fama, Y amicizia del duca di Lorena governa- 
tore di queste province, il genero del re Ottone Cor- 
rado; ed ottenuto ancora un generoso perdono dalla 
clementissima regina Adelaide (2), garantito da una 



(1) Ciò è confermato da un diploma del re Ottone che ha 
Ja data VI Id. Octob. DCCCCLI pubbi. da] Tatti, innati Sacr. 
di Como, torti» 1. Dì un altro di egual data prodotto dal Pu- 
ricelli, Monumenti della Chiesa Ambrosiana, n* 172, e da un 
altro ancora rapportato da Muratori, AntiquiL Italie* Dissert. 65. 

ip) Ditmarus, in Chronic lib. 2: Reginae iram (cioè di 
Adelaide ) supplici venia pìacavit. 



LIBRO DUODECIMO s35 

carta di salvocondotto, accompagnato dal figlio Adel- SHHSH 
berlo, e dallo stesso duca governatore Corrado, si trasse |; P? 
in Germania ad implorare perdono da Ottone. Quel re anno 
lo tenne lunghi giorni sospeso: poi lo rimise alla dieta 9 Jl » 
che era per raccogliersi in Augusta; e da quella Be- 
rengario e suo figlio Alberto furono confermati re 
d' Italia, dipendenti però e vassalli del re germanico 
Ottone: perlocchè furono obbligati a presentarsi a lui 
per riceverne lo scettro e per giurargli sommissione e 
fedeltà (i). 

§ 12. Cominciarono da quel giuramento i diritti dei 
re germanici sopra l'Italia; anzi dietro ancora quel« 
V atto di dipendenza non furono a Berengario e ad 
Adalberto restituite tutte le province che essi regge* 
vano per lo innanzi. Ottone riserbò all' immediata sua Armo 
dipendenza quelle che si estendono fra l'Alpi ed il Po * ■ 
e ad oriente del ^lincio, trattone il breve spazio che 
allora apparteneva alla repubblica veneta; ed indirizzò 
suo fratello Enrico a reggerne il governo (2). Tornati 
Berengario e suo figlio Adalberto in Italia, non più 
indipendenti, ma vassalli, ripresero quella affreoaU 
autorità che le vicende sofferte loro concedevano; e sic* 
come attribuivano ai grandi del regno la causa del lo» 
VO degradamene), tutti gli odiavano, gli abborriyano tutti; 



(1) 11 vescovo di Cremona e segretario di stalo Liutprando, 
nell'opera De Legationibus lasciò scritto: Be re rigavi 11$ et 4 del- 
bertus sui milite* , cioè Vassalli , effetti Regn- Italie, sceptro 
aureo ex ejus manii susceperunt, et jurej 'mando /idem prò-? 
miserunt. 

(2) Regine se per omnia in vassalitium dedìt dominalìoni, 
et Italiani iterimi cum grada et dono Begis àccepii regendam. 
Marca tantum Ver ori* et Aquile}, excipitur, quae Hcnrico fra* 
ivi committitur. Gontinualor. Reghinoiiis, in Chronic, 



*36 LIBRO DUODECIMO 

inriii ■■■ ma ] a p aura dell'alto dominante Ottone li costringeva 

Dopo a soffocare nell'animo la stizza (i). 

piino Frattanto Adelaide diede alla luce un figlio, il quale 

IP 2 * dal nome del padre venne detto anch' egli Ottone; e 
siccome era allora pubblica voce, che Ottone Magno 
fosse disposto a dichiarare suo successore quel pargo- 
letto, perchè gli era nato mentre era re, ad esclusione 
di Landolfo avuto dalla prima sua moglie Editta, nato 
quando non aveva ottenuta ancor la corona: tanto Lan- 
dolfo ne indispettì che collegatosi con altri principi 
ruppe guerra al padre, Berengario allora non più pa- 
ventoso di Ottone, perchè sapevalo impegnato ad a£» 
frenare le turbolenze del suo stato, diede sfogo all' ire 
che gli covavano nel!' animo: e poiché aveva alla fine 
scoperto che Azzo da Canossa aveva avuto gran parte ìq 
levargli Adelaide di mano (2), si spinse contro di lui 
di maniere violentissime. Ma Azzo aveva ben munito e 
di provvigioni e d' armi il suo castello; ed era allora 
Cauossa una fortezza che non potevasi vincere che per 
la fame. Avvampante Berengario dall' ira, la cinse di 
assedio, e mentre passavano inutilmente gli anni, ed 
egli indefesso sforzavasi di stringerla quanto più for- 
temente poteva, Landolfo il figlio che si era rubeU 
Jato ad Ottone Magno, invocata la sua clemenza, oU 
tenue perdono. Frattanto gli italiani ripetevano conti- 



(1) Episcopos 3 et Comites, ccterpsq. Ita fi ne Principe s, om? 
nesque eo$ odiis et ini mici tiiSj etc. idem, in Chronic. 

{1) Ottavio Rossi, a fòg. 97 della sua Storia mss. come ri- 
levo dalle Miscellanee di Zamboni, voi. I ha scritto che il ve- 
locipede Don Martino non abbia già condotto Azzo da Ca» 
npssa a trarre Adelaide dal sopra esposto canneto, ma da 
wna boscaglia di Venzaco sul tener di Lonato. 



LIBRO DUODECIMO *3? 

ttùc suppliche ad Ottone., pregandolo di accorrere a li- 
berare T assediala Canossa; e la stessa sua moglie Ade- |^ Pf 
laide ricordevole dei benefìcii avuti dal conte Àzzo, non anno 
mancava ella ancora di sospingervelo a più potere. 9^* 

Non essendo però quegli in grado di poter calare 
personalmente in Italia, spedivvi in sua vece suo figlio 
Landolfo seguitato da una valida armata; e Berengario, 
inteso appeua che quel priucipe era disceso dall'Alpi* 
e dopo di avere traversato il veronese, stava colle sue 
genti varcando il Po, sciolse spaurito Y assedio di Ca- 
nossa (1), ed andò rapidamente a rifuggirsi nel for- 
tissimo castello di s. Giulio sul Novarese, circondato 
dall'acque del lago d' Orta (2). Landolfo allora s'in- 
signorì di Pavia e della maggior parte delle province 
del regno italico (3); ed ebbe la sorte ancora di avere Anno 
prigioniero Berengario, perchè tradito da' suoi. Egli 9° 
però, che era di spiriti elevati, considerò essere viltà 
il giovarsi del tradimento che Berengario aveva sofferto 
da' suoi, e con. un tratto generosissimo toruollo a li* 
berta, Non ebbe però Landolfo la sorte di sopravvivere 
a lungo a' suoi conquisti e ad un' azione così generosa} 
perchè nel declinare dell'anno medesimo morì di ma- 
lattia naturale a Plombia sul Novarese (4). 

(1) Per quanto assicura Donizone, Vita Mathildis, ìib* i 
enp. 1, l'assedio di Canossa era stato continuato semis simul 
et tribus annis. 

(1) Berengario fuggito dall' assedio di Canossa scampò a 
prendere rifugio dentro un castello, quod dicitur scindi Julii* 
Àrnulphus, Histor. MedioL Ub. i cap. 6. 

(3) Totius pene Italiae possessor efficilur. Continuato? Re- 
gh i noni s, ubi sup. 

(4) Continuat. Regh., in Chronìc. scrisse che Landolfo morì 
jebre correptus; ed Hermanno Contralt. ha aggiunto che ciò 

avvenne apud Plumbiam. 



a38 LIBRO DUODECIMO 

■ g 1 3. Mancato di vita il principe Landolfo, le schiere 

Dopo c j ie ] avevano accompagnato tornarono in Germania; 

anno e Berengario ed Alberto suo figlio riacquistarono in breve 

9$& ] e città e le province che si erano staccate dalla di- 
pendenza loro: ma non le seppero governare di maniera 
da procacciarsi la considerazione e la benevolenza dei 
popoli. Non erano i raziocinii e le giustizie, ma le cupi- 
dizie ed i capricci le scorte loro; e, secondo lasciò 
scritto Muratori (i): se non vendevano le chiese per 
danaro, le davano nondimeno in pagamento della 
servitù prestata o da quelli che le ricevevano o dai 
loro parenti, e non a scelta del vero merito. Ed ag~ 
giugne Liutprando (2), che Berengario ed Alberto non 
regnavano l'Italia, ma la opprimevano con ferocie e ti- 
rannie; e se pure segnavano alcuna volta un qualche 
diploma, dal quale spirasse un po' di giustizia, lo ven- 
devano a peso d'oro. E poiché avevano quelli promul- 
galo un editto, col quale commettevano che tutti i ve- 
scovi e gli abati del regno dovessero da loro ricevere 
le investiture delle chiese e delle possidenze a quelle 
appartenenti; cose però, siccome ha osservato Ottavio 
Rossi (3), che quelli non avranno rilasciate gratuita- 
mente ; per questo è da credersi che anche 1' abate 
di Leno Donnino, quando presentossi a que'principi in 

.Anno y er0Da ^ ec j il dì i3 gennaio del g5j da quelli ottenne 
un diploma (4), pel quale confermavano al suo mona- 



(1) Muratori, Ànnah toni, 5 f. 354 ed. di Lucca. 

(1) Regnantibus, immo s devienti bus in Italia, et ut verius 
fateamur, tyrannidem exercentibus Berengario atcjuc Adelberlo* 
Liutprand. HisLor. lib* 6 cap. 6. 

(3) Rossi, Stor. Bresc. mss. 

(4) Quel diploma e pubbl. dal P. Z/acraria, Badia di Leno f. 58. 



LIBRO DUODECIMO 2 3 9 

stero le auliche giurisdizioni e possidenze, non lo avrà! 
ottenuto senza allargar la mano. 5°P? 






G.C. 



Siccome però e Berengario ed Alberto sapevano di 
essere odiati, abbonatali da tutti, e gti agitava il so- 
spetto di una qualche rivolta, credettero opportuno 
di obbligare i vescovi a dare ostaggi per garanzia 
di fedeltà. Quell'editto diede grandissima agitazione a ? D0 
molti prelati (i), perchè paventavano di mettere a pe- 
ricolo la vita degli statici domandati. Non è chiaro a 
qual partito allora si appigliasse il vescovo di Brescia 
Antonio II: è però certo che Gualberto arcivescovo di 
Milano, che Gualdone vescovo di Como, che Gualdone 
ed Azzone legati del pontefice Giovanni XII in Lom- 
bardia, che molti grandi fra i più distinti, e fra gli 
altri i! marchese Oberto illustre ascendente della fa- 
miglia d'Este, mossero in Germania, si presentarono 
al magno Ottone, e lo supplicarono di scendere a li- 
berare da Berengario e da suo figlio Alberto la ber- 
sagliata Italia (2). 

§ 14. Quelle ambasciate allegrarono l'animo di Ot- 
tone; e la lusinga che per quelle egli ebbe, di otte- 
nere, oltre il possedimento del Regno italico, la corona 
ancor dell'impero, lo mosse a secondarle. E dato in 
fretta buon ordine a'suoi affari, dopo di avere raccolta 
a Wormz una dieta generale de' principi germanici, e 
pei suffragi di quella, dopo di essersi associato al 
trono il giovinetto Ottone II, e di averlo raccomandato A nno 
alla tutela di Gulielmo arcivescovo di Magonza prò- 961. 



(1) Attonis, VercelL Episcopi, Epist. 11 pubbl, dal P. Da- 
chery, tom. 8 Spicilegìi. E veggasi ancora Fieury, HisU Esci. 
livr. 55 § 54. 

(a) Annalista Saxo, apud Eccardum tom. i. 



<*4a LIBRO DUODECIMO 

!prio fratello, fattosi seguitare da uu potente esercito. 
Dopo g* lu p e i valichi del Tirolo calò in Italia (i). Quasi tutti 
i prelati ed i conti governatori delle province andarono 



anno 



9 L)1 « lietissimi ad incontrarlo, e così fra le dolci accoglienze 
ed i clamorosi evviva, senza scontrare alcuna opposi- 
zione, giunse a Pavia (2). Lungi Berengario dall'attac- 
carlo armato, fuggì spaurito ed andò a ricoverarsi fi a 
entro il castello di san Leone neìlUmbria; sua moglie 
Guilla scampò a rifuggirsi nella rocca dell'isola di san 
Giulio sul lago d'Orta-, ed Alberto e Guido loro figli 
seguitati ancora da una breve scorta di armati anda- 
rono qua e là divagando, e tenevano occupati ancora 
alcuni castelli in queste regioni, e fra gli altri quello 
di Garda e quello di Travagliato, dodici miglia a li- 
beccio di Brescia (3). 

Il re Ottone passò da Pavia a Milano, dove raccol- 
tisi gli Ottimati a parlamento lo acclamarono re d'Ita- 
lia, e dove nella basilica di s. Ambrogio ne ebbe so- 
lennemente dall' arcivescovo Gualperto la ferrea coro* 
na (4). Mosse poscia Ottone da Milano a Roma seguitato 
dall'esercito, e fiancheggiato da un lungo accompagna- 
mento di vescovi e di baroni. L'arcivescovo di Milano 
Gualperto lo precorse allora pel viaggio di tre giorni, 



(1) Continuator. Reghinonis, in Chronic. ad ann. 961. 

(2) Annaìist. Sax. ut sup. ad ami. 961. 

(5) Continuai Reghin. in Chronic* Berengarius in quodam 
monte qui dicitur ad s. Leonem. . . . Villa .... in quadam 
insula quae dicitur ad s. Julium se inclusiti Filii vero ejus 
Adelbertus et Guido huc, illuc vagabanlur. Quasdam tarar a 
muniliones cum suis sequacibus adhunc possidebant, hoc est 
Garda» et Travalhum. 

(4) Landulphus Senior, Histor. Mediol. lib* 2 cap- 16 tom. £• 
Jìer. LUilké Mia aio riL 



LIBRO DUODECIMO *4i 

onde apparecchiargli possibilmente le itradt e disporre TF*"*—* 
le genti ad onorarlo. Giunse filialmente a Roma, dove ^°P (> 
fra gli evviva di un popolo immenso venne geutil- a nnc* 
niente accollo dal pontefice Giovanni XII , e dove fu 9^'*' 
dallo stesso coronato imperatore ed acclamato Augusto(i). 

Quantunque alcuni pretendano, come ho pure scritto 
anch' io poco addietro e non senza ragione, che i re 
germanici abbiano cominciato ad avere diritto so- 
pra l'Italia fino dall'anno 96 1 5 cioè fino da quando 
Berengario ed Alberto suo figlio giurarono sommissione 
e vassallaggio al re germanico Ottone; pure i giuristi 
quasi comunemente ritardano allo stesso Ottone un tale 
diritto, fino a quando non ebbe egli cinto la ferrea 
corona per consentimento degli Ottimati in Milano; e 
che da papa Giovanni XII non ebbe ancora quella 
d' imperatore. Io non voglio impacciarmi in tali cose: 
onde però non lasciare il leggitore abbandonato, lo 
rimetto a leggere Goffredo da Viterbo (2), ed il cro- 
nista di Mouteeassino (3); che fra gli antichi di ciò 
lianno scritto, e fra gli ultimi le opere di Gian-Gia- 
copo Mascovio (4). 

L'Augusto Ottone nou fer mossi lungo tempo in Ro- 
ma, ma sul declinar dell' iuverno dello stesso auno, per 
le vie della Toscana tornò a Pavia. Ivi per mezzo di 
liberalità generose spiegò a molti suoi aderenti la gra- 
titudine del suo animo, e fra gli altri donò larghe pos- 



(1) Epidaurus, in Annalib. ad ann, 962. 
(1) Godefridus Viterbiensis, apud Murai, toni. 7. Rer. tlalic. 
col. 429. 

(3) Ctiromc. Cassiaeiis. toni. 7. Rer. Italie, col. iicj* 

(4) Principia juris Pubbl. liom. Germanici, edit. Lipsiae 17JÌJ 
pag. 73 //'6. 2 cap. 5. 

Tot,. II. ti 



2^ LIBRO DUODECIMO 

— 55 5 sidenze all' arcivescovo di Milano, promosse al vesco- 
Dopo va t di Cremona il suo cortigiano V istorico Liutprando, 

ce 

anno' e ac ^ Azzo di Canossa che erasi cosi vivamente prestato 
962. p er assicurare Adelaide, dopo liberata da don Martino 
dalle griffe di Berengario, concesse il titolo di marchese, 
ed affidò il governo perpetuo di Modena e di Reggio. 
§ i5. Gradenigo ha lasciato scritto (1), che la cat- 
tedra vescovile di Brescia sia rimasta a que' giorni va- 
cante per essere mancato di vita Antonio II vescovo 
di questa ciltà. Ed Ottavio Rossi invece dietro la cro- 
naca del Gaetani (2) ne racconta che il Magno Ottone 
dietro istanza de' Bresciani espulse quel vescovo dalla 
cattedra episcopale, ed ho gravi motivi di prestar fede 
all'asserzione del Rossi; ed il principale è, perchè il 
vescovo Antonio, se non per altro, almeno per grati- 
tudine doveva essere stato partitante di Berengario (3). 
A quel vescovo fu surrogato Goffredo figlio del mar- 
chese Azzo di Canossa e di Ildegarda nipote dello stesso 
imperatore. Quel Goffredo, innanzi di essere stato pro- 
mosso al vescovato di Brescia, aveva occupato quello 
di Sarzana; ma Berengario incita to dall' ire che nu* 
driva contro di Azzo suo padre, lo aveva da già alcuni 
anni espulso da quella sede. Il Magno Ottone conferì 
a quel nuovo vescovo di Brescia la dignità di conte 
di questa città, perlocchè Goffredo venne a presiedere 
in Brescia al governo ecclesiastico ad un tempe ed 
alla civile amministrazione (4). 



(1) Gradenigo, Brlx. Snc. pag. 1 47- 

(1) Ott. Rossi, Stor. mss. f. 110 tergo* presso le Miscellanee 
di Zamboni, voL 1 f. 19. 

(3) \ T edi ai § 7 di questo libro. 
,-(i) Rodulplius, pag. s5, — Ross», uhi sitp. 



LIBRO DUODECIMO ^3 

Era l'Augusto Ottone in quella occasione accompa- H5SH55 
guato da sua moglie Adelaide e dal figlio Ottone II, P°P? 
che nella dieta di Wormz eragli stato aggregato al anno 
trono germanico; e poiché quell'Augusto mostrò desi- 9^ 2 - 
derio che il giovinetto suo figlio fosse a lui associato 
ancora al trono d'Italia,, gli Ottimati italici si raccol- 
sero a parlamento è lo compiacquero; e ciò è assicu- 
rato dalle soscrizioni ai regi diplomi di que* tempi (i). 

Non andò molto che ed il castello dell'isola di san 
Giulio nel lago di Orta e quello di s. Leone nell' Um- 
bria cedettero all'armi del Magno Ottone; e così ebbe 

quegli in mano Berengario e Villa sua moglie, i quali à 
iTo o a . * T Anno 

furono per suo ordine tradotti in un castello di Sve- 964. 
via, dal quale più non uscirono (2). 

§ p6. Percorreva la calda stagione di quell'anno 
medesimo, quando sviluppossi nella provincia di Bre- 
scia ed in molte altre vicine una malattia pestilenziale, 
per la quale moltissimi perdettero la vita. Àndossi pere 
quella epidemia rallentando a proporzione che rallen- 
tavansi aucora gli ardori della stagione; e i primi bri- 
vidi dell'ottobre la sperdettero. L'augusto Ottone tor- 
nato di Romagna trapassò allora io queste province 
le vacanze, trastullandosi per le campagne a caccia; ed 
al cominciar dell' inverno, seguitato dal figlio, dalla sposa 
e dall' esercito tornò in Germania (3). 



(1) Quanto all'esame dei diplomi di que' tempi in tale rap- 
porto, basta confrontarne alcuni di quei due re, che sono pubbl. 
da Bacchini nelle giunte alia Storia del monastero di Poltrone. 
Modena, 1696. Per Capponi e Comp. 

(9.) Àrnulph. Histor. Medio!, apud MuvaU tom, 4 &^- 
ftaìtct 

(3) Continuator Regninoti, in Chronic. 



*44 LIBRO DUODECIMO 

— "" '" Alberto e Guido figli di Berengario colta F opportn- 

Dopo n jtà delia lontananza di quel principe, e sostenuti da 
anno" alcuni signori irrequieti, suscitarono in Lombardia nuove 
904. rivolte. Avvisato di tali cose il Magno Ottone, spedì 
con alcune squadre un suo capitano detto Buccardo 
ad affienarle. Calò quello dall'Alpi Retiche, e cresciute 
le sue forze con quelle delle città lombarde, che si 
erano conservate fedeli, imbarcolle tutte sul Po 3 poi- 
ché sapeva che que' ribelli tenevano campo non lunge 
dalle sponde di quel fiume fra il mantovano ed il fer- 
rarese; le trasse per questo giù per le correnti, fin- 
che fu a quelli vicino; dove mentre sbarcava le sue 
truppe,, Alberto e Guido lo attaccarono furentemente: 
Anno se ne difese non per tanto con tanta gagliardia, che 
oix). j € bande di que' due caddero in parte estinte sul campo, 
fra le quali lo stesso Guido,, ed in parte sbaragliate si 
dispersero (1)* 

§ 17. Alcuni cronisti bresciani raccontano che in 
quel torno di tempi Brescia ed altre città lombarde 
abbiano cominciato a governarsi di maniera repubbli- 
cana (2), sempre però dipendenti dall' alto dominio del- 
l' imperatore, ed a lui pagando un tributo annuale; ma 
quella innovazione di governo in queste province ha 
avuto principio circa un secolo più tardi (3). Ed Ot- 
tone Magno era tanto lontano dal concedere una am- 



(1) Cum LangobanJis ìmp firleìihus, et Alemannis gutsum 
per Padum migravii. Continua t. Reghin. ubi sup. 

(2) Faini, Ragguaglio delia Signoria di Brescia f. 3o. — 
Rossi, Stor. mss. f. too. — Baitelli, Dissertazione sopra i con- 
fini di Brescia, esistente nel pnbbl. Ardi. Registr. Ollei X 
f. s^4- E tra le Misceli, di Zamboni, voi. A. Opusc. 4- £ 4- 

(3) Muratori , Annal» tona. 5 f. 399. — Biemmi, Slor. di 
Ardicio, f. io3. 



LIBRO DUODECIMO *45 

iiVniistraziooe così liberale alle provicele, che tornato ^^™ 
allora dalla Germania a Roma, ed entrato sdegnoso in Dopo 
quella città, ne rnaudò in esiglio i consoli, e fece ap- anno 
pendere per la gola i Tribuni rappresentanti la plebe (i). 9^- 

Fermaronsi in quell'occasione i due Ottoni padre e 
figlio in Italia pel tratto di quasi sei anui, e li trapas- 
sarono la più parte in Romagna, proteggendo o de*- 
primendo i diversi contrastanti il papato; o calando 
nel Sanuio o nella Calabria per guerreggiare i greci 
ed altri potenti di que' paesi (2). Allora Donnino abate 
del monastero di Leno, dietro consentimento imperiale, 
fece un contratto di permuta col marchese Azzo di Ca* 
iiossa, il quale allora era ancora conte governatore di 
Modena. Queir abate a lui cedette la terra di Gonzaga, 
vecchio suo feudo, e ce ebbe in compenso altre terre 
ad estimo di periti. Erano così rare a que' tempi le 
lettere, auco le più dozzinali, che Raineri da Ripaltella 
destinato dagli Ottoni a vegliar quel contratto in loro 
vece, e Belinzone e Nigesone che erano i due periti 
scelti a determinare 1' estimo dei fondi da permutarsi, 
firmarono F istrumeuto del contratto col segno di croce, 
perchè non sapevano scrivere (3). 

Finalmente dopo di avere ottenuta anche Ottone il Anno 
per ordine di suo padre da papa Giovanni XIII la co- ^ Jm 
rana imperiale (4)> lasciata que' due augusti l'Italia 



(1) Baronius, ad ann. 966. — Vita Pont. Joann* %tll 
toni. 5 part. ?, Ber. Italie pctg. 55 o. 

(2) Anonymus Salernitau us, toni. 1 part. 1. Rer. Italie. 

(5) Veggansi le firme segnate a quel!' Istrumeuto, il quale 
è Dubbi, dal P. Bardimi, f. io delle Giurile alla Storia dei 
monastero di Politone. — Dal P. Lucili. Monasterii Leonensis 
pag. 27. -r~ Da Zaccaria png. 74. 

(4) Junior Otto... Romae Imparato r effectus est, Patre jiti 
beute. Dictmarus, in Cronico. 



2 46 LIBRO DUODECIMO 

• tornarono in Àllemagua, dove colto fra pochi mesi Ot? 



r l°P° tone Magno da un colpo d' apoplessia, morì. 
Hr ,no Alcuui Bresciani si distinsero per alto valore a quei 

JW?? tempi fra le schiere imperiali, quando que' due Cesari 
guerreggiavano nella meridionale Italia i Greci, i quali 
a vergogna di se medesimi avevano fermata alleanza 
coi Saraceni. E que' Bresciani furono (i) Corrado conte 
di Gambara, Arrigo conte di Casalalto, Squadrato Pi- 
toccio, Luccìago Lueciaghi conte di Roccagliaua sui 
tener di Mauerbio, il quale trafitto in una battaglia 
data in Puglia, cadde ivi morto sul campo. Era in 
quella giornata ancora Tebaldo de' conti Martinengo 
distinto dal grado di grande Confaloniero; e neli' ardor 
della mischia soperchiato dai nemici, e strettagli da 
quelli V asta dello stendardo, strapponne egli con la 
manca il velo; e sì bravamente maneggiò la destra, 
che apertosi col ferro il campo, riportò all' imperatore 
il pauno della bandiera tutto intriso del proprio san^ 
gue. Per la qual cosa Ottone Magno, oltre varji altri 
premii, concesse a Tebaldo Martinengo ed a' suoi po- 
steri l'aquila rossa, siccome stemma di famiglia, in 
perpetua ricordanza dell' aquila del cesareo confatane, 
che egli aveva saputo salvare, quantunque fumante del 
proprio sangue. 



(i) Rossi, Elogi de Bresciani f. 19. 



LIBRO TREDICESIMO 



,F 



ino da quando Berengario dal Friuli e Guido ' 



di Spoleti disputavansi a vicenda il trono italico, quei Dopo 
due scaltrissimo onde cattivarsi V uno e l'altr© T ami- 
cizia de' più forti, concedevano ampiamente a quelli iu 
feudo castella, paesi e giurisdizioni di ogni sorta; gli 
onoravano di titoli fastosi, e non loro commettevano 
altra sommissione che quella immediata al trono. Se- 
guitarono poscia eguale costumanza i re d' Italia che 
a quelli succedettero (1); anzi que' principi sospinti da 
un' artificiosa politica, non solo conferirono investiture 
feudali ai loro prediletti del paese; ma molt' altre an- 
cora ne istituirono e le diedero iu ricognizione delle 
gesta militari a que' capitani, che da lontane regioni 
gli avevamo accompagnati, e che avevano esposta sul 
campo in sussidio loro la vita. 



(i) Muratori, Antiquit. Italie. Dissertai. 72 col. 5g* 



a 48 LIBRO TREDICESIMO 

gBBS . Per quella maniera di procurarsi partigiani o dì 
^°P° soddisfare a* sacri doveri , erano moltissimi che grida- 
vano violato il diritto delle genti, e che dicevansi ven- 
duti o donati siccome bestie da soma. Ed a que' la- 
menti porgevano causa siugolarmente que' Valvassori (i), 
i quali avendo sortito sciaguratameute dalla natura 
cattivo carattere , abusavano dei favori avuti dal so- 
vrano, ed essendo lontani da lui, dal quale solo pote- 
vano essere rattenuti e corretti, o tiranneggiavano a 
mano salva le popolazioni soggette, o commettevano 
sopra quelle vicine le più niquitose scelleranze. 

Fu a que' giorni conversa ancora gran parte del ter- 
ritorio bresciano in signorie particolari. Allora Tebaldo, 
vino de' capitani di Ottone Magno, ebbe da quello in 
feudo il castello di Martinengo, dal quale cognominò 
se stesso e la famiglia, e molte altre castella ed ampie 
possidenze situate nel distretto di Bergamo. Oltre di 
quelle ebbe Tebaldo Martinengo in feudo dall' impera* 
tore quindici paesi nel contado bresciano . che furono 
iNigoline, Calino, Cotogne, Trebbiato. Bigoglio, che ora 
è distrutto, ed era sul tenere degli Orzivecchi, Oriano, 
Ovaiengo, Quinxano, s. Gervasio, (sorella, Calvisano, 
IVave, ecc. ecc., siccome ne assicura Sausovino appog- 
giato ad un antico diploma (2). 

L'antica famiglia di Lomelo. che era una delle più 
distinte ed antiche di Lombardia, e dalia quale sono 

(1) Valvassori, ovvero Vavasscrcs sunt gè ne ratini Vaselli 
fendala*. Du -Gange. 

(1) Quel diploma è pubhl. dq Sansovino f. .208 della sua 
cpera, Delle Famiglie Illustri d'Italia, sismp. in Venezia per 
Saldati. Si noti però che la data di q'iel chirografo è sict: ru- 
mente sbagliata, perchè segira Fanno g55, ed Ottone I non è 
disceso in Ifalia ]a puma volila, se non g anni dopo. 



LIBRO TREDICESIMO */fn 

discesero avelie deali Ugoni. dei Lavelloncro, dei Casal- S55i'*?. ! 

1 co- D 3 

dito, e come altri credono, quella ancor dei Gonzaghe (i), P°P9 
ebbe in bresciana le signorie di Volungo, di Marcarla, 
di Moso, di Redoldesco, di Calzeghetto, di ambi i Re- 
miteli!, di Asola, di quasi tutto l'Asolano, di Monte- 
chiaro, ecc. ecc. (2). 

Quella de' Brusati, che fu poscia distinta in varii ra- 
mi, ebbe allora la signoria di gran parte della Valca» 
moniea, di Monticelli, che è detto ancor de' Brusati e 
d' altri paesi in Franciacorta (3); quella degli Avvocati, 
detta poscia degli Avvogadro, ebbe in feudo lunghi 
tratti della Yaltrompia: quella de'Luzzaghi ebbe il ca- 
stello di Roccagliana decorato del titolo di contea sul 
tener di Manerbio, ed ampie ed ubertose tenute allo- 
diali in quel paese. I Gozii ebbero la contea di Capriolo, 
per la quale tramutarono cognominatone; e così da 
Mezzane, da Sale, da Rodengo, da Bargnano, da Bor- 
dato, ecc. ecc. trassero il cognome altre famiglie, per- 
chè erano state investite della signoria di que' paesi. 

§ 2. Siccome Ottone II e Lotario re di Francia pre- Anro 
tendevano esclusivamente ambedue il dominio della Lo- 
rena, insorte fra que' due rivali gravi contese. Ottone 
si dovette rattenere per alcuni anui dallo scendere in 
Italia; ma tranquillati finalmente que' contrasti, e sol- 
lecitato da papa Benedetto VII, accompagnato da Teo- 
fania sua moglie, che era una greca, e da un potente 
corpo d' armati, discese iu Lombardia (4). E qui rac- 



(1) Zamboni, Misceli, niss. E. f. io 
(1) Lo stesso Misceli, p. Opusc. ultiipo, 
(3) Lo slesso Misceli. 1. f. 27. 

H) CoBtinuator Frodoatdi, apvÀ Du«Chesn? * , tom. 1 Eeru^ 
Francorwn. 



pSo. 



2 5o LIBRO TREDICESIMO 

BBHB ' colti a parlamento gli Ottimati uelle praterie eli Ron- 
Dopo caglia sul Piacentino, dopo di avere composte alcune 
anno alte quistioni; seguitando V esempio de' suoi maggiori, 
9^ K istituì nuove contee rurali (i), e prese poscia le vie 
per Romagna. Percorrendo egli quel viaggio, era giunto 
a Ravenua, quando a lui preseutossi Ermeuolfo abate 
di Leno, corrucciato d'assai, perchè alcune terre ap- 
partenenti al suo monastero erano state date in feudo 
ad alcuni nuovi signori: e poiché quello scaltro abate 
si era accorto che quel principe inclinava moltissimo 
ad istituire nuovi feudatari, pauroso di altri spogli, 
supplicò da Ottone un atto, pel quale fossero confermate 
al suo monastero le vecchie possidenze. Fu quegli esau- 
dito oltre a quanto avrebbe potuto desiderare, e tutto 
ciò confermato con un diploma autentico (2). 

Ansioso quel principe di battagliare i Greci, che ad 
ingiuria del cristianesimo si erano raccomandati al 
soccorso de' Saraceni, si trasse in Calabria, dove si fece 
accompagnar dall' esercito. Là scontraronsi le osti im- 
periale e greca, ed azzuffatesi ferocemente, lasciarono 
pendere per lungo tratto indecise le sorti. Pareva che 
quelle in sulle prime inclinassero a favor di Ottone; 
ma volta fronte in progresso, ebbero i Saraceni lo spo- 
glio del campo, sul quale fra i moltissimi estinti gia- 
ceva un gran numero di monaci e di prelati, che die- 
tro la stramba costumanza di quel secolo avevano la- 
sciata la cocolla ed il pastorale per cingere V usbergo 



(1) Si goni us, De Regno ItaUc. lib> 1. 

( r i) Quel diploma è pubbl. da Zaccaria, f. 77 ed in quello 
sono confermate al monastero di Leno quelle giurisdizioni an- 
cora, che in pria erangli slate levate e donate altrui. 



LIBRO TREDICESIMO a5* 

e brandire la spada (i). Dopo quel sinistro Ottone II- 1 -""" 1 - 
j itirossi a Roma, dove alcune viceude per alcun tempo Dopo 
lo trattennero, e dove colto da malattia naturale sul anu0 
fiorire degli anni mancò di vita. 9^ x * 

Fu destinato a succedergli Ottone III suo figlio, il 
quale per essere giovinetto, e per avere gli stati ger- 
manici per molte combustioni agitati, non ebbe sì presto 
il campo di poter calare in Italia. Intanto Adelaide 
sua ava, donna più di chiesa che di trono, teneva seg- 
gio in Pavia, e presiedeva al governo delle province 
italiane; ma non aveva forze bastanti per affrenare le 
cupidigie di alcuni valvassori di mal talento. 

§ 3. Allora un certo Raimondo conte di Cornelia, 
che era un castello sul tener di Seniga, ricco di altre 
ubertose ed ampie possidenze, potente d 5 armi ed avido 
dell' altrui, dopo di avere manomesso con violenze e 
rapine molti suoi vicini, accompagnato dalla moglie, 
donna sfrenata al pari di lui, e da una lunga orda 
di scellerati, aggredì il monastero di Leno, si insignorì 
di tutte le possidenze di quello, trattò que' monaci di 
ogni più ribalda maniera; spogliati, percossi, depressi 
li costrinse ad accattarsi il pane, ridusse quel cenobio, 
in un albergo di sgherri, di ladri e di meretrici 5 e 
quella chiesa magnifica fatta erigere dall' ultimo re dei 
longobardi, e nella quale riposavano venerate moltis- 
sime preziose reliquie di santi, fu da quel conte con- 
versa in istalla di cavalli ed in coviglio di cani (2), 

» Et sans respect pour Jesus et Marie, 
>* De mainte égli se, il J'ait rnaint ècurie (3). 

(1) Fra gli altri Arrigo vescovo d'Augusta, e Verniero abaip 
di Fulda. Vedi Murat. Annal. torri. 5 £ 4 f 5. 

(2) Malvezzi, Disùnct. vii cap. 7. 

(3) Voltaire, Pulccllc, ChanU 1. 



*5* LIBRO TREDICESIMO 

^5555! Altre ribalderie di simil tempra furono commesse 

^°P? in altre parti d'Italia, mentre Ottone III era per altri 
Gì G. . . . . „ , 

anno impegni costretto a rattenersi in Germania. Alcuni da 

98** Cremona mossero allora persecuzioni ad Olderico ve? 
scovo di quella città, e se non profanarono le sue chiese 
come il conte Raimondo aveva fatto a Leno, spoglia? 
rono però di ogni possidenza e lui ed i suoi famigliari 
ed il suo clero (1). L'arcivescovo di Milano Landolfo 
di Carcano prodigava ai grandi i beneficii ecclesiastici, 
e sprezzava oltremodo chiunque non era di alto grado; 
per la qual cosa insorsero ivi fra il popolo ed i no? 
bili odii funesti ed ire, le quali non terminarono che 
dopo lo spargimento di mollo sangue (2). Crescenzio 
patrizio di Roma, elevato alla dignità di console, si 
era impadronito del castello s. Angelo, aveva costretto 
a fuggire da quella città il pontefice Giovanni XV, il 
quale andò a ricoverarsi presso Ugone marchese di 
Toscana (3). Per le quali cose, e singolarmente Erme- 
nolfo abate di Leno, Olderico vescovo di Cremona ed 
il santo padre Giovanni XV sollecitavano incessante- 
jneute Ottone III a scendere in persona a riparare a 
tanti disordini. Quando sciolto quel principe alla fine 
dai gravi impegni, che lo avevano trattenuto così a 
lungo in Germania, ali' aprirsi della primavera dell'an- 
006, no 99^ ca ^ a confortare i desideri di quanti lo sup- 
plicavano. 



(1) C?ò consta ria un diploma di Ottone 111 pubblicato da 
Ughelli, tom. 4« In Epìsc. Cremonensib. 

(7) Aruul[>hus, fiist. Mediai. Uh. 1 apnd Murai, tom. 4, 
Her. Italie 

(5) Piomualdus Salernitani]^ in Chroidc. apud Murai, tom. 7. 
far. Italie. 



LIBRO TREDICESIMO a53 

Sarebbe un rat tenere fuor di proposito chiunque ama 2™"!!!!!!!i 
sapere le ricordanze patrie, se mi stessi raccontando Dopo 
che cosa abbia allora operato Ottone III lunge dai confini ann ò 
bresciani. Entrato quegli in questa provincia, rese giù- 99 6 « 
stizia all'abate di Leno Ermenolfo ed a' suoi monaci; 
costrinse il conte Raimondo e sua moglie a restituire 

o 

quel monastero, la chiesa e le possidenze che avevane 
occupate; ed in castigo di quelle violenze e di quelle 
profanazioni fece ed a Raimondo ed a sua moglie ca- 
vare gli occhi (i). 

Queir imperatore tornò presso la fine dell' anno stesso 
in Germania, e per essere quegli lontano, sciolti nuo- 
vamente da ogni freno que' signori, sopra ai quali non 
avevano alcuna autorità le magistrature locali, altri 
insorsero cupidissimi, e fra i molti uno che a somi- 
glianza del rapportato conte di Cornelia Raimondo, an- 
siava di appropriarsi le sostanze del monastero di Leno. 
L'abate Ermenolfo era già morto, ed a lui era stato 
surrogato 1' abate Luìzzone : quando un signore detto 
Ripe rio si appropriò violentemente larghi possedimenti 
di quel monastero, e per assicurare quanto erasi rapa- 
cemente appropriato, e quanto andava rubando di giorno 
iu giorno, nella vicinanza di una contrada campestre di 
Leno, dove ora è un bel cassinaggio detto Bredadale, 
sopra un luogo eminente fece quegli erigere un castello, 
nel quale fermossi ad abitare insieme co' suoi masna- 
dieri, e dentro al quale faceva trasportare quanto an- 
dava di giorno iu giorno rubando. L' abate Luizzone 
pregò soccorsi dal sovrano, il quale era allora a Roma; 
e quegli spedì a Leno con alcune squadre Lionforie 



(i) Malvezzi, Distinct. vii cap. G. 



A uno 

tool. 



*54 LIBRO TREDICESIMO 

""^ suo cappellano, perchè pronunziasse di quel ribalda 
Do )\° sentenza. Riperto non si sgomenti sulle prime , e do- 
mandata difesa, produsse un chirografo, per mezzo del 
quale pretendeva di avere diritto sopra i possedimenti 
usurpati. L' avvocato della badia, seguitando le costu- 
manze di que' tempi, propose che si avessero a rimet- 
tere le scambievoli ragioni al duello. Riperto, spaurito 
a quella proposta, la rifiutò; pel qual rifiuto Lionforte 
sentenziò a favore del monastero, fece a quello resti- 
tuire i fondi rapiti, e commise la demolizione del ca- 
stello fatto erigere dall' usurpatore Riperto in Breda- 
dale (i); e l'Augusto Ottóne III confermò quella sen- 
tenza con un suo diploma (2). 

§ 4* Essendo allora quell'imperatore in Italia onorò 
fra non molto ancora Brescia della sua presenza; e qui 
donò larghi privilegi al vescovo Alberto , al quale fra 
gli altri concesse a titolo di contea Bagnolo, Capriano 
è la Rocca di Poncarale. Della qual rocca poco poscia 
quel vescovo investi i suoi fratelli Florio, Adizzone e 
Giovanni, dai quali, secondo i cronisti, è discesa l' il- 
lustre famiglia Poncarali (3). Partito quel monarca da 
Brescia passò a Milano, e desideroso di unirsi in ma* 



(1) Il castello ereffo dall' usurpatore Riperto in un canopo 
della villa B redada le di Leno, e demolito per sentenza dell' imp. 
delegato il cappellano Lionforte , era al fianco destro del Mo- 
lone, circa un miglio ad ostro della via traversale che mette 
à Manerbio, in un campo assai prominente, dove ora è una 
vigna detta il Castellazzo. Il nome di quella vigna, ed i ru- 
deri di un forte fabbricato, che scavando intorno a quella an- 
cora si scovrono, recano testimonianza, che il castello di Ri- 
perto era in quel luogo. 

(1) Diploma rapportato dallo Zaccheria, f. 18. 

(5) Rossi, Stor. mss. f. io3. — Zamboni, Misceli. 1. f. 20. 



LIBRO TREDICESIMO a55 

trimonio con una liglia dell' imperatore greco, Inviò 

suo messaggero a quella corte Arnolfo II arcivescovo *; P o 
e scrittore delle memorie milanesi, perchè avesse a anno 
maueggiar que'spousali. E mentre quel saggio prelato l001, 
stava sdebitando a Costantinopoli gli assunti impegni, 
la morte ruppe le ordite fila , poiché l'Augusto Otto- 
ne III compì naturalmente i suoi giorni , essendo iu 
Puglia (i). 

Fu in que' tempi, siccome ha opinato Sismondi (2), 
che molte città italiane per la interruzione del regio 
governo per la lontananza del sovrano, senza la 
presenza del quale ne si ascrivevano milizie né si ri- 
scuotevano tributi, si scossero dalla sommissione a quei 
conti, che per ordine supremo le amministravano, e 
salvo sempre l'alto dominio dell'impero (3), frase ri- 
petuta cotanto ne' membranacei di quell' età, presero a 
governarsi di maniera repubblicana. L'una città fu in 
tale operato esempio all'altra} uè può dirsi quale del- 
le città lombarde sia stata la prima. Brescia però, 
siccome vedremo proseguendo, non ne può essere fra 
le ultime annoverata. Se allora i sovrani avessero po- 
tuto usare delle forze loro a piacimento, è da credersi 
che avrebbero represse ne' loro principii quelle baldan- 
ze; ma agitati da combustioni intestine e minacciati da 
altri cospiranti al trono , contenti del salvo imperiale 
dominio, tollerarono quelle novità per politica. 



(1) Leone Ostiense, in Chronic. lib. 1 cap. 1^ ha scritto che 
Ottone 111 morì apad oppidurn quod nuncupatur Paté munì 
non longe a civitate quae dicitur Castellana, 

(1) Sismond, Hisloir. des Repub. Hai. du moyen àge, tom. 1 
f 99. Chez Treullel e Wùrtz a Parti. 

(3) Salva semper Imperiali jìdehtate. 



2 56 LIBRO TREDICESIMO 

' § 5. Morto,, come si è detto, lAugusto Ottone III e 

P°P q stanche le popolazioni italiane del dominio di principi 
naoo forestieri, irruppero contro le poche truppe tedesche, 
>0UIe che erano sparse ancora per queste province (i), ed a 
stento lasciarono a quelle trasportare il cadàvere del- 
l'estinto monarca, del quale quegli aveva commesso 
tumulo in Aquisgraua (2). Uscite quelle, i primati d'Ita- 
lia si raccolsero a parlamento in Pavia; e siccome il 
morto imperatore non aveva lasciato alcun erede ne- 
cessario, proclamarono re d' Italia Arduino marchese 
d* Ivrea. Era Arduino un principe di mente accorta e 
di animo f rauco, ma facilissimo all'ira (3). Disputavano 
iutanto i principi germanici in eleggersi un re; final- 
Anno mente dopo lunghi contrasti scelsero Arrigo duca di 
1 °° 2, Baviera, il quale, perchè zoppicava di un piede, fu 
nominato; Arrigo il zoppo. 

Alberto vescovo di Brescia in nome del re d'Italia 
Arduino governava allora questa provincia, e ne era 
onorato del titolo di conte (4); e quel re sospettando 
che il re germanico desiderasse ancora la coroua d'Ita- 
lia, cui avevano cinta anco gli altri suoi antecessori, 
ed avesse forse a scendere armato a rapirgliela di fron- 
te : lasciata Pavia, si trasse con molte schiere a Bre- 
scia, onde approssimarsi ai passaggi dell'Alpi, e poterne 
più da vicino invigilar la custodia. Essendo egli allora 
in questa città , ritirato a secreto colloquio coi suo 



(1) Annalista Saxo, apud Leibriitium. — Dictmarus, in Chronic. 

(2) Adeboldus, in vita s. Henrici Imo. cum maxima difficui- 
tate et periculis per Veronam , per Bavariam cadaver ip.sius 
veportabant. 

(3) Chronicon, apud Murat. AtiecdoL Lat. tom. 2 ffog. 90^ 

(4) Funi ul phii $, pag. 25. 



LIBRO TREDICESIMO a5 7 

conte governatore della provincia il vescovo Alberto ,ZES~*i 
offeso perchè lo zelante prelato osò » avanzargli alcune D°P° 
ammonizioni, arse di tant' ira, che preso con ambe le HUt ^ 
mani quel vescovo pel ciuffo, se Io rotolò d'intorno, e ,00 ^ 
gettollo alla fine strummazzoue e tramortito a terra (1). 
Quella ed altre simili violenze di quel principe gli 
staccarono l'animo de 5 popoli e di que' grandi stessi 
che si erano adoperati a procurargli il trono; sic- 
ché meutre gli fingevano attaccamento, sollecitavano se- 
crelamente il re germanico a scendere armato ed a le- 
vargli lo scettro (2). Solleticato il santo re Arrigo da 
quelle lusinghe, e preso ancora dalla speranza di ag- 
giugaere alla propria la corona italica, commise ad Ottone 
duca di Carinzia e governatore della Marca Trivigiana, 
la quale distendevasi allora fino all'Adige, di entrare 
>£olle sue soldatesche negli stati del re Arduino; ma 
(prevenuto quello di tali mosse, da Brescia condusse 
'l'esercito sn\ veronese, e scontrata alla Chiusa l'armata 
idei duca Ottone, la sbaragliò (3). Il re Arrigo non di- 
sperò per questo il conquisto d'Italia; ma allestito no 
ibuon esercito lo condusse pei valichi dell'Alpi Noripfte 
«sul padovano; e mentre riposavalo per alcuni giorni 
|:sulle sponde del Brenta, avvisatene le malcontente schiere 
idi Arduino, incitate forse ancora dai capitani che le 
reggevano, presa comune diserzione, si dispersero; e di 
quella maniera l'effimero re Arduino fu costretto a 
I ritirarsi. 

Di mano in mano che Arrigo il zoppo 0, per meglio 
dire, il santo procedeva seguitandolo, gii si presenta- 



(1) Grarlenigo, Brix. Sacr* pag. i5s. 
(a) Alteboldus, in vita s. Henrici. 
(5) ArnuJpbus, Hislor. MedioL lib. 1 eap> 16. 
Yol. II. i-j 



*J8 LIBRO TREDICESIMO 

■■■■— — vano a gara illustri deputazioni delle città italiana^ 

Dopo cne a lui sommettevausi volonterose. I Bresciani pre* 

ce 

anno" ceduti dal coute loro governatore e vescovo Alberto gli 

looa. tennero lieto e solenne incontro fuori di porta Rebuf- 
fone fin oltre s. Eufemia, dove gli protestarono i de- 
bili omaggi (i); e giunto allora appena quel principe 
in Brescia, 1' arcivescovo di Ravenna Federico, seguitato 
dai vescovi della sua provincia, presentogli in questa 
città le stesse umiliazioni, 

Partito poscia Arrigo il zoppo da Brescia e giunto 
a Bergamo, Arnolfo II arcivescovo di Milano ivi a lui 
presentossi e diede giuramento di fedeltà. Arrivato 
finalmente a Pavia, fu in quella città coronato re d' Ita- 
lia nella chiesa di san Michele (2); e dopo alcune 
vicende che non interessano la patria storia, riva- 
licò quel sovrano le Alpi, ed andò a guerreggiare i 
Boemi ed i Polacchi. Molti grandi italiani lo accompa- 

1^0° g oar( >Bo cortesemente; e non è fuor di proposilo il 
credere che Alberto vescovo e conte governatore di 
Brescia lo abbia seguitato in q uè' paesi, e che ivi siesi 
soffermato, perchè Tanno 1007 era quel vescovo an- 
cora iu Germania, dove alla presenza di quel re sot- 
toscrisse in Francfort agli atti di un consiglio (3). 

§ 6. Dopo la partenza di quell'Augusto d'Italia, il 
re Arduino, c\\e per la diserzione delle soldatesche era 
stato sforzato a fuggire dal trouo italico, conservatene 
ciomionpertanto le ambizioni, ricoveratosi in alcune roc- 
che del Piemonte, e ritenendosi ancora il titolo e le 
onoranze regie, slavasi occulato, aspettando buon vento; 



(i) Aldeboldus, vita s. Enrici, § 48. 

(1) Chronicon Regni [Calici, apud Murat. tom, 1. Anecdot. Lai. 

{3) Labbeus, tom. 5 ConciL pag. jo56. 



LIBRO TREDICESIMO a% 

quando fatto baldaute per la partenza di Arrigo, ini- ^552?^ 
padronissi un po' alla volta di Novara, di Vercelli, di D°p° 
Como ed alla fiue delia slessa Pavia, da dove minac- anrj(> 
ciava la quiete di tutta Y Italia. Brescia però e le al- 100 7- 
tre città vieiue si conservarono fedelissime al re Ar- 
rigo (i)j ina siccome era quegli impegnato a guerreg- 
giare co utro ai Boemi ed ai Polacchi, non poteva sol- 
lecitamente discendere a proteggere queste città dalle 
minacce di Arduino. E per questo gli italiani costretti 
a procurarsi una difesa necessaria, si armarono priva- 
tamente provincia per provincia; e di quella maniera. 
siccome ebbe a riflettere Muratori (2): quelli comin- 
ciarono ad imparare a maneggiar l'armi da se stessi, 
o per offendere altrui o per difendere le proprie 
cose: il che loro inspirò animi più grandi, ed anche 
dell'orgoglio, di modo che presto li vedremo alzar 
la testa fin contro i sovrani, e tendere a gran passi 
alla liberta, e conseguirla in fine con un conside- 
rabile cangiamento di governi» 

§ 7. Mancalo allora di vita il vescovo e conte di 
Brescia Alberto, venne a lui surrogato Landolfo fratello 
di Arnolfo II arcivescovo di Milano; ed è fama che quei 
due prelati fratelli debbano essere considerati fra gli 
ascendenti della illustre famiglia de* marchesi Casti- 
glioni (3). Aveva Landolfo ascesa da pochi mesi la cat- 
tedra vescovile, e dietro al titolo di conte assunto an- 
cora il governo temporale di questa provincia, quando per 
commissione dell'arcivescovo suo fratello, e per voto 
generale della più parte delle città italiane, mosse hi 



(1) Arnulphus, Histor. AJci/iolan. hb. 1 cap. 16. 

(a) Sono paiole di Muratori aii'aon. ioi5 degli Annali, 

(3) Gradciiigo, fìrix, Satr, p«g. i5j. 



*fio LIBRÒ TREDICESIMO 

1 --■ Germania, prcsentossi al re Arrigo, ed a nome di chi 

^°P° ne lo aveva indirizzato lo supplicò di scendere in Ita- 
•duo lia a reprimere le baldanze di Arduino ed a cingere 
,00 7* la corona imperiale. Arrigo, il quale si era finalmeute 
sbrigato dei contrasti che lo avevano eolassù tralienuto 3 
accolse favorevolmente le suppliche del vescovo e conte 
di Brescia Landolfo, e sul declinare dell'anno stesso, 
seguitato da numerose schiere ed accompagnato da 
Eumegonda sua consorte, scese in Italia, sconfisse Ar- 
duino; indi volto a Roma, venne dal pontefice Bene- 
detto Vili coronato imperatore (i). 

Il vescovo e conte di Brescia Landolfo sludiavasi al* 
lora di invigilare le giustizie della provincia; ma non 
lasciava dimenticato tutto ciò che era di prezioso nelle 
ehiese a lui raecomaudate; ed accortosi che nella chiesa 
suburbana dedicata a s. Apollonio erano mal sicure 
le reliquie di quel santo stesso, solennemente le tra- 
sportò nella basilica di s. Pietro in duomo (2). Dopo 
quella traslazione istituì nel borgo di s.* a Eufemia, po- 
che miglia a^J oriente di Brescia, un monastero di Be- 
nedettini (3): procurò a quello una colonia de' medesimi, 
e ]o dotò di una larga porzione de' suoi proprii pos- 
sedimenti (4). Quel monastero venne abbattuto dal ge- 



(0 D>tm»rufr, lib. 6 prope fincm. 

{1) Membranaceo della cattedrale, intitolalo: Legenda vitae 
9, Apoìlomì. 

^3) Fiorentini, Fain» e lo stesso tJghèili hanno scritto che 
V istitutore di quei monastero sia s?Mo l'altro vescovo di Bre- 
scia Landolfo, il quale visse intorno all'anno (pò. La qual cosa 
b smentita da una pergamena scoperta da Doneda, e pubbl. da 
Grademgo f. i55 ; e da Guid' Antonio Zanetti di Bologna, 
nelle note ad un cronaco bresciano. 

H l'atto di quella donazione era nella libr. de' PP. del- 
rOmtorio di Brescia, ed è citato dn Biemmi, Stor Br. t. •;: f. viò. 



LIBRO TREDICESIMO *6i 

iterile di Filippo Maria Visconti, Nicolò Fortebraecio- 22S5HH 
ed i monaci che l'abitavano si ritirarono in città, e si Bogo 
stanziarono nel chiostro presso porta Torrc~lunga, dove armo 
conservarono il nome di monaci di s. ta Eufemia. 1007. 

§ 8. L'abate Luizzone reggeva a que' tempi il mo- 
nastero di Leno; era quegli avveduto e destro abba- 
stanza per saper conoscere quali vantaggi potevano ri- 
dondare ed a sé ed alla sua badia dalla benevolenza 
del sovrano; ed onde procurarsela seppe destramente 
seguitarne la corte. Quel!' abate fu insieme col sovrano 
^a Neuburgo, dove si sottoscrisse testi mouio ad una sen- 
tenza ivi da quello pronunziata (i), lo seguitò poscia 
quando discese nuovamente in Italia, ed essendo coi4 
esso lui in Pavia, ottenne dallo stesso graziosamente uà 
diploma, pel quale coufermavasi al suo monastero ogni 
antica giurisdizione e possidenza; le quali possidenze 
e giurisdizioui sono in quelf alto nomiuatc ad una per 
ima (2); e reca stupore la ricchezza e la potenza di 
quel mouastero; perchè siccome è chiaro da quel di- 
ploma, le sue possidenze e le sue giurisdizioni non si 
limitavano solo in Leno, ne' paesi circonvicini ed ia 
altre fioritissime terre bresciane; ma pel distretti di 
Trento, di Verona, di Mantova, di Parma, di Trevigi^ 
di Milano, di Torino e perfino dì Macerata si disteu- 
1 devano. 

Passato l'abate di Leno Luizsoue ad altra vita, dopo 
T effimero interrompimento di un suo successore, il quale 
perchè visse poco e male,, voglio studiarmi di lasciarus 
dimenticato il nome, venne elevato al governo di quel- 
l'abbazia un certo Ottoue, personaggio carissimo al pò»» 



(1) Zaccaria, /. 22. 

('2) Quell'atto è pubblicato dallo stesso Zaccaria, f. 87 e srég, 



a 6a LIBRO TREDICESIMO 

^"^555*1 t e fi ce ed all' Imperatore. Il santo padre Benedetto VHI 

Dopo trasmise a quel nuovo abate di Leno una bolla, per 
la quale confermava a lui ed a' suoi successori tutti 
i diritti e privilegi antichi degli abati di Leno; e fra 
quelli è nominata ancora la facoltà di consecrare i 
crismi, e di farne dispensa non solo ai cresimandi, ma 
al chierici ancora ed a' suoi monaci; e di operare au- 

Anno cura quaut' altro appartiene al ministero de' prelati (i). 
Ed a quell'abate di Leno lo stesso Augusto Arrigo ad- 
dirizzò daRatisbona un altro onorificentissirno diploma(ss). 
Non molto dopo quell'imperatore mancò di vita, e 
venne pubblicamente nominato Arrigo il santo. Il tem- 
perato dominio di quel principe aveva rallegrato il 
regno italico; ed il governo della provincia di Brescia, 
amministrato dal vescovo e conte Landolfo, dietro agli 
auspicii di quel monarca, aveva addotta a vivissima 
tranquillità tutta questa provincia. Passato quell'Avi* 
gusto ad altra vita, i germani diedero la corona del 
regno loro a Corrado il Salico; ma la più parte delle 
province italiche sospirava l' indipendenza. Le armi che 
gli italiani avevano dovuto usare per difendersi dalle 
minacce di Arduino, quando Arrigo III vessato dai 
Polacchi e dai Boemi non era potuto discendere a pro- 
teggerli» avevano dato loro a conoscere che non man- 
cavano di forze; e che tentandolo con unione e con 



(i) Bulla Benedirti P. Vili. Idib. Jan. MXix apud Zaccar* 
f. 90 et seq. — Sanctum quoque carisma , vel sanctificationis 
oleum, Consecrationis Monicorum, vel clericorum, famulorum 
et libero rum, seu quidquid ad ministeri um perii net, a qui* 
busqumque Praesuìibus fuerint postulala, gratis conce dimu* 9 etc* 

(3) Diploma rapportato cUÌ P. Luchi, Monumenta Monasl- 
Kconcnsi, Romae, 1769, pag. 00. 



LIBRO TREDICESIMO »63 

franchezza, avrebbono potuto sosteuere la propria iodi- - ■■ -- 
pendenza. Tale conoscimento aveva sparse per le città ^°P° 
lombarde le sementi della libertà, sementi che ben presto ann ò 
germogliarono rigogliose ed ingagliardirono sott' occhio, *02& 
perchè soccorse e coltivate dai grandi. La bramosia 
della libertà è sempre viva fra i popoli, ma qualora 
sia Fomentala dai poteuli, divieue ardeutissima. 

A questo si aggiunga che le città lombarde allora 
non erano affatto spoglie di autorità particolari; perchè 
i vescovi, che per ordinario in nome dei sovrani le go- 
vernavano, non avevano una giurisdizione temporale 
sopra tutti i paes* appartenenti alla diocesi loro, ma 
ristretto o dentro i recinti delle città o limitato a poche 
miglia del circondario delle medesime; ed il rimauente 
del territorio pagava al sovrano un annuale tributo^ 
ma era o dominato da conti feudatari o governato 
secondo i proprii statuti municipali. La qual cosa, quanto 
a Cremona, ne viene assicurata dal cronista Sicardi; 
quanto a Milano, da Arnolfo; quanto a Brescia, da Gra* 
dtnigo; ecc. ecc. (1). 

5 y. Dietro a quelle autorità particolari che l Bre- 
sciani avevano fin d' allora ottenute ( salvo però sempre 
il supremo imperiale dominio, e limitate a que' paesi 
sopra ai quali non esteudevasi la giurisdizione degli 
imperiali governatori) procuravano non solo di conser- 
vare gelosamente quanto godevano, ma di allargare 
ancora per quanto il potevano le pertinenze loro. Uà 
tale spirito d' iudipendeuza e di ingrandimento continua 
alcuni secoli; e poiché ora debbo cominciar a parlarne, 



(i) Sieardus, Apud MuraU toni. 7 pag. 384» Rcr. Italie. — - 
À roul ph us. Hislor. MtdioL Uh. 1 cap. io. — Gradonicu* t 
Brix, Sacr. pxg. ij'ì. 



»&4 UBRO TREDICESIMO 

r-*jf^sS: appoggiato al libro pubblico bresciano manoscritto, della 
Dopo Del potere (i), debbo dire: che i Bresciani fino dall'au- 
anno no 1020 avevano comperato dai conti Martinengo il 
ioa8. castello e tutte insieme le fortificazioni di Orzi-vecchi 
che ebbero dagli abitanti di quel paese giuramento 
dì fedeltà, rendendone per corrispondenza un altro dì 
perpetua difesa (2). Né i Bresciani avrebbono fatto al- 
lora un tale acquisto, se almeno un largo tratto della 
provincia non fosse stato fino d'allora indipendente 
dalla autorità del governatore imperiale; la qual cosa 
viene confermata dal fatto seguente. 

5 10. Passato ad altra vita Tanno io3o il vescovo 

Arno ^ 

iq3d. e eonte governatore di Brescia Landolfo (3) gli venne 
sarrogato il vescovo Odorico; il quale, secondo uè ri- 
corda il cronista Rodolfo (4), fu l'ultimo prelato che 
a que 5 tempi abbia goduto in Brescia e la giurisdizione, 
ecclesiastica e la secolare. Seppe quel vescovo adope- 
rare ogni mezzo possibile onde cattivarsi la grazia 
dell'imperatore Corrado; e giovandosi di quella gli 



(i) U libro Poteris è una raccolta di scritture d' acquisti o 
idi convenzioni fatte dalla città di Dresda nel!' 11 e 12 secolo 
e poco dopo. Raccolta procurala dall'abate Giovanni Pontoglio 
di Erbusco e paroco di Trenzano, e da lui presentata alle 
autorità pubi)), il di g sett. is55. L'autografo di quella è 
pergamena, e di fogli iòo, e di presente conservasi neli'Arch. 
secreto della città, in quello municipale però se ne conserva 
lina copia in carta volgare. Ilo detto che sia quei libro, perchè 
: ndolo fra poco a dover citare di frequente, ne abbia ad 
essere conosciuta la fede. 

(2) Lib. Poteris f. 2, — Àliegaz. dì Baitelli, in Arch. pubbl. 
hegislr* Qlle.ì X f. 2$. 

(5) Chronicon s. Petti in Olivelo. pubbl. da Doued© ip calce 
alla Dissert. Zecca di Bresc. sla.mp. a Bologna, f. 70. 

(4) Roditi ph us, png. 25. 



LIBRO TREDICESIMO £55 

presentò una supplica, colla quale il pregava per lo ^m^x- 
amore di Dio e per Io bene della sua anima di con- ^°Pf 
cedergli il primato sopra qualunque monastero bre- anil(j/ 
sciano, non eccettuati quello di s.' ;i Giulia di Brescia e l ^ J - 
quello di s. Benedetto di Leno, i quali per titoli ante- 
riori dipendevano immediatamente dalla santa sede; e 
di concedergli ancora le giurisdizioni del castello di 
Brescia, di quello del monte Degno e di quello di Ca~ 
slenedolo. oltre tutte le pertinenze a' medesimi; di con- 
cedergli le porte della città, il governo della mede- 
sima e de' paesi per cinque miglia all' intorno; il possesso 
dei fiumi Mella ed Olilo e delle sponde dei medesimi 
dalle prime scaturigini sino alle foci; che su per le 
acque di quelli non potesse alcuno erigere travate, mu- 
lini, coudur barche od esercitar mercatura di alcun 
genere, senza il suo consenso. II re Corrado accolse 
propizio quella domanda del vescovo di Brescia Odo- 
rici I, e per mezzo di un suo diploma dato a' i5 
luglio del io3y da Caldiero sui veronese lo compiacque 
di tutto il domandato (i). 

1 Bresciani indispettirono fieramente di quella con* 
cessione al loro vescovo fatta dal re germanico Corrado; 
e dietro l'esempio di que' da Cremona e de' [Milanesi, 
i quali avevano represse colle armi le ambizioni dei 
loro vescovi (2), si armarono contro il prelato loro 
OJorico 1, e selamaroiio giustizia. Spaurito, il vescovo 



(ì) Quei diploma tralJo dalì'Archiv. pubi)!, è slato pubbli» 
pato primo da Francesco Gallo bresc. nei suo Trattato Juridico 
de fruclibus f 90. Poscia da Gagliardi, Noie ad 0g belli, p?53<) r 

(2) Quauto a'Cremonesi ved. Canonie Sicardì, tom* 7 f, 584 - 
Ber. Italie, e quanto ai Milanesi, Aruulph. Iliscor. ' Jìlediul. 
fib. 7 cap. 10. 



Anno 

JOJ% 



*6G LIBRO TREDICESIMO 

da que* rumori cedette prudentemente ai cittadini ogni 

Dopo diritto a lui concesso pel succennato diploma del re 
anno Corrado, della qual cessione venne stipulato soleuue 

,00 7* istrumento agli undici gennaio dell' anno seguente, atto 
che conservasi ancora (i). Perchè però avesse ad essere 
salvato di qualche maniera il decoro del re e del ve- 
scovo, la rinunzia del vescovo Odorico ai Bresciani, la 
quale egli segnò ancora in nome dei vescovi suoi suc- 
cessori, venne fatta con patto che i cittadini dovessero 
dare annualmente al vescovo una veste detta a quei 
tempi Launeckild erosimi (2). In queir istrumento è 
da osservarsi che il vescovo di Brescia Odorico I die- 
tro il tenue compenso della euarrata veste ha cedute 
le giurisdizioni state a lui concesse dall' iaiperatore 
Corrado non ad un qualche magistrato rappresentante 
i Bresciani, ma ai Bresciani medesimi, i quali dopo di 
essersi in accettarla sottoscritti cento e sessantuno, fra 
i quali è scritto ancora il nome del notaio e cronista 
Rodolfo, viene promesso ancora in nome di ogni uomo 
libero abitante in Brescia e successori suoi (3). E per 
questo, se fosse vero quanto hanno scritto Malvezzi e 
dietro a quello Caprioli, Rossi, Baitelli, Faini e tanti 



(3) L'istrumento di rinunzia del vescovo Odone* conservasi 
autografo Dell'Archi?, delia città, Uh. Poteris f. 1. Ed è pub- 
blicato da Gradenigo, Brix\ Sacr. pag. 169 et seq. 

(1) La Crosina, secondo Du-Cange, era una tunica ex ferini s 
pellibtts; ed io vorrei credere che dal nome di quella vesta 
sia derivato quello di Croset vernacolo Bresc. detto in italiano 
Farsetto. 

(5) Ceterisque Uheris hominihus Brixiam habilantlbus, meis 
spifituaiibus filiis, sono parole dell'atto notarile sopraindicato. 



LIBRO TREDICESIMO aG 7 

altri che hanno bevuto ciecamente V uno dall' altro (i); s?"??^ 

se fosse vero che la provincia bresciana fosse stata Dopo 

G ( 
governata dai consoli e presieduta dai cousigli generale g nno 

e credenziale fino dai tempi di Ottone Magno, quel]' istru- J037. 

meuto sarebbe stato stipulato fra il vescovo Odorico I 

ed alcuno di que 5 magistrati rappresentanti la città, e 

non fra il vescovo e la universalità dei cittadini. 

Dopo di essere stato il vescovo e conte di Brescia 
Odorico I sforzato, quasi può dirsi, dai Bresciani a 
quell'atto di rinunzia, consideravasi di esser egli in 
Brescia in uno stato di pubblico avvilimento; ed egli 
che era di sentimenti ambiziosissimi, bramoso di alien- 
tanarsi onoratamente per qualche tempo dalla diocesi, 
giovatosi della grazia, di che godeva presso al sovrano, 
lo pregò di essere eletto al grado di uno dei regia 
segretari. La sua domanda venne prontamente esau- 
dita (2). Per isdebitare quel vescovo gli uffici del nuovo 
impiego fu costretto, siccome lo desiderava, ad allon- 
tanarsi da Brescia e seguitare la corte. Un amplissimo 
diploma, cui Guido vescovo di Turino ottenne per mezzo 
della sua interposizione dall' Augusto Corrado (3), basta 
ad assicurare, quanto potesse il vescovo Odorico presso 
a quel monarca, 

§ 11, Al cominciare dell'anno io38 l'imperatore 
Corrado onorò Brescia della sua presenza, equi ferniosai 



(1) Malvez. Disi. 7 cop. 4* -~ Caprioli, Uh. 5. — Bossi, 
Sior. mss, f\ 100. — BaiteIJi,, dl/eg. soprascr. f. 4- <pj F a W< 
Ragg. ti ella Sigo. di Br. f. 5o- 

(7) Houifman. Monumenta toni. 1. Centur. 1 pctg> i(Tg. — » 
Sigo» io ha osservato ai iib. 8 f. 36 7 che di quei documento 
è sbagliata la data. 

(/»} Biemtnt, Sior. di Bresc. topi. :\ f. ?.oo. 



a68 LIBRO TREDICESIMO 

■alcun giorno, mentre partito da Yerona dirigevasi a 
Dopo Mil a uo. Gli abati del monastero di Leno, Oddone e 
anno dietro a quello il suo successore Richerio, non lascia-* 
ìoob. rouo trascorrere allora inutili le occasioni, onde sup- 
plicare grazie da quel monarca. II primo di quegli abati 
ottenne due mùùificenlissiroi documenti, ed uno il se- 
condo, tutti tre i quali sono già pubblicati dai padri 
Luchi e Zaccaria (i). Trapasso il primo ed il terzo di 
que' diplomi, perchè non sono che semplici conferme 
degli antichi privilegi dell'abbazia medesima; quanto 
poi al secondo, che fu pure il secondo concesso all'abate 
Oddone, è necessario osservarsi che fra le donazioni 
fatte dall' ultimo re de' longobardi al monastero di Leuo 
eravi ancora la giurisdizione feudale di Milzano, oltre 
l'allodio di quasi tutti i foudi di quel fertilissimo paese. 
Eriberto figlio di La fianco Rodeugo, seguitando le vio« 
lenti costumanze de 3 signorotti di que' tempi, appro- 
priossi buona metà delle regalie e degli allodii di Mil- 
zano, e scuotendo le spalle ad ogni querela dell'abate, 
conservò per lunghi anni delle sue usurpazioni il go- 
dimento. Oddone significò all'imperatore Corrado quella 
violenza e suppliconne riparo; e quell'Augusto emanò 
vn decreto, pel quale il Rodeugo fu spogliato di quanto 
aveva usurpato alla badia di Leno ip quel paese, e 
minacciato della multa di cinquanta libbre d'oro, caso 
avesse mancato ad immediata obbedienza. In esecuzione 
di quel decreto fu il monastero di Leno restituito al 
godimento di ogni antico suo dirilto in Milzano (2). 



(i) Luchi , Monumenta MonasL Leonen$is , lìomae I7&9* 
Zaccaria, ibid. Venezia 1767. 

\p.] Diploma pubbl. dallo stesso Zaccaria f. io?, e seg. 



LIBRO TREDICESIMO 269 

1/ anno seguente poi le monache di s. ,a Giulia di Brescia —-- ' 
ottennero un amplissimo privilegio dallo stesso impe- D°P° 
ratore (1). anno 

§ 12. Dopo le molte vicissitudini, per le quali fu l0 $9* 
allora percosso in Italia l' imperatore Corrado, le distin- 
tissime delle quali sono i sanguinosi contrasti ch'egli 
ebbe contro di Ariberto arcivescovo di Milano, e la 
pestilenza che andava depredando fieramente il suo 
esercito, tornò in Germania, dove il vescovo e conte di 
Brescia, che era suo segretario, lo accompagnò; ma a 
quattro di giugno dello stesso anno, sorpreso in Utrecht 
da una colica, spirò la vita (2). Gli fu proclamalo suc- 
cessore suo figlio Arrigo III detto il Moro, il quale poco 
poscia ottenne ancora la corona imperiale, Il vescovo 
di Brescia Odorico non continuò a servire da segretario 
il nuovo imperatore, quindi sciolto da quell'impegno 
tornò liberamente a Brescia a vegliare i bisogni della 
diocesi ed a reggere il governo della provincia. 

§ i3. La disciplina ecclesiastica era allora eccessi- 
vamente sconvolta. Allora vendevansi le mitre ed i pa- 
storali vescovili al maggior offerente, come fossero og- 
getti fiscali; dal che ne veniva che i prelati, i quali 
avevano spese grosse somme onde comperarsi la cat- 
tedra, studiavano di rimborsarsi dello speso, mettendo 
a mercato i beneficii delle chiese soggette ai medesimi. 
Le incontinenze del clero erano giunte a tanta sfaccia- 
taggine, che inseguavasi pubblicamente di avere l'ar- 
civescovo s. Ambrogio permesso ai sacerdoti lombardi 
di prender moglie, dietro le costumante della chiesa 



(1) Buliar. Cassinense lom, i. Con s litui. 89. 
(3) Vippo, in vita Corradi Salici. 



3?0 LIBRO TREDICESIMO 

greca. Sforzavasi la santa sede di rimettere le cose à 
Ooptì ly UOn ordine, ripeteva per questo i suoi consigli, e pub* 
anno* blicava frequenti censure contro sì turpi ribalderie; ma 
5o4o. ] e ribalderie avevano impigliate radici profonde, ed i 
concubinati e le simonìe bulicavano per ogni dove (i). 
Oltre di ciò l'ambizione e lo spirito belligerante di 
alcuni vescovi e di alcuni monaci doviziosissimi inci- 
tavano altri scandali. Per l'ambizione due Eriberti p 
l'uno arcivescovo di Milano e l'altro di Ravenna, an- 
siosissimi l'uno e 1' altro di primeggiare, vennero scam- 
bievolmente a contesa in Milano, quando celebrossi la 
coronazione di Corrado il Salico (2); contesa per cui si 
giunse allo spargimento del sangue, e che fu poscia 
ripetuta in Roma stessa alla presenza del pontefice Cle» 
ménte II da Guido successore dell' arcivescovo Ariberto 
di Milano e da Offredo successore di quello di Ravenna: 
dove sospinto dalle medesime superbie, entrò, terzo ad» 
jeta , a contrastare ancora il patriarca d'Aquileia (3). 
Quanto poi allo spirito belligerante de'prelati di quei 
tempi, basta ricordare l'arci vescovo di Milano Eriberto, 
quando deposta la sacra mitra ed il pastorale, cinse 
invece l'usbergo e sfoderò la spada, e dinanzi a nu- 
merose schiere ruppe guerra ai Lodigiani (4), indi qual 
fosse un condottiero di assoldati svizzeri, seguitando 
*.o*suoi armati l'esercito dell'imperatore Corrado, va- 
licò le Alpi e lo accompagnò sino al Rodano (5). Poi 
tornato a Milano, e suscitata da lui una guerra civile, 



(1) Petrus Damiani, Opusc» 5. — - Puricellius, vita s, Ariaìdi. 
(1) Arnulphns, Hislor. Me dio l. Uh. a cap. 3. 
(5) Fleury, Histoir. EccL Uv. 5g § 5i. 

(4) Arnulpiius, Hislor. Medio!. Uh. •* e.ap. 6, 

(5) Vippo, in vita Corradi Salici. 



LIBRO TREDICESIMO * 7 i 

chiamò dal bresciano iu soccorso l'abate del monastero — 

di Leno , il quale secondo ne lasciò scritto Ottavio Do P° 

G C 
Rossi (1), mosse in suo soccorso con due mila armati. ant /ò 

In quella guerra civile fra i Milanesi e Y arcivescovo l0 i°* 
Eriberto venne usata la prima volta la macchina mi- 
litare detta il Carroccio (2). 

§ i4- Fu pure a que'tempi che molti, per la maggior 
parte nobili bresciani, milanesi, cremonesi, bergamaschi 
€ di alcune altre province, i quali erauo stati colli pri- 
gionieri da Corrado il Salico, quando ebbe egli a guer- 
reggiare coutro Ariberto arcivescovo di Milano, ed erano 
stati da lui raccomandati a custodia dentro le mura 
di alcuni castelli di Germauia, fiacchi dalla lontananza 
della famiglia e della patria, e più assai dalia lunga 
prigionia, vestito, non può dirsi se per ingenua o 
finta divozione, un abito bianco, siccome seguo della 
candidezza dei loro cuori, protestando di voler vivere 
ritirati alla foggia de' monaci, furono da Eurico IH 
ricondotti in Lombardia, dove istituirono il famoso or- 
cline degli Umiliali (3); ordine che nei secoli che sue- 



(1) Ciò è raccontato da Rossi, Stor. di Bresc. mss. appog- 
giato ad un manoscritto di Bernardino Ronchi, cancelliere del- 
la Valcamonica ; ma è censurato, e non forse a torto, dal 
P» Zaccaria f. i£. 

(i) Muratori, all'anno ìZog degli Annali. Il Carroccio era 
una macchina militare della quale vedremo procedendo le forme 
diverse, secondo le usanze particolari delle vicine città. 

(5) Ottavio Rossi, Stor. mss. f. 106 retro. — E Bernardino 
Corio, Histor. di Milano part. 1/ 38 dell' ann. i5o3 dice,; 
già ne li tempi predi eli Conrodo antecessore di questo, eioè 
di Arrigo il nero, in Alamania avendo conditelo seco gran 

numero de' captivati nelle guerre passate, si diedero 

( li cattivati ) ad oh servare la istituzione de san€ia wlte, d'ha* 



9 -2 LIBRO TREDICESIMO 

i 

HS5SH5 cessero si appropriò il regime di quasi- tutte le se*' 
P°P? c'ondane amministrazioni del governo. 
anno § i5. Allora 3 come permettesse Iddio sempre nuove 

*°? lm tribulazioui alla sua chiesa, Berengario, nato in Fran- 
cia a Tours, uomo che dalla natura aveva sortito uno 
spirito irrequieto ed intraprendente, dopo di avere com- 
pili gli studi teologici o Chàtres nella scuola a quei 
tempi famosissima del vescovo Filiberto , dove ebbe 
condiscepolo Adelmanno, elevato poscia allarcidiaconato 
del capitolo de' canonici d'Angres, e scelto contempo- 
raneamente pubblico professore a Tours, agitato dai 
fomiti del suo genio, e forse più assai dall' ambizione 
di distinguersi, pubblicò alcune erronee sentenze contro 
ai sacramenti del battesimo e del matrimonio, e singo- 
larmente contro quello dell'Eucaristia (i); il suo con* 
discepolo ed amico Adelmanno, fra gli altri, il quale 
quantunque italiano probabilmente di nascita (2), reg- 
geva allóra le pubbliche scuole di Liegi, non poteva 
sofferire che Berengario deviasse con pubblico scandalo 
dalla dottrina cattolica; e perciò onde studiarsi di ri» 
chiamarlo a rettitudine, scrisse due lettere, l'una indi- 
ritta a Paolino Primicerio di Metz , supplicandolo di 
Boa lasciar mezzo intentato per richiamare il comune 



hìto vestendoci conveniente, a quella, et con proposito se in 
alcun tempo potessino tornare aliti patria sua, di farsi in tutto 
observatori del divino cullo; onde in processo di tempo Hen- 
lieo predicto entrò in Italia . . . . e r t ite' captivi furono da lui 
tutti liberati . . , . e si feci no frati con habito bianco; nun- 
e up andò si Humiliati. 

(1) Flenry, ììist. EccL liv. 5g § 65. 

(2) Paolo Cari. Gagliardi , in Praefotione Adeìmanni , ediL 
Palavii, pag. 5o2. Gio. M. conte Mazzuchelli, Degli Scrittoli 
Iti*] (fai $ io?n. 1 pari. 1 f. i3j* 



LIBilO TREDICESIMO ^3 

amico Berengario da'suoi errori: e l'altra a Berengario 5^ i - i " K: 
stesso: lettera, ovvero dissertazione ridondante di zelo, J?°K? 
di maniere amiche e di solidi argomenti (i). anno 

Passato allora ad altra vita il vescovo di Brescia Odori- 1U *+ 1# 
co i, Ad ci ma mio che pel suo carattere, per le sue virtù e 
pe suoi scritti era in molta considerazione presso ali'alloi a 
regnante Arrigo HI, fu da quello promosso alla cattedra ve- 
scovile di Brescia e donato delle episcopali investiture (2). 

Ottavio Bossi appoggiato ai manoscritti di un certo 
Landolfo Laveliougo, manoscritti che non sono mai 
stati citati né mai forse veduti che dalla immagina^ 
zinne di Bossi medesimo, ne racconta (3) che il ve- 
scovo Adelmauno cadde estinto in Brescia l'anno io5o, 
mentre combatteva contro gli eretici Berengariani. Adei- 
nianuo ha combattuto contro Berengario, non coutro I 
suoi settatori, ed è entrato nell'agone impugnando la 
penna e non ia spada; e non può essere entrato per 
aìcuu modo nel conililto succeduto,, secondo Bossi, iu 
Brescia l'anno io58, perchè egli era già mancato di 
vita fino dai primi mesi dell anno io53 (4)» 

(1) La lettera di Adelmanno al Primicerio di Metz non 3 
ora che ricordata dagli scrittori, .ma non si legge, perchè salar* 
rila; quella poi dello stesso a Berengario, dono vane edizioni 
mutilate di circa la metà, la ho io pubblicala intera pei tipi 
Franzoni di Brescia Tanno 1810. 

(1) Secondo gli abusi di que' tempi: mortilo episcopo, ha* 
culum, anulwn, aliaq: episcop. ornamenta Curine Imp. transmit* 
tebani ; quae novus Epip. ab ipsomet Imperatore accipiebnt, 
unde investìturas ciìcebantur Epipi accepisse, quemadmodum 
fuil observatum a Card. Norisio , sub initio lib. cui tìtuljis. 
Delle Investiture e Dignità Ecclesiastiche. Gradenigo i. 1Ò7. 

(5) Rossi, Storia mss. ali anno io58. 

(4) Gradenigo, i\ 173 ha da lo in luce un diploma autentico 
di Enrico Ili. Do tutu KaL J utili HLlll % per mezzo del quajg 

Yot. II. lì 



* 7 4 LIBRO TREDICÈSIMO 

^ w " J ^' Oltre di ciò conviene osservare, che varii anni dopo 

Dopo la morte del vescovo Adelmanno molte città lombarde, 

CO 

anno fi' a ^ e quali Milano e Brescia medesima, inviarono a 

1041. Roma alcuni deputati, perchè avessero a supplicare \l 
pontefice Nicolò li a metter riparo alle simonie ed alle 
incontinenze della più parte degli ecclesiastici di queste 
diocesi (t). Il santo padre desideroso di purgare la 
chiesa- da cosi turpi ribalderie, acconsentì volontieri alle 
istanze di quelle città- ed addirizzò suo commissario 
in Lombardia Pietro Damiani vescovo d' Ostia, auto- 
rizzato di correggere i vizii del clero in sua vece. Venne 
quel messo pontificio, si adoperò zelantissimo ed ad- 
dusse a penitenza non pochi traviati (2). Adempiti pos- 
sibilmente i doveri della sua missione, partissi di qui 
il Damiani ed* andò a rendere conio al pontefice dei 
suo operato, il quale rallegrossene d'assai. 

Quel sommo pontefice, onde meglio purgare da ogni 
macchia la chiesa, raduuò in Roma un consiglio, nel 
quale, secondo ha lasciato scritto il cardinale Cencio 
Camerario furono condannati siccome mercanti di be- 
i>eficii ecclesiastici e fautori della incontinenza del clero 
Anno otto prelati di Lombardia. E siccome il cardinale Cen- 
,o:>D * ciò in quel manoscritto, indicando que' prelati, ha se- 
gnate solamente le iniziali del loro nome; e segnando 
quelle del successore di Àdelmaneo, il vescovo di Bre- 



queir imperatole La acconsentito alle istanze fattegli da (bo- 
rico Il vescovo dì Brescia; perlocchè è certissimo che Adel- 
manno antecessore di Odorico II era morto prima di quel- 
l' epoca. 

(1) Della legazione de' Milanesi ne assicura il cardinale Cen- 
cio in una pergamena esistente nella Vaticana, della quale par- 
leremo fra poco. Di quella de' Bresciani, Elia Caprioli, iib. 5. 

(?) Petrus Damiani, Opus e* 5. 



LIBRO tREDICESIMO 27 r > 

soin Odorico, invece di scrivere O. Brixien, ha scritto *H5K5H 
A. Brixien (1); per la qua] cosa Biondi, Sigonio, il *; P? 
cardinal d* Aragona, e dietro a quelli lo slesso abate «uno 
Biemmi, non badando che il nome Odorico scrivevasi ,0l>J * 
a que' tempi di più maniere, come per esempio Odul- 
ficus, Uduricus, Waldericus, Adalricus: invece quelli di 
leggere A. Brixien Àlderico Bresciano , cioè Odorico 
vescovo di Brescia 3 hanno letto A, cioè Adelmannus 
Brix. , e per quella inavvertenza hanno apposto a quei 
vescovo venerabile, e pe' suoi scritti considerato uno 
de'padri di santa chiesa, una macchia della quale égli 
era purissimo. E perchè si persuada pienamente ognuno 
che non fu il venerabile Adelmanno, ma il suo succes- 
sore Odorico II il vescovo di Brescia colpito dalle cen- 
sure di quel consiglio romano, basti osservare che Ni- 
colò II convocò quella sacra radunanza Tanno io5q; Anno 

. . io5q. 

è che Adelmanno era mancato di vita sei anni prima, 

cioè fino dai primi mesi dell' auno io53 (2), 



(i) Cencio de SabeHis cardinale e poscia pontefice col nome 
di Onorio III ha scritto un ristretto della vita di Nicolò II* 
il quale conservasi ancora mss. nell'Archiv. secreto della Va- 
ticana; ed ecco come in quello si esprime in tale rapporto: 
il S. P. Nicolò generale Concili um celebravit, in quo cervice? $0$ 
Lombardiae Antistite s, Guid. videlicet Mediolanen. ( Guido di 
Milano), cum Cu. Tauri n (Cuniberto di Turino), G. Asten. 
( Girelmo d'Asti), B. Albrn. (Berlo, cioè Alberto d'Alba), 
G. Vercen* (Gregorio di Vercelli), O. Novarien. (Ottone di 
Novarra ), A* Brixien. ( AdaJrico, cioè Odorico ù\ Brescia ), et 
O. Laudiens ( cioè Obizzo di Lodi ). Episcopis fretus re- 
ligiosorum auxilio sedere coegit; quibus dislricte praecepit jtt 
Diacono s , et Sacerdotes concubinarios ab adminiìlratione al* 
taris penitus removerent, et manifeste symoniacos ab honori' 
bus sais depone rent. 

(?) Veggasi la nota 4 della pag. 9.^5 di questo libro. 



2 7 6 LIBRO TREDICESIMO 

— ; — .. £|ò dello del vescovo di Brescia Adelmanno, mi eredo 
Dopo in debito di a££Ìn<niere ancora, che ,'jdr otto pre- 

/^ p Do O * O 1 

anno lati condannati da quel consiglio, noi furono perchè 
1009. fossero eglino stessi simoniaci tutti coucubinarii; 
ma perchè Volevano ostinatamente usare troppa indul- 
genza agli ecclesiastici delle loro diocesi, che erano rei 
di simili colpe. Era allora così diffuso lo scandalo in 
questo genere, che trattandosi singolarmente de' simo- 
niaci, i padri di quel consiglio conobbero non essere 
prudenza il procedere contro di quelli con immediato 
rigore, per non togliere troppe pietre in una volta al- 
l' edificio della chiesa; ma doversi usare per intanto 
una pietosa condiscendenza (1). 

Ne raccontano i cronisti, che il vescovo di Brescia 
Odorico il fece allora levare dall' arca occlusa nella 
base dell' aitar maggiore della chiesa di Rndiano i car- 
carni di Vittoria, Vittorino, Secondo e Calisto della 
famiglia degli Aureli i, le quali spoglie, come fossero 
reliquie di martiri di Cristo, da circa 2S0 anni erano 
ivi venerate (2); ed è bella ventura che in un secolo 
di tante tenebre e di tanìa sregolatezza sia surto un 
tale che seppe darsi pensiero di sperdere una tanta 
superstizione. 

(j 16. Mancato di vita l' imperatore Arrigo III venne 
proclamato re di Germania e d'Italia Arrigo IV. Tra- 
passarono però lunghi anni, innanzi che avess' egli ad 



(1) Labbeus, tom. \ipag. 4o. Tania quippe taìium multiiudo 
est, ut dum rigorem canonici rigoris super eos servare non 
possumus, necesse est ut dispensatone ad piae condescenlionis 
sLudium nostro s animo s ad praesens ìnclinemus. Sono parole 
degli Atti di quel Consiglio. 

(7) Vegjgtyri addietro il § 16 del libro X. 



LtflRO TREDICESIMO ■•;•/ 

<es$e<r« coronato del serto imperiale. Era quegli giovi- — ±£=r'z 
iit?t lo paranco, e la vedova imperatrice Agnese sua ma- ~°«5? 
die affatica va si onde procurargli ogni migliore educa- anno 
zione. I magnati di Sassonia, che non erano stati troppo I0 ^9* 
alletti al defunto monarca, abbonavano suo figlio, e poco 
n;ancò che non lo avessero a cacciare dal trono. Le tur- 
bolenze che agitavano quel re minorenne in .Germania, 
ly rendevano debolissimo in Italia; per la qtial cosa 
le città lombarde non paventandolo crebbero di super- 
bie e fomentarono quell'ansia di libertà, della quale 
avevano già da tempo gettati i semi. Ora P una, ora 
T altra cominciarono allora a scuotersi dalla sommis- 
sione ai conti, ovvero governatori imperiali; e pagan- 
do alla corte in segno di sudditanza un tenue censo, 
lentamente P una dietro all'altra si elesse i proprii ma- 
gistrali, armò le proprie schiere., e fatte siccome signore 
di se medesime si guerreggiavano scambievolmente. 
Della qual cosa ne danno certissimo argomento, fra gli 
altri, le guerre sanguinosissime ed implacabili, che in- 
ferirono allora fra le due gelose metropoli Milauo e 
Pavia (;). E cosi le città italiane andavansi sciogliendo 
un po' alla volta dalla debita sommissione ed sovrano,, 
v passo passo se ne resero indipendenti. Il governo è 
forte debole; se è forte, le rivoluzioni non riescono 
se non subitanee; se quello è debole, giungono al punto 
desiderato, quantunque lentissime: e di tale sentenza 
se ne vide allora hi verità. 

(j 17. Il monaco Ildebrando, quello che vedremo fra 
non molto imperare dal vaticano, assunto il nome di 
Gregorio YH, uomo di spiriti elevati, di sottile accor- 



ti) Arnulf'hs, et p»ntij;lfuf senior, Hist. Medivi- apud 9fy* 
rat. f >m. 4- liti'. lUdi-c. 



27 8 LIBRO TREDICESIMO 

g r^^^^f gj mento e di animo franco, cominciava allora a gran- 
Dòpo foggiare per le corti. Aveva quegli accompaguato in 
anno Germania il pontefice Gregorio VI dopo di essere questi 
ip59« stato deposto dalla cattedra apostolica, unitamente a 
Silvestro III ed a Benedetto IX (i), tutti e tre con- 
dannati per simonia. Reduce Ildebrando dalla Germania 
condusse in Italia Brunone vescovo di Tulio, il quale 
dopo di essere stato promosso al papato da uua dieta 
imperiale radunata a Wormz, fu lietamente accolto e con- 
secrato in Roma, dove assunse il nome di Leone IX (2). 
Mancato fra non molto di vita quel nuovo pontefice, 
il monaco Ildebrando seppe usare arti così raffinate, 
che sforzò piuttosto, che persuase l'imperatore Ar- 
rigo III a concedergli 1' affeziouatissimo suo consigliere 
Geberardo, vescovo di Eichstat, il quale egli presenta 
ai romani, e lo fece canonicamente eleggere papa, e fu 
detto Vittore II (3). Per commissione di quel nuovo 
pontefice passò poscia il monaco Ildebrando in Francia, 
onde deprimere la simonìa, dove seppe adoperarsi di 
maniera che meritossi i pubblici applausi (4). Tornato 
in Italia, dove per la morte di papa Vittore era stato 
promosso alla cattedra pontificia Nicolò II, fu da quello 
eletto cardinale arcidiacono (5); ed innanzi ancora che 
avess' egli ad ottenere jl triregno, maneggiava con tanta 
franchezza e dominava con tale arbitrio la corte romana, 



(1) Leo Ostieri s;s, Uh. 1 cap. 79. 

{'?.) Wilbertus, Vita s. Leonis IX tib. 2 cap. 1. 

(5) Leo Ostiensis, tib. 2 cap. 89. 

(4) «S. Petrus Diac. Optile. 39 cap. 6. 

(5j 11 dì i4 ottobre 1059 ^ monaco Ildebrando firmò una 
bolla rapportata dal Manganili ( Buttar. Ca$s> lom. 2. Con- 
stiliti. 101) scrivendo: Hildebrandus qualisciunquc Arckùliac* 
S. R. Eccìesiac 



LIBRO TREDICESIMO 27 9 

die 5. Pier Damiani nouiinollo in uu suo distico Fa* ™-^=^ 

drone del Papa, così cantando: Dopo 

G. C. 
anno 

Se ami goder sul Tevere io'jìj. 

Ore tranquille e buone: 

Dì pur, più che al Pontefice, 

Mi prostro al suo Padrone (i). 

§ 18. E mentre l'ambizione spingeva l'uno a contra- 
ttarsi con l'altro il papato, fra i quali, alcuni scrittori 
non distinguendo le voci Brixiensìs, Brescia no, da Brìxi- 
rimensis, Bressanonese, hanno rapportato che Poppone 
vescovo di Brescia fu dall'imperatore intruso nel seg- 
gio apostolico, dove assunse il nome di DamasoII (à), ed 
ebbe cortissima vita, il qu.al Poppone non era un vescovo 
lombardo e di Brescia, ma tirolese e di Brixen: mentre 
niettevaysi a pubblico mercato le prelature, le abbazie 
ed ogni ecclesiastico beneficio; mentre le scostumatezze 
ed i concubinati de'sacerdoli imbaldanzivano, ed i po- 
poli medesimi contro le potenze legittime ammuti- 
navano ^ scuoteva Iddio il suo braccio e fulminava Anno 
dall' alto. Un terremoto terribile scosse allora la Lom- 1071. 
bardia, l'Italia ed alcun altro de' vicini paesi (3); ter- 
remoto clie diroccò móltissimi edifici e che lascio se- 



(1) Baroni o 5 A miai, ali'auu. 1061 rapporta il seguente di- 
stico di s. Pier Damiani 

Vivere vis Romae ? ci ara dppromito voce: 
Plus Domino Papae r/uani Domilo pareo Papae. 
(•>.) Malvet, Dislinct. 7 cap. 9. — Hermanuus ContractuS^ in 
C/ironie Poppo Brixicnsis ( invece di Brixinensis ) Episcopi 
ab Imperatore electus II 01 nani mi Iti tur. 

(3) Malvet. DisU 7 ctf/r, 10. — Chronic, s. Vetri in Oliveta. 



28o LIBRO TREDICESIMO 

--- "^' poi te sotto alle rovine innumerevoli genti. Uif orrida 
Dopo invernata agghiacciò i seminati, Se viti, gli ulivi, i ce* 
a, f)0 * dri e gran parte di altre piante fraitifere, ai quali ma- 
3070. ] or j succedette una terribile carestia (1). Passato iutauto 
a miglior vita il celeberrimo pontefice Alessandro II, 
il clero ed il popolo romano concordemente promos- 
sero al triregno il cardinale Ildebrando, il quale dopo 
alcune artificiose ripugnanze lo accettò, ed assunse il 
nome di Gregorio VII. Quanto era quegli picciolo ed 
esile della persona, era altrettanto grande di spiriti, e 
per alte intraprendenze talvolta forse ancor trascendente* 
§ 19. Ingagliardivano intanto in Italia alcuni rag- 
guardevoli principati. I Roberti ed i Buggeri, ora per- 
cossi dai Normanni, ora soccorsi dai medesimi contro 
i Saraceni, signoreggiavano gran parte del napoletano 
e della Sicilia; il romano pontefice distendeva di giorno 
in giorno le temporali sue giurisdizioni; il conte Bo- 
nifacio marchese della Toscana e padre della famosa 
contessa Matilde aveva lasciata la figlia erede non solo 
del suo marchesato, ma ancora di Ferrara, di Mantova 
e di altre città, delle quali si era egli impadronito. Altri 
siguoreggiavano in Piemonte, altri nella Marca trevigiana; 
e !e città lombarde fiacche di prestare sommissione ai 
conti governatori imperiali, l'ima dietro all'altra scio- 
glieva usi da quelli in tutto o in pai' te; ed alcune, 
téme fossero signore di se medesime, avevano fino P im* 
prudente baldanza di guerreggiarsi a vicenda. Arrigo IV 
era costretto dalle combustioni de' Sassoni a tenersi ai 
loro confini con quante più forze poteva*, e gli arcive- 
scovi di Milano e di Ravenna seguitali dalla maggior 



(1) Chronic. id. Hicnips valida, poscia, Jfames valida. 



LIBRO TREDICESIMO aRr 

parie de* suffragane*! loro dirizzavano le corna contro --- 1 "™ 
la santa sede. Dopo 

Lo zelante e franco pontefice convocò allora un con- andò" 
siglio a Roma (j), nel quale minacciò gli anatemi a l0, $f 
qualunque monarca avesse in avvenire dispensate ec- 
clesiastiche investiture. Il re Arrigo che era accostu- 
mato a venderle, e che da quel mercato traeva larghi 
proventi, indispettì fieramente di quel canone del con- 
sìglio; ma la guerra che aveva coi Sassoni lo sforzò a 
soffocare in petto per qualche tempo le ire che il tor- 
mentava no. Sbrigatosi finalmente dalia guerra sassonica, 
ad onta dei sacri divieti, continuò a vendere le inve- 
stiture con maggiore baldanza. Il pontefice con appo- 
sita lettera lo rimproverò, perchè violando i sacri de- 
creti avess' egli poscia venduto a Tebaldo l'arcivesco- 
vato di Milano e ad altri le chiese di Fermo e di Spo- 
leto ('2). Irritato quel principe dei rimbrotti dei papa 
raccolse in Wormz a consiglio i vescovi del suo parti- 
to, dalla quale congrega venne fulminata la scomunica 
contro il pontefice, e spedito immediatamente Rolando 
di Parma a Roma ad intimare al santo padre quella 
senteuza (3). Non è fuor di proposito il credere che 
Odorico II vescovo di Brescia, siccome aderente al re- 
gio partito, sia intervenuto ed abbia sottoscritto gli 
aiti di quel conciliabolo. 

Que' fatti del re Arrigo incitarono papa Grego- 
rio VII a ribatterli con quanta maggior forza poteva; 
e scaltro come egli vra . innanzi di muoversi, procu- 
rossi il favore di molti principi germanici e J' ajtrj. 



(1) Labbené, Cor\ciliot\ to{n* lo. 

(■j) G regoli ns VII Uh. ì epìst. 1Q. 

[7)) Bcrtoldus Costai) lienlis, iu Ckivuic* 



282 LIBRO TREDICESIMO 

"^^ italiani, fra i quali singolarmente quello della duchessa 
Dopo c ]j Toscana e dei reggenti le province di Napoli e di 
anno Sicilia. Raccolto poscia a Roma un nuovo consiglio , 
I0 7^ scomunicò in quello il re Arrigo, ne sciolse i sudditi 
dai giuramento di fedeltà , e proibì loro di più oltre 
prestargli obbedienza alcuna; ed in quel consiglio sco- 
municò ancora molti prelati che tenevano le parti del 
sovrano, alcuni cje' quali erano germanici, alcuni fran- 
cesi e fra i lombardi quasi, o forse tutti, fra i quali 
era compreso ancora Odorico II di Brescia (i). 

Chiuso appena quel consiglio, papa Gregorio pub- 
blicò a tutti i fedeli il decreto fulminato contro di 
Arrigo e de' suoi aderenti (2). Per la qual cosa sde- 
gnatosi Guiberlo arcivescovo di Ravenna raccolse a Pa- 
via un' adunanza di vescovi lombardi, alla quale inter- 
venne ancora monsignor Odorico II di Brescia, dalla 
quale venne scomunicato nuovamente il papa. Ma in- 
tanto molti principi germanici, fra i quali i duchi di 
Sassonia, di Svevia, di Gatinzia, quel di Baviera, il quale 
era Guelfo d'Este e molti prelati sdegnosi di prestare 
più oltre obbedienza al re Arrigo, deliberarono di rac- 
cogliersi in parlamento generale ? onde, usando i voti 
della nazione, deporlo formalmente dal trono ed eleg- 
gerne il successore (3). Avevano da prima ideato di 
radunarsi a Tibur presso Magouza; ma considerato po- 
scia che un editto di tal fatta avrebbe avuta forz^ 
maggiore, se fosse stato consigliato col pontefice e 
confermato dal suo voto, decisero di raccogliersi in Au- 
gusta ai primi del prossimo susseguente febbraio) dove 

(1) Fleury, Tìlst. EccL lìvi\ 62 § 99 e seguenti. 
(1) Gregor. \ 7 11 Uh. i4 Epist. 18 et 19. 
(j) Lamberto di Scafnabiug, /. ai$. 



LIBRO TiiìDICKSlMO a83 

supplicarono Io stesso pontefice Gregorio \ li d' ipter-2?!SH5aB 
venire. 11 re Arrigo IV era allora ad Oppeueim, città JJ'PO 
del basso Reno. Avvisato di tali disposizioni iuorridi 
sì fattameli le. che nulla curando le nevi ed i ghiacci 
di un inverno acerrimo, nulla le strade traversali che 
in costretto percorrere, onde schivare le insidie di Guelfo 
duca di Baviera e quelle del duca di Cariuzia; irrigi- 
dito ed affaticato giunse alla fine al castello di Canos- 
sa, nel quale il santo padre ospiziava presso la contessa \ nno 
Majtilde. Quel pontefice non lo accolse in sulle prime, 10 ;U' 
ma il lasciò tre giorni intieri sospirando udienza, di- 
giuno fino alla sera , coperto di lane da penitente e 
scalzo i piedi, quantunque l'inverno incrudelisse oltre 
Fusaio. Alla fine spogliato Arrigo IV di ogni regia in- 
segna ed assoggettato a tali avvilimenti che recano 
v*r£Qo;na ed a chi ebbe la viltà di sommettervisi ed 
a chi con troppo rigor li pretese, venne restituito alla 
comunione della chiesa, ma non al trono (i). 

§ 20. Allora i prelati della Lombardia, scomunicati 
essi ancora insieme col sovrano nel consiglio di Roma 
dell'almo precedente, indispettirono delle vigliaccherie 
di Arrigo e della troppa imponenza di papa Gregorio, 
e declamarono di maniera che minacciarono di espel- 
lere dallo scranno ed il re ed il papa, e di promuo- 
verveue altri in loro vece. Spaurito da quelle minacce 
Arrigo, diede le terga al papa, e non senza fatica si 
riconciliò coi Lombardi ^ ma in que' frattempi i pri- 
mati germanici si raccolsero iu dieta generale a For- 



(i) Fleury , livr. 62 § 61. — Donizo, m vita Maifuldis 9 
canta eosì : 

»» Ante suarn facietn concessii Papa venire 
>•< Begetn ciim plaiiiis f$udi$ a frigofe cap'-is. 



*84 WBRO TREDICESIMO 

^^55£cheim, dove intervennero ancora i legati pontificii, e 
Dopo dove fu confermata la degradazione di Arrigo IV ed 
anno eletto re in sua vece il duca di Svevia Rodolfo (i). 
IU 7 ( J- Incitato Arrigo dagli atti di quella dieta, uni le po« 
che schiere che gli fu dato raccogliere,, e ruppe con 
quelle in Germania onde abbattere il rivale; e mentre 
que' due guerreggiava osi rabbiosissimi, le città lom- 
barde già fiacche da lungo tempo della sommissione ai 
conti governatori imperiali, sommissione, della quale 
avevano molte, come si è detto, già incomincialo a 
rompere il freno (2) , rumoreggiarono nuova mente. 
Allora i Bresciani costrinsero il vescovo loro Odorico I 
a cedere ad essi quelle giurisdizioni che Y imperatore 
Corrado avevagli concesse; e da quell'atto è ben chiaro 
che allora questa provincia dirigevasi di una maniera 
quasi anarchica, perchè l' istrumento di quella cessione 
di Odorico I a 5 suoi diocesani non fu stipulato fra lui 
ed alcun magistrato rappresentante la città e provincia 
di Brescia, ma invece fra lui ed i Bresciani medesimi 
in corpo. Cosa che abbiamo veduto essersi praticata 
anche altra volta, quando i Bresciani comperarono dai 
conti Martinengo il castello degli Orzi-vecchi. 

Sdegnose a que' tempi le: città lombarde di prestare 
ubbidienza ad un sovrano percosso dagli anatemi della 
chiesa; non paurose di lui, perchè affievolito per la ri- 
bellione della più parte de' suoi sudditi, e costretto a 
rat te ne re in Germania le poche forze che gli restavano, 
onde contrastare il suo trono a Rodolfo di Svevia, che 
era lo scelto dalla dieta ad occuparlo; e sciolte ancora 



1 <»$<;. 



(0 Bct toldus Constantientis, i{i Chronìc 

{'■■) Veggasi quanto si è scritto al £ iq i|i questo bino. 



LIBRO TREDICESIMO «85 

da ogni riverenza ai loro vescovi, perchè tutti da Gre-^HSSB 

gorio VII e dal consiglio di Roma scomunicati, grida- J;°P° 
rono libertà e si elessero i proprii magistrati (i). anno 

§ 21. Brescia allora trasse a sorte mille dal corpo 10 ° * 
generale dei cittadini, e di que' mille costituì il suo 
consiglio generale; elesse una persona proba ed avve- 
duta di ogni contrada della città; e dato a quelle il 
titolo di anziani delle contrade, ovvero dei rioni, ai 
quali appartenevano, le autorizzarono a convocare a 
suono di campana il consiglio, quando lo credessero 
necessario. Anche i sacerdoti avevano diritto di entrare 
nel consiglio generale ed il vescovo pure, al quale per una, 
certa reliquia di subordinazione politica davasi il no- 
me di rappresentante il sovrano ed accordavansi due voti. 

Oltre il consiglio generale i Bresciani allora si isti* 
tuirono il consolato, magistratura composta di quattro 
fra i più rispettabili individui della città, e quelli do- 
vevano essere scelti dietro io scrutinio dei voti dei 
consiglieri. Spettava ai consoli il giudicare le cause 



(i) Malvezzi, Dist. 7 cap. 4 e dietro a lui Caprioli, lib. 5. 
— Russi, Storia mss. f. 110. — Battelli, Disseit. ciu hanno 
Sfritto che le città lombarde assunsero, dietro consenso impe- 
riale, una maniera di governo repubblicano fino da quando 
dominavano gli Ottoni (salvo però sempre il Reg. Imperiale 
Dominio ): cosa smentita dalla autorità, delia quale furono in- 
vestiti i Conti Govem. Imperiali., che vennero' di poi. — 
Biemmi all'opposto ( Storia di Ardiccio ecc. lib. 1 ) protrae 
forse un po' di t toppo così rilevanti novità di governo. Io 
credo non operare fuor di proposito appigliandomi all'opinione 
del coltissimo ab G. Battista Guadatomi, e dicendo con lui, 
t he le Repubbliche di Lombardia comuni a rotto ali* occasione 
de* gran dissidii agitati fra Gfegpn FU ed irrigo If. Gu<*- 
degnici, J r ila d'Arnaldo. 




2 RG LIBRO TREDICESIMO 

tanto civili che criminali; le sentenze loro però non 
potevano èssere eseguite, se prima non erano state ap- 
provale dal consiglio» E però probabilissimo il credere 
che non tutta l'assemblea generale avrà avuto impe- 
gno o voce in tali approvazioni, ma solo una deputa* 
zione scelta e delegata dalla medesima per tale ufficio. 

Era riservalo al consiglio generale il diritto di com- 
mettere l'erezione di pubblici edifici, di segnare alti 
di alleanza con altre città vicine e, quel che è più, di 
intimare o di accettare la guerra o di firmare tregue 
o paci. 

Ogni console entrava in seggio il giorno di s. Pie- 
tro, a' 29 giugno, e teneva ordinàriamente quella ma- 
gistratura pel corso di un anno solo. Ad uno de' con- 
soli affidavasi la presidenza di quella dignità, ed era 
detto il priore del consolato. 

Venite allora divisa la città e provincia in quattro 
quadre; ed ognuno de 5 consoli doveva sorvegliare par- 
ticolarmente la quadra alla quale era appositamente 
destinato. Una quadra era composta delle contrade delia 
città più vicine alla pòrta s. Andrea Rebuffo, ora 
detta Torre-lunga, e dei paesi del territorio ai quali 
mette la porta medesima; un'altra quadra era com- 
posta delle contrade delia città più vicine a porta Ma- 
tolfa, detta ancora Cremonese, e dei paesi della pro- 
vincia, ai quali uscendo da quella porta si volge; la 
terza similmente era la quadra della porta s. Stefano, 
che era vicina a quella che ora diciam delle Pile; la 
quarta finalmente era la quadra di porta san Gio- 
vanni (1). 



(1) Ottav. Rossi, Stor. mss, f. 100 retro. 



LIBRO TREDICESIMO 287 

t primi che furono scelti ad occupare in Brescia il ! 



coasolato furono Ottone Palazzi, Folco Brugia, Alberto J? P° 
Gozìoj il quale, per essete feudatario di Capriolo, fu anno 
poscia nominato Alberto da Capriolo, ed il quarto un 10 ° 0, 
Giroldi, del quale per le sconciature del manoscritto 
Don posso rilevare il nome (1). 

§ 22. Le alte contese allora agitate fra papa Gre- 
gorio VII ed Arrigo IV ruppero tant' oltre, che il Fon-* 
tefìce nel concilio settimo di Roma, uniformando il suo 
voto a quello già esposto nella dieta germanica di 
Forcheim, dichiarò il duca Rodolfo di S ve via legittimo 
re d'Allemagna, e fulminò gravissimi anatemi e male- 
dizioni contro Arrigo e suoi fautori (2). Arrigo al* 
1' opposto raccolse hi Brixen una congrega di molti si- 
gnori germanici e di trenta vescovi, parte di Germania 
| e parte di Lombardia > e fece per quella deporre dalla 
cattedra apostolica Gregorio VII, ed eleggere in sua 
|; vece il più volle scomunicato arcivescovo di Ravenna, 
Sii quale s'intruse nel papato, assumendo il nome di 
|ì Clemente III. 

Continuavano frattanto in Germania le gare e le bai- 
taglie fra i partitami di Arrigo e di Rodolfo, quando 
! feri to gravemente il secondo nella giornata di Nauburgo 
| in Sassonia, dopo brevi giorni cessò di vivere. Arrigo 
imbaldanzì d'allegrezza per la perdita del rivale; can- 
tarono per questo inni di giubilo in Italia gli scismatici 
del suo partito e singolarmente i vescovi di Lombardia; 



(i) Lo stesso, ivi, 

(9.) Ipse autem TIenricus cum suìs fautoribus in omni con* 
pressione belìi nallas vires , nullamque in vita sua victoriam 
\oblineat. Sono parole di Gregor. VII in quel Consiglio. 



uS8 LIBRO TREDICESIMO 

£2ES25tVa i quali non è fuor di proposito 1 immaginare quanto 
Dopo avr à festeggiato lo scismatico vescovo di Brescia Co- 
pòrìo none (i), successore dell' altro pure scismatico Odorieo IL 
lùBb. L'antipapa Giberto calò allora in Italia, onde tentar 

dì ascendere la cattedra, alla quale era stato ciaadeòti- 
namente promosso; ma V accorto ed intraprendente Gre- 
gorio VII £ui era notissimo, che dove non valevano 
le censure era necessaria la forza, procurossi V amicizia 
e la protezione di Guglielmo re d Inghilterra; assolse 
dagli anatemi Roberto Guiscardo duca di Puglia, delle 
Calabrie e di Sicilia, obbligandolo però di promettergli 
ad ogni occasione difesa (2); e quel che è più, si tenne 
raccomandato alia pia e potente contessa Matilde. Quella 
principessa^ onde impedire gli avanzamenti dell'antipapa 
Giberto, che era allora, siccome credesi, od in Brescia 
Àvno 0( \ j n Verona, fece raccogliere le sue truppe sul man- 
iovano, provincia da lei dipendente; ma gli scismatici 
di lombardia, raccolto un buon esercito, lo spinsero ad 
attaccare le truppe delia contessa., che a quell'avviso 
si erano radunate sul tenere della Volta, castello del 
mantovano; ivi le due osti si azzuffarono, e le schiere 
.scismatiche furono le vincitrici (3). 

§ a3. Percorreva la primavera dell' anno seguente, 
quando il re Arrigo discese nuovamente in Italia ca* 
lato pei valichi del Tirolo, e passato per Verona, con- 
tinuò le mosse fino a Ravenna, dove si trattenne alcuni 
giorni studiando i mezzi di collocare Giberto arcive- 
scovo di quella città sopra la cattedra pontificia; poi 
continuò il viaggio, e seguitato dall'antipapa e dal* 



*oai. 



(1) Gradeoigo, Brix. Scic. pug. 180. 

(1) Lab he us, lom. io. Concilior. pag. i5o. 

fi) f>tjtoìuu.5 Constati iìcìUìs, in C/aonic, 



ioS4« 



LIBRO TREDICESIMO 289 

esercito pervenne ai sobborghi di Roma (1), da dove—— — 
; armi di «papa Gregorio ed una terribile malattia, J~°P? 
he gli andava depredando l'esercito, lo costrinsero a anno 
ornare a Ravenna colle trombe nel sacco. Gli scismatici di 10òl « 
iombardia intanto continuavano ad invadere ora un 
laese ora un altro di quo' che dipendevano dalla con- 
essa Matilde, e commettevano in quelli orride deva- 
tazioni. Arrigo infellonito ripetè gli sforzi, e 1' anno 
eguente ed il posteriore onde penetrale in Roma, sforzi 
:he gli riuscirono inutili : ma la quarta volta, dopo 
li avere cjuel principe mercata a prezzo d'oro la ple- 
>aglia di Roma, fu da quella accolto in quella augusta 
:ittà (2). Soperchiato il pontefice, ma indomito pur 
uttavia gli spiriti, assicurossi nel castello sant'Angelo. Anno 
l re Arrigo allora per mano dei prelati dì Bologna, 
li Modena e di Cervia fece consecrare pontefice Gi- 
>erto da Ravenna, il quaìe assunse il nome di Cle- 
tiente III, lo collocò sopra la cattedra del Vaticano; e 
la quell' antipapa fra il trambusto degli evviva, dei 
uoni e dei cantici fu il re Arrigo coronato tantosto 
mperatore (3). 

Dopo qualche mese usci papa Gregorio dal castello 
ant' Angelo, ed andò a prendere rifugio in Salerno, 
love colpito da gravissima malattia, riportata probabil- 
nente per le alte agitazioni dell'animo, cessò di vivere. 

suoi successori Vittore III il quale ebbe cortissima vita, 

dopo quello Urbano II, continuarono a sostenere le 
•arti della chiesa con una fermezza quasi pareggiabile 

quella del defunto Gregorio. II primo di quelli rac- 

(1) Cardinalis de Aragonia, in Vita Gregorii VIL 
(9.) Cardinalis, idem, iblei. 
(5) Idem, ilici. 

Yol. IL IO 



2 go LIBRO TREDICESIMO 

^??^ colse un consiglio a Benevento, nel quale scomunicò i 
Dopo simoniaci, gli scismatici e gli incontinenti; ed Urbano 
armo ripetè poscia quegli anatemi ne' consigli ch'egli tenue 
J0S4. j U R oma5 in Amalfi ed in Piacenza. 

Il nuovo imperatore Arrigo ritirossi in que' frattempi 
da Roma, e spinse le armi contro gli stati della con- 
tessa Matilde; e penetrato nel mantovano, le tolse Ri- 
valla e Governolo; dopo strinse la stessa Mantova e la 
bloccò: ma non potendola sforzare coli' armi, comperò 
a prezzo d' oro la fede delle milizie che la difendevano, 
e per mezzo del mercato tradimento la fece sua (1). 

Montechiaro, grosso paese bresciano, felicissimo d'aria, 
di industria e di prodotti, e così popolato che parrebbe 
altrove una città, era a' que' tempi signoreggiato dalla 
contessa Matilde; e per un tempio stato ivi eretto nei 
prischi tempi dai pagani sul ripidio del colle di san 
Pancrazio, dove ora veggonsi gli avanzi della rocca 
antica, e da quelli dedicato alla dea Minerva, ne ve- 
niva che quel paese era detto reciprocamente e Mon- 
lechiaro e Miuervio (2). L imperatore Arrigo dopo di 



(1) Ciò attesta Donizzone, Vita Mathildis, Uh. n presso Mu- 
ratori iom. 5 Rer> Italie, scrivendo che Arrigo entrò in Man- 
tova per tradimento Ja notte del venerdì santo. 

m Nani qua nocle Dewn Iudas mercaior Jesum 
n Tradidit, hac ipsa fuit haec urbs Mantua dieta 
» Tradita. 
(9.) Che il castello di Montechiaro sia stato detto ancora Mi- 
nerbio o Minervia, è chiaro non solo dalla tradizione, per la 
q\\(ì)e viene ancor nominata Minerva la rocca di quel paese; 
ma ancora da un privilegio concesso l'8 giugno 1 1 54 da Bai- 
mondo vescovo di Brescia ad Odizzone paroco di Montechiaro: 
nel qual privilegio quel paese è nominalo Minervium, atto che 
conservasi nell'Archivio Comunale di quei paese, Re^istr. Grau» 



LIBRO TREDICESIMO 291 

essere entrato per vile mercato in Mantova, bramoso 255555 
di spogliare la contessa ancora di Monlechiaro ossia di ^P 
M in et v io, addirizzovi contro un grosso corpo di truppe, anm * 

le quali dopo avere devastato orrendamente il paese, Iu ^i- 
ne assediarono la rocca, i custodi della quale dovet- 
tero fra non molto arrendersi, non già vinti dall'armi, 
ma dalla fame (1). 

§ 24. Le città lombarde allora e Brescia insieme 
con quelle erano divise in due fazioni; l' una , che 
era la più potente, teneva le parti imperiali; pro- 
teggeva l'altra le giurisdizioni pontificie. Lo spirito di 
partito, per quanto sia sacro il mantello col quale si 
copre, spinge a scelleraggini senza saperlo. Quindi i 
partitanti del papa non badando che l'incitare un figlio 
ad insorgere contro suo padre e lo stuzzicarlo a rapirgli 
il trono, caso ancora che il padre stesso declinasse dalla 
rettitudine, è gravissima colpa; accecati quelli ciò non 
pertanto dallo spirito di fazione, suscitarono Corrado, 
primogenito dell' imperatore Arrigo, a ribellarsi contro 
di lui. Quegli infatti si rivoltò, e la sua ribellione diede 
una scossa gravissima alla potenza di Arrigo. Milano, 
Pavia, Lodi, Cremona, Piacenza, quantunque già da 
^empo si governassero scambievolmente per mezzo di 
magistrati repubblicani (salvo però sempre l'alto im- 
Deriale dominio ) diedero tostamente le spalle all' im- 
Deratore Arrigo, e riconobbero suo figlio il ribelle Cor- 
•ado per loro supremo dominatore. Il restante delle 



le, f. no. Che poi Monlechiaro sia slato feudo della contessa 
ilatilde, ne lo assicura la Cronaca Franchici, f. 4- Cronaca 
sistente fra i miei mss. 
(i) Muratori, Annali d' ìlalia. 



2 9 2 LIBRO TREDICESIMO 

■5HS5 città di Lombardia seguitò fra non molto 1' esempio di 
Dopo quelle prime. Brescia fece lo stesso; e siccome questa 
pmno c ' t ^ allora era, come tutte le altre, divisa per le due 
io84- fazioni imperiale e pontificia, ebbe ancora vescovi del- 
l' uno e dell'altro partito. I vescovi bresciani d'allora 
però, i quali tenevano le parti del pontefice, siccome 
appartenevano al partito più debole, non poterono mai 
ottenere V investitura temporale del vescovato; perchè 
quella fu venduta ai vescovi scismatici suoi attinenti, 
i quali furono Giovanni, del quale non resta memoria 
che della simonia e del nome (i), ed Oberto suo suc- 
cessore, ai tempi del quale raccontasi accaduto in Bre- 
scia il fatto seguente. Ma perchè quelli che lo hanno 
scritto non lo garantiscono colla testimonianza di alcuno 
cronista sincrono, per questo anch'io lo espongo per 
non lasciarlo ornmesso, ma non assicuro che sia vero, 
quantunque non manchi di alcuni caratteri di proba- 
bilità (2). 

Oberto innanzi di essere stato dal partito imperiale 
promosso alla cattedra vescovile di Brescia, aveva, sic- 
come padre abate, governato il monastero de' Benedet- 
tini di s. ta Maria in Sylva, cioè di s. Faustino mag- 
giore, nella chiesa del quale erano custodite le pre- 
ziosissime croci. Dicesi che dopo ch'ebbe quel monaco 
ottenuto il sacro pastorale, abbia tentato di far tra- 
fugare quelle sacre reliquie, delle quali i Bresciani 
erano divotissimi , come lo sono ancor di presente. I 
cittadini paurosi che un dì 1' altro fosse mandato ad 



(1) Gradenigo. Br. Saci\ pag* 181. 

(•2) Caprioli, Uh. 5. — Biemmi , toni» 2 pag. 282. «— - Gra- 
denigo, pag, x83. 



ì 



LIBRO TREDICESIMO a$3 

esecuzione un così negro alternalo, deliberarono <li --— - 
trasportare le santissime croci dalla chiesa dov' erano Dopi 
nella basilica della Rotonda, siccome in luogo, che per » nno 
essere nel centro delia città è ÒY assai più sicuro. Il >?&4« 
vescovo Oberto, o lo facesse perchè meditasse veramente 
di trafugarle, o perchè per essere stato abate de' mo- 
naci di san Faustino nudrisse un'affezione particolare 
per quella chiesa . e sentisse dispiacere che avesse ad 
essere spogliata di un sacro tesoro cosi prezioso, si op- 
pose altamente al trasporto di quelle sauté reliquie. 
Dalle declamazioui si passò alla forza, sicché per quel 

contrasto i cittadini ed i partitoni! del vescovo si az- 

. . . Àunt 

zuffarono di mala maniera e si battagliarono fiera- iòqo. 

mente (i). 

§ 2d. Armauuo da Gavardo, monaco dell' ordine Ài 
s. Benedetto da Poltrone ed aderente al partito ponti- 
ficio, molto caro alla contessa Matilde ed a papa Ur- 
bano li, dopo essersi quegli e per T una e per l'altro 
in gravi e difficili maneggi adoperato, fu dal pontefice 
eletto cardinale e suo legato, o come altri lo dicono, 
suo vicario in Lombardia (2). Investito di tale autorità 



(1) Lo scismatico vescovo Oberto dichiarò santi quelli del 
suo partilo che caddero estinti in quella zuffa, come rilevasi 
dalT Epitaf. del vescovo medesimo rapportato da Rossi , Stor. 
mss. da Ughelli, Italia Sacr, e da Gradenigo, Br. Sacr. p. 184. 

(a) Gradeuigo, pag- 198 appoggiato ad un Calendario, che 
è legato fra i primi fogli di un Breviario della Cattedrale, 
Calendario che confrontato diligentemente colla graduazione 
cronologica delle santificazioni deve essere stato scritto dopo 
il i344> c prima del i349 ha inavvertentemente attribuito al 
vescovo Armanno da Gavardo l'iscrizione necrologica fatta a 
Martino Armanno, che fu vescovo di Brescia circa q6o anni 
dopo, di cui egli parla a pag. 28 1. 

VOL. IL 19* 



2 9 4 LIBRO TREDICESIMO 

' quel prelato oriondo di Gavardo presiedette in Milano 
Dopo a \j a congregazione che si tenne nella basilica di s. Am- 
anuo brogio, nella quale Anselmo da Baiso fu eletto arci- 
1095. vescovo di quella metropoli (1). Quel monaco e car- 
dinale era già da lunghi anni nominato vescovo di 
Brescia; ma l'ira delle fazioni ed i vescovi scismatici 
che T un dopo 1' altro amministravano allora questa 
diocesi non avevano dato campo alla sua consecrazione. 
Il nuovo arcivescovo di Milano Anselmo, grato delle 
beneficenze avute da lui, lo consacrò vescovo di Bre- 
scia, quantunque vivesse ancora lo scismatico Oberto 
vescovo della diocesi medesima (2). 

Nessuno più di Armanno da Gavardo era adatto a 
vincere lo scisma che da circa trentanni bruttava la 
chiesa bresciana: la fermezza del suo carattere, la forza 
della sua autorità, l'ardenza del suo genio per le parti 
pontificie, tutto egli aveva, e non sarebbe forse bastato, 
se le circostanze dei tempi non avessero aggiunto fa- 
vore. La decadenza del potere di Arrigo, il necessario 
suo trattenimento in Germania, le fortuue del ribelle 
suo figlio Gorrado erano cose che favorivano d' assai 
il partito pontificio, e sconcertavano quello degli scisma- 
tici. Armanno protetto da cosi fauste sorti venne a 
Brescia, espulse Oberto dal seggio vescovile, e sostenuto 
dalla contessa Matilde, dall'arcivescovo di Milano An- 
1004. selmo e dal pontefice Urbano II, prese le redini della 
diocesi; e così diede fine a quel vituperevole scisma, 
clie da circa 3o anni afflìggeva la chiesa bresciana. 



(1) Landulphus junior, JlisL Mediol. apud Murat, torri. 5. 
Iter. Ita'ic. 

(1) Nicolaus Sormamus, Opusc. de Praeminentia inicv Prac- 
posilum s. Àmbrosii, etc. pag, 5g. 



LIBRO TREDICESIMO 3 9 5 

§ 26. I/anno seguente papa Urbano venne in Lom- ^"""^ 
bardia, raccolse in Piaceuza un consiglio così numeroso, £°P? 
che non bastando alcuna basilica a comprendere i con- anno 
correnti, furono costretti a raccogliersi in aperta cam- 10 S 4 »- 
pagna (1). In quel consiglio dietro gli eccitamenti del 
peregrino francese Pietro Eremita si predicò la prima 
volta la crociata contro gì* infedeli per la liberazione 
dei luoghi santi. Dopo quel congresso il papa passò da 
Piacenza a Cremona, nella quale città gli si presentò 
il giovine re Corrado; ed ivi ambedue dopo le consuete 
accoglienze oneste e liete si diedero ancora le scam- 
bievoli politiche promesse (2). E facile Y immaginare 
quale sarà stato allora il concorso de' Bresciani alla vi- 
cina Cremona, onde vedere il santo padre ed il nuovo re, 
Il Pontefice si trasse poscia alla spiaggia del mar 
Tirreno; ed entrato in nave veleggiò in Francia, dove 
raccolse a Clermont un altro numerosissimo consiglio , . 
nel quale dietro le ardenti querimonie di Pietro Ere- 
mita e le lettere per suo mezzo ricevute da Simeone 
patriarca di Gerusalemme tornò a pubblicare la cro- 
ciata. Il pontefice per mezzo di una vigorosa parlata e 
di una larga promessa d'indulgenze infervorò quella 
pubblicazione: lo udirono le genti di ogni paese cat- 
tolico, e tratte più da fanatismo che non da purezza 
di spirito, e principi e prelati e sacerdoti e monaci 
e nobili e plebei e molte donne perfino , vestite viril- 
mente, il candor delle quali però non è troppo dagli 
storici commendato (3), mossero ardentemente alla prò* 

(1) Labbeus, tom. io Concilior. 

{1) Bertoldus Constantiensis in Chronic* Questo è il miglior 
cronista di quelle, età. 

(3) Fleury, Histoir. Eccl. liv. 64 § 4°* Molti monaci depo- 
nevano la cocolla e brandivano le armi, e moltissime do fine 



296 LIBRO TREDICESIMO 

-posta impresa. Alcuni di que' crociati erano spinti al- 

Dopó l'armi da un vero zelo, altri dal punto d'onore, chi 
■*• • . ' . ... 

amia da giovanile leggerezza, chi da avidità di predare, chi 

xo 9' K per uscir dalle carceri, chi per togliersi dalle persecu- 
zioni de' creditori, e chi alla fine onde giovarsi delle 
promesse indulgenze (i). 

Io non oso dire le fellonie commesse dalla più parte 
di que' crocesegnati : è sempre bene lo spandere col 
silenzio un velo sopra di quanto ripugna a virtù. In 
vendetta delle iniquità che quelli commettevano lungo 
il viaggio, furono dagli abitanti dei paesi, pei quali 
passavano, perseguitati, dispersi e quasi onninamente 
perduti (2). Urbano II tornante allora di Francia tra- 
versò la Lombardia, ed Ottavio Rossi ne assiema che 
quel pontefice in tale occasione onorò ancora Brescia 
della sua presenza (3). 

§ 27. La smania di avventurare onore , fortuna 
fors' anche eterna salute fra le truppe crocesegnate, 
smania che aveva per lo innanzi sospinti singolarmente 
i Francesi, gli Inglesi, i Tedeschi, a somiglianza* di un 
tifo si trasfuse ben presto ancora per tutta Italia. 
Bocmondo principe di Taranto, fratello del duca Rug- 
geri, inalberò lo stendardo generale (4)> suo cugiuo 
Tancredi, tanto rinomato fra gli eroi della poesia epica 
italiaua, Io accompagnò (5), e come lasciò scritto Fol- 



vestite virilmente seguitavano i Crociali, e laidamente a quelli 
si abbandonavano. 

(1) Bertoldus,m C/ironie, ad ann- 1096. — Fieury,//&. 64 5 io. 

(1) Muratori, ÀnnaL tom. Q f. 272. Ediz. di Luca. 

(3) Ott. Rossi, Stor. mss, £ n3 tergo. 

(4) Chronac. Cassinens. lib. 4 cap. ir. 

(5) Rodulphus Gadomensis, apud Murai, tom. 5. Rer. Italie. 



LIBRO TREDICESIMO 397 

co (1): uscivano a torme da ogni provincia d' Italia 55555 
genti armate che, spiegata per coccarda la croce, li D°PO 
seguitavano. L'arcivescovo di Milano Anselmo sospinto anno 
pur egli dalla frenesia della giornata strinse quel ferro noo- 
che Gesù Cristo aveva nell'orto commesso a Pietro di 
rimetter nel fodero, e lasciato suo vicario nella me- 
tropoli il vescovo di Savona , che era un calabrese 
detto Grissolaoj gridò guerra agli invasori dei luoghi 
santi, e cinto l'usbergo e brandita la spada usci capi- 
tano generale dei Crociati Lombardi (2); lo seguitarono 
siccome luogotenenti il vescovo di Genova, quel di Tu- 
rino e, siccome raccontasi, ancora Armanno di Brescia (3). 
Ma alcuni anni innanzi che quel buon vescovo par- 
tisse da Brescia e s'inviasse verso la Siria per tale 
impresa , questa città, che era allora coperta la più. 
parte di aride paglie di tegole di legno (4), fu at- 
taccata da un tanto incendio che quasi tutta avvam- 
pò; in ricordanza della quale sciagura rapportano 
ancora i cronisti l'esametro comppsto a que' tempi : 

« Exarsit validi $ hoc tempore Bvixia Jlammis. 

(1) Folcii us, apud DwChesne toni» 4* Rerum Franciscarum, 
casi si esprime : 

« Qitos Athtsis pideer praeterfluit, Eridanusque 
« Quos Tibcris, Macra, V ullurnus, Crustumiumqiic, 
>•> Concur nini Itali s eia. 
(i) Laxululpluis a s. Paulo, Ilistor. Mediol. apud Marat, 
toni. 5. Rer. Italie. 

(5) B lem mi, Stor. Br. ioni, i f. 2j6. 

(4) Malvcl. Disi. 7 cap. \G. — Chronac. s. Petri> ad ami. 1096. 

Fine del Volume II. 



Lp presente edizione e posta sotto la tutela delle leggi 
vigenti essendosi adempito a quanto esse prescrivono.